FRATELLI D’ITALIA? FRATELLI DI CHI? Il razzismo dei Padri della Patria- «Che paesi sono mai questi, il Molise e Terra di Lavoro. Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica: i beduini, a confronto di questi caffoni, sono fior di virtù civile».

 

Cavour

Cavour

Cavour (…) pur di mostrare alle potenze straniere determinazione e risolutezza, non ci pensò due volte a inviare a Napoli, nell’ottobre del 1860, il suo uomo forte, Luigi Carlo Farini, già ministro dell’Interno.

Incarico? Fare piazza pulita di garibaldini e borbonici (i primi venivano considerati pericolosi non meno dei secondi).

Farini in uno dei suoi resoconti a Cavour, scrisse: «Che paesi sono mai questi, il Molise e Terra di Lavoro. Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica: i beduini, a confronto di questi caffoni, sono fior di virtù civile».

Anche per queste convinzioni aveva proposto un progetto di legge per le autonomie regionali, respinto dai sostenitori dello Stato centralizzato. Farini, luogotenente a Napoli, si mise di buona lena a realizzare le disposizioni che gli giungevano da Torino: estromettere dall’amministrazione tutti gli elementi nominati dal potere garibaldino, mostrare cautela con gli ex borbonici di rilievo, assicurare l’ordine in qualsiasi modo.

Luigi Carlo Farini

Luigi Carlo Farini

Non ci deve sorprendere che una simile ricetta provenisse da un liberale come Cavour: era la logica autoritaria del ceto politico piemontese nell’affrontare l’emergenza meridionale.

[…]

Non potevano che essere figli di quella terra i briganti che, tutti, mangiavano il cuore e il fegato dei nemici catturati e ne bevevano il sangue da teschi umani. Le leggende su quei selvaggi ora venivano accolte come storie attendibili.

Si può parlare di un vero e proprio animus razzistico?

Senza ricorrere a definizioni categoriche, è indubbio che l’immagine del Sud Italia fosse marchiata da un generico quanto radicato pregiudizio diffuso in tutta l’Europa industrializzata.

Il Piemonte – questa era l’idea prevalente – annetteva una terra sconosciuta e lontana, popolata di uomini dalle caratteristiche più africane che europee; la metafora dell’Africa viene usata da quasi tutta la pubblicistica del tempo, per descrivere le caratteristiche del popolo meridionale.

Scrive la «Gazzetta di Torino» nel 1861: «È un po’ come l’Africa per i geografi, ne conosciamo i confini ma poi se vogliamo spingere un po’ più in là l’occhio e il pensiero, che cosa ci troviamo innanzi? come i geografi nell’Africa, le terre ignote».

Nino Bixio

Nino Bixio

Dai resoconti di giornalisti e politici inviati da Torino dopo il 1860, oltre a quelli di normali viaggiatori, si salva talvolta Napoli: dove – beninteso – proliferano “incapacità», la «corruzione» e l’«inerzia» di un popolo «instabile, ozioso e ignorante»; sono giudizi di Costantino Nigra, uno dei politici impegnati nella repressione del brigantaggio.

A bilanciare almeno in parte la ripugnanza per la metropoli partenopea («la capitale dell’ozio e della prostituzione di tutti i sessi, di tutte le classi», aggiungeva Farini), c’era almeno la considerazione di trovarsi di fronte a una grande città, ricca di storia e di cultura, nonostante il deprecato dominio borbonico.

Per l’entroterra, invece, la severità dei giudizi era implacabile, anche se nessuno conosceva veramente le terre, i boschi e i monti dove vivevano quei «bruti». Farini, nelle sue lettere, si doleva di dover guarire non «popoli», ma «mandrie ». Aurelio Saffi – autorevole esponente della Sinistra parlamentare, deputato di un collegio lucano – definirà il Sud un «lascito della barbarie alla civiltà del secolo XIX». Nino Bixio, affatto pentito dei metodi sperimentati a Brente, confermerà: «In questo Paese i nemici o gli avversari si uccidono, ma non basta uccidere il nemico, bisogna straziarlo, bruciarlo vivo a fuoco lento… è un Paese che bisognerebbe distruggere o almeno spopolare e mandarli in Africa a farsi civili».

Quintino Sella

Quintino Sella

Anche un uomo che non amava le mistificazioni della retorica, il futuro ministro delle Finanze Quintino Sella, definirà «tenuissimi i vincoli d’affetto che legano l’Italia settentrionale alla meridionale».

Figurarsi i giudizi dei generali, spesso aristocratici, impegnati nella lotta ai briganti: «La più grande canaglia dell’ultimo ceto», li definì Paolo Solaroli, aiutante di campo di Vittorio Emanuele.

Si moltipllcavano le relazioni sconsolate di politici, ufficiali, diplomatici: «Qui stiamo in un paese di selvaggi e di beduini», scrisse il deputato Vito De Bellis, riferendosi agli elettori del proprio collegio pugliese, Gioia del Colle.

Il confronto con l’Africa era ormai immancabile: perfino il dialetto siciliano sembrava «africanissimo» al garibaldino toscano Giuseppe Bandi. Per Pietro Colletta, generale napoletano, i suoi concittadini erano «facili a intraprendere, svogliati a mantenere, tristi nei precipizi». Infine, Bettino Ricasoli definì Napoli «una cloaca massima ove tutti gli uomini più onesti sono destinati a perire».

Bettino Ricasoli

Bettino Ricasoli

Continuando potremmo redigere una vera e propria enciclopedia del disprezzo. Con simili pregiudizi, si tentava di governare il Mezzogiorno.

È immaginabile quale trattamento potevano attendersi i meridionali irriducibili, renitenti alla civiltà prima ancora che alla patria. Per il loro bene e per quello dell’Italia – si dirà – serviranno soprattutto misure severissime e fucilazioni.

Alle prime notizie di attentati contro l’esercito sabaudo, ci furono giornali del Nord che consigliarono l’adozione delle stesse misure sperimentate dagli inglesi in India:

pugno di ferro senza guanto di velluto. L’ipocrisia risorgimentale impediva di ammetterlo, ma molti erano convinti che l’Unità fosse anzitutto una conquista di terre, da amministrare con l’intransigenza del colonizzatore.

Fonte: “IL SANGUE DEL SUD” di Giordano Bruno Guerri, Mondadori

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