Trahino

L’altro giorno mi sono seduto su un muretto, ai bordi della strada, con Vincenzo, u trahiniro.

La stessa strada che tra gli anni ‘50 e ’60 lo vedeva passare quasi tutti giorni col suo trahino (carretto).

Volevo prendere in prestito un po’ della sua memoria, quella che lo ha visto protagonista di un pezzo di storia di Orsomarso (i trasporti con il carretto), prima che i motori prendessero possesso delle strade e cambiassero le nostre vite.

Mi ha accolto con la consueta cordialità, gratificato dal fatto di poter affidare a me scampoli della sua vita.

L’attività di trahiniro (proprietario e conducente di un trahino) la praticava già il padre. Quando questo morì, nel ’46, la continuò  assieme al fratello Peppino. Da solo l’ha gestita dal ’51 al ’66, quando dovette soccombere alla concorrenza, che nel frattempo si era motorizzata.

Fino agli anni ’50 il trasporto per conto terzi ad Orsomarso avveniva con gli asini, i muli ed i trahini.

Il primo furgone lo portò la famiglia di Peppe De Angelis tra il ’55 ed il ‘56. Mentre, per il trasporto delle persone, la prima corriera la mise in attività Mario Spinicci assieme al genero Gaetano Nepita, agli inizi dello stesso decennio. La guidava Peppino Gervaso.

Il trahiniro trasportava di tutto: materiale edile, generi alimentari, prodotti agricoli, legna, carbone, ecc.

Di solito andava a prendere a Scalea e a Marcellina ciò che serviva ai bottegai. Questi in un biglietto gli davano l’elenco dei prodotti da caricare ed il nome del fornitore.

Partiva la mattina presto, caricava e tornava. Da Scalea, quando era carico, impiegava 5 ore. Trasportava circa dieci quintali, quando era la giornata buona. Ogni tanto faceva delle soste per far riposare il mulo o per scaricare la merce di qualche cliente.

Alla cantinella di Castiglione la sosta era d’obbligo. Mangiava qualcosa,  beveva qualche bicchiere e poi  ripartiva. Arrivava ad Orsomarso nel primo pomeriggio.

 

Vincenzo, mentre mi racconta queste cose, ogni tanto manda giù un po’ di saliva, fa una breve pausa e cerca di nascondere un’emozione che gli rende faticoso il respiro  e gli inumidisce gli occhi.

Commenta: “Quanta fatica, per quattro soldi!”

 

Da Marcellina, fino al ‘51/’52 gli davano 100 lire a quintale.

Una risorsa era il trasporto del sale.

Lui aveva l’esclusiva. Il deposito, sia del sale che dei tabacchi, era a Scalea in un magazzino che si affacciava su una stradina  che parte dalla Cassa di Risparmio. Gli davano 300 lire al quintale. Solo che per insaccarlo (il sale era formato da piccoli ciottoli;  veniva dalle cave di Lungro) chi lo aiutava voleva 50 lire. Per questo, quando poteva, si portava dietro il fratello più piccolo, Cosimo,  o qualche ragazzo.

 

I generi alimentari ed il concime, in genere, li caricava a Marcellina. Qui c’erano quattro negozi ben forniti: quello di Biagio Salerno, di Andrea Serra, di Peppino Sangiovanni e di Francesco Battaglia.

Vincenzo  trasportava di tutto.

Nel ’54 gli capitò di andare a prendere quattro cianfrusaglie di una sgangherata   compagnia di teatranti a Capo Bonifati.

Altre volte portava il carbone a Diamante a Giovanni Papa, oppure accompagnava alle fiere dei paesi vicini, trasportando scarpe e casalinghi,  Luigino Fazio, Angelo Fazio e mio zio Luigi.

Una delle più importanti era quella della Madonna della Grotta a Praia a Mare in agosto. Finita la festa, la notte del 15, caricava tutte le masserizie e  ripartiva per Grisolia, per andare alla festa di san Rocco.

Molto lavoro glielo procuravano i contadini.

Tra la primavera e l’estate trasportava ortaggi, frutta, grano, mais, paglia per la bestie.

Ogni tanto gli capitava di  accompagnare alcuni contadini che andavano a vendere  i loro prodotti al mercato di  Mormanno. Il viaggio era lungo. Partiva verso la mezzanotte, scendeva a Scalea e poi su per Santa Domenica, Papasidero fino a Mormanno. Finito il mercato, verso mezzogiorno,  tornava.

In autunno c’era da trasportare uva e, soprattutto, olive.

Da novembre a gennaio c’era da spaccarsi la schiena. Trasportava anche 20 tomoli di olive per volta. Allora c’erano tre frantoi ad Orsomarso: uno era nel corridoio d’ingresso del Palazzo baronale, un altro dove abita ora Peppino Forestieri ed il terzo, di Luigi Forestieri, alla Vianova.

Il  più vecchio però si trovava a Sanzufia. La macina veniva mossa da un asino. La bestia veniva bendata, imbragata e costretta a muoversi attorno alla vasca che conteneva le olive.  Con l’arrivo dei frantoi elettrici venne chiuso.

Nella prima metà del secolo scorso ad Orsomarso circolava pochissima moneta. Il baratto era la forma più praticata negli scambi: olio, vino, grano, fagioli, patate sostituivano le lire.

Anche Vincenzo spesso veniva pagato con questi prodotti: “L’importante era avere qualcosa da mangiare. Una volta trasportai una trebbia da Campotenese ad  Orsomarso. I proprietari mi avevano promesso che mi avrebbero pagato col grano.

Ancora lo sto aspettando”.

 

 

NOTA: trahino deriva dal verbo latino TRAHERE che significa tirare, trascinare, portare con sé, tirarsi dietro.

Foto: Vincenzo Russo.

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