Il film della settimana: “E la chiamano estate” di Paolo Franchi

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Massacrato senza pietà e con un accanimento degno di ben altra causa, E la chiamano estate di Paolo Franchi è in realtà un’opera estremamente interessante e degna d’attenzione di un regista che ha scelto coscientemente di porsi al di fuori del sistema dei consensi che decreta ciò che è accettabile o meno.

 

Paolo Franchi può vantare una caratteristica innegabile nel panorama del cinema italiano: i suoi film non lasciano indifferenti. Mai. E non è poco. Basti ritornare con la memoria alle polemiche all’indomani di Nessuna qualità agli eroi. Ciò che conforta, al di là della qualità sempre costante del lavoro di Franchi, è che il regista guarda ossessivamente avanti. Continua a rischiare. Costantemente alla ricerca di un terreno nel quale mettersi in gioco, Franchi si ostina a realizzare un cinema adulto e problematico.

Un atteggiamento, insomma, che dovrebbe essere accolto con maggiore disponibilità e non con una chiusura violenta e ostile.

 

Detto questo, E la chiamano estate è uno di quei film italiani che per una volta non solo non attirano le solite lodi istituzionali che in genere si riservano ai film italiani “di qualità” o presunta tale, ma che turbano lo stato delle cose del nostro cinema.

 

Franchi si pone questioni che riguardano sesso e desiderio. Senza mai ricorrere alla riduzione di complessità che la banalizzazione della sessualità ha subito attraverso il discorso pubblicitario e televisivo. E le affronta in chiave filmica, incurante di qualsiasi parvenza di realismo psicologico o letterario. L’unico realismo che conta per Franchi è quello della messinscena cinematografica. Il luogo-narrazione del cinema.

 

Il suo film è una glaciale cartografia del desiderio. Una radiografia iperreale che galleggia in una nebulosa di malessere nella quale il tempo si congela e s’avvita in una ossessiva vertigine nella quale la mancanza e il desiderio sono l’una lo specchio dell’altra.

Franchi si muove senza rete di sicurezza. Affronta le ossessioni del suo protagonista con attenzione chirurgica.

Calando il suo film in un bianco freddo e distante, crea un mondo distante e dichiaratamente artificiale nel quale i corpi replicano all’infinito lutto, desiderio, mancanza, anelando costantemente un’altra vita.

 

Accusato di cerebralismo quando non addirittura brutalmente di incompetenza tecnica, Paolo Franchi con E la chiamano estate ha realizzato un film complesso e vulnerabile. Aperto e perfettamente compiuto.

Un film che tenta di trovare una motivazione interna, aderendo alle necessità poetiche e artistiche del regista, piuttosto che accogliere supinamente le regole del cosiddetto cinema “ben fatto”. In questo senso Franchi è un cineasta che crea problema e che attraverso l’ostinata difesa della propria libertà espressiva pone delle domande non solo alla critica cinematografica (che preferisce fare della facile ironia) ma allo stesso cinema italiano.

 

È davvero curioso che il cinema insurrezionale di Paolo Franchi, pulsionale, non incontri maggiormente i favori della critica cinematografica sempre pronta a lamentare lo stato miserevole del nostro cinema e della nostra cultura. Aggredendo un cineasta come Franchi l’unico messaggio che si trasmette, ed è una cosa gravissima a nostro modesto avviso, è che non vale nemmeno la pena di provare a fare qualcosa di diverso: tanto la situazione del nostro cinema è destinata a non cambiare.

 

Ben inteso: non si sta affermando che si deve accogliere supinamente qualunque velleità autoriale semplicemente perché parrebbe porsi al di là della norma dominante. Tutt’altro. Questo non sarebbe fare della critica cinematografica ma del collaborazionismo. Semmai si tratta di individuare – e valorizzare – quelle energie del nostro cinema che con determinazione e coraggio decidono di percorrere sentieri aperti e rischiosi. Per fare un esempio banalissimo: Io sono l’amore di Luca Guadagnino, il film italiano più apprezzato nel mondo degli ultimi anni, stando alla disastrosa accoglienza veneziana sarebbe dovuto scomparire senza lasciare traccia. Così non è stato per fortuna.

 

Allo stesso modo, E la chiamano estate, un esempio di cinema italiano schiettamente sperimentale e popolare al tempo stesso, merita tutta l’attenzione possibile di quanti ritengono che si possano ancora realizzare film al di fuori delle due o tre occasioni festivaliere di rito, o di una produzione commerciale sempre più priva di energie e motivazioni autentiche.

di Giona A. Nazzaro

Da repubblica.it/micromega-online

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