Prendiamo la disoccupazione di massa. Non è un incidente né un danno collaterale, ma è voluta: senza disoccupazione di massa non ci sarebbe il tipo di flessibilità del lavoro che c’è oggi, non ci sarebbero i ricatti che ci sono oggi.

La disoccupazione di massa come strumento di ricatto

Tutta la politica ufficiale si svolge dentro al tragitto predeterminato dal grande capitale, dalla finanza e dallo spread, dal Fiscal Compact, che decidono chi rientra nel recinto della politica ufficiale. Se davvero vogliamo provare a fermare il disastro bisogna rompere questo recinto. E fare dunque una precisa contestazione alle regole del gioco che ci vengono imposte. Grillo e il “Movimento 5 Stelle”, che io a differenza di altri non ho mai demonizzato, e che considero se possibile un interlocutore per molte battaglie, hanno sicuramente svolto un ruolo positivo. Se avessero preso pochi voti e avessimo Bersani trionfante a governare con Monti saremmo in una situazione uguale dal punto di vista dei contenuti ma peggiore dal punto di vista del quadro politico. Hanno cioè avuto la capacità di dare espressione ad una protesta di massa contro il sistema. Ma il “Movimento 5 Stelle” è concentrato solo sulla punta dell’iceberg del sistema di potere che ci governa ed è debolissimo su tutto il resto.

Il loro difetto fondamentale, il loro limite, è quello di non avere un programma economico-sociale, ossia oscillano da programmi di stampo socialista a programmi di stampo ultra-liberista. Mi è capitato recentemente di leggere ne “La Storia dell’Italia partigiana” di Giorgio Bocca tutte le vicissitudini del Partito d’Azione, che poi era un grande partito di partigiani. Alla fine lo stesso Bocca ricorda come in quel partito ci fosse un’unione comune per battere il fascismo, ma una volta abbattuto il fascismo c’erano due linee economiche opposte, i liberisti ed i socialisti. Pur nelle ovvie differenze mi pare che questo sia uno dei limiti anche del “Movimento 5 Stelle”. E’ giusto rompere questo sistema di casta e privilegio, ma la questione di fondo è: intacchiamo il potere economico oppure pensiamo che eliminati i ladri di galline la strada sia spianata? Nel tempo questa contraddizione esploderà loro in mano, perché è necessario scegliere da che parte stare, non si possono eludere le grandi questioni di carattere economico.

In Italia, parlar male dell’Europa è come parlar male della mamma, non si può. Dunque è vero che anche noi siamo partiti da questo tabù, ma oggi io non ho dubbi, perché l’Europa di oggi è come quella del Congresso di Vienna, dominata da un sistema di potere che non è riformabile, ma che deve solo essere rovesciato. Questo non significa che bisogna ritornare ai nazionalismi: anzi, secondo me è proprio questa Europa che alimenta i peggiori nazionalismi. Sono convinto però che, per avere in futuro un’Europa democratica e sociale, l’Unione Europea debba essere rovesciata. Credo anche nell’opportunità di realizzare una nuova unione dei popoli europei, ma la Ue per come è impostata non può essere modificata. Dare più poteri anche al miglior Parlamento Europeo mentre restano in vigore tutti i trattati da Maastricht in poi, le regole di bilancio, la libera circolazione dei lavoratori senza minimi diritti, non servirebbe a nulla.

Non si può nemmeno pensare di risolvere il problema introducendo un semplice salario minimo. Chi proclama la necessità di un salario minimo in questa Europa non si rende conto della stupidità di quello che dice, perché un salario minimo non potrebbe che essere misurato sui salari più bassi, come quello della Romania. Il fatto è che l’Europa liberale non è districabile dall’Europa liberista. Serve un “socialismo del XXI secolo”: è la stessa espressione che si usa in America Latina. Ci sono due rischi da evitare: uno è quello, diciamo così, dell’ingenuità. E’ l’errore di coloro che vorrebbero fare il socialismo con l’accordo dei capitalisti. E’ un po’ lo stesso errore di quelli che avrebbero voluto costruire la democrazia con il consenso del Re. Molte delle proposte di stampo neokeynesiano hanno questo carattere di ingenuità. Tralasciano il fatto che se le soluzioni neokeynesiane non vengono attuate non è perché chi le dovrebbe attuare “non ci ha pensato” mentre a loro è venuta in mente la bella idea.

Prendiamo la disoccupazione di massa. Non è un incidente né un danno collaterale, ma è voluta: senza disoccupazione di massa non ci sarebbe il tipo di flessibilità del lavoro che c’è oggi, non ci sarebbero i ricatti che ci sono oggi. Se fossimo in un regime di piena occupazione nessun lavoratore accetterebbe di sottostare a certe condizioni. Quindi questo è un sistema che ha in sé la disoccupazione di massa. È uno strumento fondamentale per imporre determinate condizioni di lavoro. Però bisogna anche evitare l’eccesso opposto che si riscontra in una parte della sinistra più settaria e dogmatica. È l’errore di dire: “è tutto già scritto”. I nostri classici hanno già scritto il manuale delle giovani marmotte per la costruzione del socialismo, si tratta di adeguarsi a quello. E’ evidente che dobbiamo mettere in discussione il sistema capitalistico, ma con le modalità di oggi, non con quelle di cent’anni fa. La costruzione del socialismo è un percorso, un processo che richiede delle rotture, che non avvengono certo in un sistema di potere come quello attuale (ciò detto per tagliare la testa al toro alle illusioni di carattere neokeynesiano), ma questo non significa che dalla sera alla mattina si potrà eliminare di colpo il capitalismo, che ha mostrato una enorme vitalità.

A breve si terranno le elezioni comunali, e ho notato come anche in molte realtà locali come Roma, Siena, Ancona e Brescia si sia sviluppato un arcipelago di liste alternative al centrosinistra. Io penso che non si possa fare l’alleanza con il centrosinistra, né a livello nazionale né a livello locale, per una ragione molto semplice: il quadro di compatibilità alle amministrative ed alle nazionali è più o meno lo stesso. Non è un caso che a Roma Marino, candidato del centrosinistra nato come grande alternativa, abbia cercato il rapporto con i poteri forti romani. Infatti anche i comuni sono stretti tra patto di stabilità, privatizzazioni, politica edilizia e politica del territorio. Quando sento discorsi come “dovete unire la sinistra” sento tanta retorica e malafede. Come sento retorica e malafede negli elogi alla trovata unità di Cgil, Cisl e Uil. L’unità è un mezzo, non un fine. Se l’unità della sinistra significa sostenere le politiche del Partito Democratico, l’unità va rotta.

Il Partito Democratico si riconvoca per provare a sopravvivere e sostenere un governo persino peggiore di quello di Monti. Il massimo dell’iniziativa politica di Sel è invece quello di dire “rifacciamo il centrosinistra che è fallito alle elezioni”. Praticamente dice di non sostenere questo governo, ma vorrebbe ricostruire quel tipo di alleanza politica che ha portato a questo governo. Io dico che così non ha senso. O in Italia sorge un movimento di sinistra e anticapitalista nuovo, che occupi uno spazio politico oggi vuoto, oppure la politica sarà ridotta a due finte alternative, tra il centrodestra e il centrosinistra – che, come poi si è visto, al momento buono possono anche governare assieme, perché sulle questioni di fondo la pensano allo stesso modo.

Di Giorgio Cremaschi

Da libreidee.org

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