OPERAZIONE VERITÀ: A CHE PUNTO È LA NOTTE ITALIANA

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Questo è un lancio corale: vari siti e blog economici indipendenti, tutti insieme oggi rilanciamo questa operazione di verità sulla vera deriva che in questo contesto dissennato inevitabilmente prenderanno i conti pubblici italiani – e sulla colpevole falsità di chi annuncia una ripresa impossibile che slitta di anno in anno… Il post è stato elaborato con la collaborazione di vari autori.PremessaIn questi anni di crisi, oltre alle tasse e al disagio economico e sociale, c’è stata un’altra grande costante che ha tenuto compagnia alle nostre giornate, ai nostri momenti: la menzogna proferita in modo sistematico dai vari governi e dai politici di turno che, in maniera spudorata e vergognosa, hanno reiteratamente mentito e mistificato (e continuano a farlo) circa l’esatta situazione dell’economia e dei conti pubblici, in costante ed inesorabile deterioramento.È chiaro che tutto ciò incorpora evidenti elementi di criminalità, proprio perché tende ad alimentare false aspettative da parte degli agenti economici più deboli: i disoccupati con le loro famiglie e le imprese, prime vittime sacrificali di questa crisi.Proprio per questo, insieme ad altri siti amici, tra i più seguiti in Italia di economia, tutti liberi e senza padroni, abbiamo pensato di lanciare, coralmente, tutti insieme, questo post divulgativo al fine di far ben comprendere l’esatto stato dei conti pubblici e dell’economia.LA MENZOGNAI grafici che seguono esplicano in maniera esaustiva i clamorosi errori previsionali commessi dai vari governi che si sono alternati negli ultimi 3 anni di crisi, su Deficit Pubblico, Debito pubblico e Pil Nominale.A CHE PUNTO È LA NOTTE ITALIANACome noto, appena qualche settimana fa, il governo ha reso pubblica la Nota di Aggiornamento al DEF. Per chi non lo sapesse, il DEF è il documento di economia e finanza che rappresenta il punto nodale nella programmazione della politica economica e di bilancio del paese. Il punto d’incontro tra politica nazionale e l’Unione Europea, che incorpora le variabili macroeconomiche e di bilancio che il governo stima si possano realizzare, stante una crescita presunta del PIL.

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Leggendo il documento licenziato dal governo, la cosa che più lascia perplessi è dover constatare la volgarità della menzogna esercitata dal governo, proprio su talune variabili che risultano manifestamente abbellite, taroccate, per nulla aderenti con la realtà dei fatti, con l’esatta situazione dell’economia italiana e dei conti pubblici. Questi ultimi, appositamente “massaggiati” per offrire un quadro della finanza pubblica migliore rispetto a quello che effettivamente è. Cerchiamo di andare nel dettaglio. LA MENZOGNA SUI CONTI PUBBLICI La nota licenziata dal Governo, rispetto al DEF di primavera, con la fine dell’anno ormai alle porte, recepisce ciò che era ormai chiaro da mesi, più o meno a tutti i commentatori di buon senso. Ossia che il Pil, anche quest’anno, diminuirà dell’1.7%, posizionandosi a 1.557,3 miliardi di euro, quindi ben oltre l’1.3% previsto solo a maggio dal governo Monti. Sul fronte della spesa pubblica, il governo, proprio con l’intento di esporre un deficit migliore rispetto a quello reale, da un lato ha aumentato di un miliardo di euro la spesa corrente (pensioni, stipendi, acquisti); mentre, dall’altro, ha corretto al ribasso la stima della spesa in conto capitale portandola a 807,6 miliardi rispetto agli 810, 6 precedentemente previsti: quindi, 3 miliardi in meno di spese che aiuterebbero (secondo il governo) a far rientrare sotto il 3% lo sconfinamento deficit/Pil.Ma entrando nel dettaglio del DEF, si scopre che questo (apparente) miglioramento, è determinato da artifici contabili, per cui si differiscono all’anno successivo (cioè al 2014) talune spese in conto capitale originariamente previste nel 2013, nonostante la spesa per investimenti sia stata fortemente ridotta in questi ultimi anni proprio per esigenze di bilancio, non considerando che questa determina anche delle manifestazioni virtuose per il ciclo economico. È ovvio che, se così fosse, questa pratica andrà ad impattare sul fabbisogno del prossimo anno.Ciò nonostante, analizzando le spese della amministrazioni pubbliche e proiettando al 31 dicembre il consuntivo realizzato nei primi sette mesi dell’anno – dove sono cresciute dell’1.8% rispetto allo stesso periodo del 2012 – si osserva che queste, a fine anno, dovrebbero aggirarsi intorno ai 678.5 miliardi di euro: cioè 6 miliardi in più rispetto ai valori rettificati dal governo nella nota di aggiornamento.Sul fronte delle entrate, a causa dell’aleatorietà dei pagamenti da parte degli agenti economici, la questione è molto più difficile da interpretare.

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Anche se i dati disponibili delle entrate tributarie, per i primi 8 mesi dell’anno, registrano una diminuzione dello 0.3% rispetto allo stesso periodo del 2012. Le entrate contributive, invece, secondo quanto comunicato dalla Ragioneria Generale dello Stato, nei primi sette mesi dell’anno, si sono attestate a circa 124 miliardi di euro, in flessione dello 0.9% rispetto allo stesso periodo del 2012.Proiettando a tutto il 2013 i dati sulle entrate tributarie e contributive realizzate nei primi 9 mesi, dando per certa una copertura del taglio della seconda rata dell’IMU – in parte assorbito anche dal recente aumento IVA – e, in via del tutto prudenziale, ipotizzando comunque un miglioramento dell’andamento delle entrate, è verosimile ritenere, a fine anno, un minor gettito che oscilli tra +0,1 e +0,4% per le entrate del 2013 sul 2012, ad un valore tra 755 e 757 miliardi di Euro, contro 759 preventivati, con un ammanco tra 2,0 e 4,0 miliardi.Quindi in estrema sintesi, alla luce di quanto sopra esposto, si potrebbe ritenere del tutto verosimile un deficit, a fine anno, oscillante tra il 3.4% e il 3.6%, cioè dai 4 ai 6 miliardi in più rispetto ai 48.7 miliardi stimati dal governo nella nota di aggiornamento, con un debito pubblico prossimo al 134% contro la stima del governo al 132,9%In buona sostanza, è questo il quadro di finanza pubblica che, con ogni probabilità, ci attenderà da qui a fine anno, salvo ulteriori manovre correttive o giochi di prestigio per esporre un deficit inferiore al 3%. Ma in uno scenario come quello descritto, nel quale si balla proprio ai limiti, nonostante la manovra di contenimento di 1.6 miliardi di euro varata lo scorso 10 ottobre, molto dipenderà dalla crescita economica dell’ultima parte dell’anno e dalle entrate tributarie degli ultimi mesi, anche se, a parer di chi scrive, i margini di ottimismo sembrano piuttosto ridotti, se non addirittura inesistenti.

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COME TAROCCARE LE PREVISIONI SULLA SPESA PER INTERESSIMa andando oltre, sempre nel DEF, e sempre a proposito dell’inattendibilità delle stime governative, si scopre che, sul fronte della stima della spesa per interessi, il tandem Letta-Saccomanni, compie una vera e propria manovra di prestigio, degna di Mago Otelma.Tanto per renderci conto di cosa stiamo parlando, vi propongo questa tabella che riepiloga la stima della spesa per interessi dal 2014 al 2017: sulla prima riga quella effettuata dal Governo Monti, sulla seconda quella del Governo Letta con la nota di aggiornamento al DEF.Come è facile intuire, già dal 2014, fino ad arrivare al 2017, il governo Letta stima un robusto e progressivo risparmio per la spesa per interessi, fino a giungere, nel 2017, appunto, a oltre 16 miliardi di euro, equivalenti ad 1 punto percentuale del Pil. È chiaro che queste presunte economie determinano un miglioramento dei saldi di finanza pubblica. A questo punto occorrerebbe chiedersi perché il governo stimi una riduzione così significativa del costo per interessi, o secondo quale parametro. Prima di dare una risposta all’interrogativo, è bene precisare che, come giustamente segnala il Prof. Gustavo Piga nel suo blog, ormai da oltre 15 anni a questa parte, o meglio fino all’ultimo DEF dello scorso maggio, le previsioni di stima della spesa per interessi venivano “formulate utilizzando i tassi impliciti nella curva dei rendimenti italiana rilevati a metà marzo 2013….”. In buona sostanza si tratta(va) di un criterio riconosciuto dalla comunità scientifica e finanziaria, che traeva fondamento proprio dall’analisi della curva dei tassi in un determinato periodo temporale.Con la nota di aggiornamento, il governo cambia paradigma. Infatti, sul documento, la stima della spesa per interessi fonda la sua previsione su una “ipotetica e una graduale chiusura degli spread di rendimento a dieci anni dei titoli di stato italiani rispetto a quelli tedeschi a 200 punti base nel 2014, 150 nel 2015 e 100 nel 2016 e 2017”. Cioè, per dirla in parole più semplici, il costo degli interessi sarebbe destinato a scendere in ragione di una ipotetica diminuzione degli spread. Siamo quasi al demenziale o, se preferite, al dilettantismo, poiché un’analisi di questo genere è priva di qualsiasi fondamento, non solo scientifico, ma anche logico. Invero, va precisato che un calo dello spread non significa automaticamente una diminuzione dei costi al servizio del debito (interessi). Infatti, lo spread, altro non è che una variabile che misura la differenza tra il rendimento Btp decennale e quello del bund tedesco: anche quest’ultimo soggetto a variare in ragione di una moltitudine di variabili economiche e di mercato.Ne consegue, in maniera peraltro del tutto ovvia, che se diminuisce lo spread, ma al tempo stesso aumenta il rendimento del bund, l’aumento del titolo tedesco vanifica in tutto o in parte il beneficio prodotto dal ripiegamento dello spread. Da ciò se ne deduce che se ad un eventuale aumento del rendimento del Bund, non si contrappone un calo più che proporzionale dello spread, il costo del debito aumenta

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