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Sprechi – Ecco come buttiamo i soldi europei

Bruxelles ha stanziato un miliardo per la cultura e il turismo in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. Ma il programma non è partito: zero progetti e solo finanziamenti clientelari. A veterinari, odontoiatri, centri estetici. E persino un podologo. Radiografia di un disastro italiano(20 dicembre 2012)Il degrado dei Cantieri Culturali della Ziza, a PalermoMeglio nessun accordo che un cattivo accordo. Il presidente del Consiglio Mario Monti l’ha detto chiaramente dopo l’ultimo inconcludente vertice del Consiglio europeo sul bilancio Ue per gli anni 2014-2020. Ma mentre è impegnata in una difficile trattativa per la ripartizione dei fondi comunitari, l’Italia non sembra avere le carte in regola per fare la voce grossa al tavolo dei negoziati. Il rendiconto sull’utilizzo degli stanziamenti per il 2007-2013 vedono infatti il nostro Paese agli ultimi posti nella capacità di impiego del denaro: al 31 ottobre scorso appena un terzo dei fondi a disposizione era stato speso.

Al di là delle percentuali, c’è tuttavia una storia in grado di descrivere meglio di tanti numeri l’incapacità della politica e della burocrazia italiana di sfruttare le risorse europee e concepire strategie di sviluppo: l’uso dei fondi Poin. Una linea di intervento da 1 miliardo di euro pensata dalla Ue per sostenere la cultura e il turismo nelle regioni ex Obiettivo 1 (Campania, Puglia, Calabria e Sicilia) attraverso progetti interregionali in grado di superare le singole specificità. L’ideale per risollevare due settori “malfermi” in un Mezzogiorno ricco di potenzialità ma povero di liquidità.

Opportunità sfruttata? Nemmeno per sogno, tanto che il risultato è un disastro di proporzioni difficilmente immaginabili. A un anno dalla scadenza, il Poin è l’unico programma cofinanziato dalla Ue che non è operativo perché la commissione europea non è stata messa in grado di approvare il sistema di gestione e controllo che certifica l’impiego del denaro. Qua e là, restano così sul campo i brandelli di un assistenzialismo scriteriato che mette in seria discussione la credibilità dell’Italia nei vertici internazionali.

Farà forse piacere, ad esempio, sapere che fra i beneficiari degli incentivi (gestiti da Invitalia, l’agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa), ci sono attività che nulla hanno a che fare con il campo culturale ed ambientale, come prescritto dal programma. A Napoli, ad esempio, sono stati assegnati 121.580 euro a un odontoiatra, a Reggio Calabria 100.248 euro sono andati a un centro estetico e a Palermo un ambulatorio veterinario ne ha avuti 91.994. La lista è sterminata. Foraggiati con importi che arrivano fino a 100 mila euro ci sono palestre, vinerie, lavanderie, centri scommesse, pasticcerie, parrucchieri, fornai e via discorrendo. Senza dimenticare il mirabile podologo di Lecce che ha ricevuto 55.993 euro per il suo studio.

Interventi “folcloristici” che però rappresentano solo le briciole. I soldi di Bruxelles sono infatti stati utilizzati anche sotto forma di bancomat dal governo. Come accaduto agli 80 milioni utilizzati per rimpinguare il fondo di garanzia per le piccole e medie imprese istituito presso il ministero dello Sviluppo economico: tre tranches versate nel giro di pochi mesi a Unicredit-Mediocredito centrale, il gestore unico. In altri casi, a beneficiare dei finanziamenti sono stati alberghi e residenze, con aiuti milionari per ristrutturare o ampliare strutture turistiche. Come i 50 milioni per finanziare il nuovo porto di Castellamare di Stabia. Oppure i 18 milioni e 603 mila euro a favore del Donnafugata resort di Ragusa, raffinata residenza a cinque stelle con tanto di spiaggia privata, campo di golf e trattamento benessere specializzato fra l’altro in massaggi al cioccolato. Un lusso per pochi eletti.

In compenso, di pianificazioni integrate nemmeno l’ombra. Solo qualche “progetto di sponda” su opere già appaltate e in fase di realizzazione, in modo da evitare le penalità per i ritardi negli interventi. Nel frattempo, in un balletto infinito di riunioni, comitati, linee guida e documenti interlocutori, in cinque anni si sono avvicendate ben sei Autorità di gestione. La Regione Campania ha prima affidato il coordinamento all’assessorato al Turismo, poi a un paio dirigenti, quindi al vicecapo di gabinetto del governatore Antonio Bassolino, infine è tornato a puntare su un amministrativo. Così, davanti all’evidente incapacità di programmazione, a maggio 2011 il governo Berlusconi ha avocato a sé la gestione del programma, senza per questo riuscire a evitare a sua volta un paio di cambi nei dipartimenti responsabili in appena sei mesi.

di Paolo Fantauzzi

Da espresso.repubblica.it

Foto roccocipriano.it

 

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