4 NOVEMBRE – MEMORIA DI TUTTI I CADUTI IN GUERRA

antonio di leone 1

Quest’uomo si chiamava Antonio Di Leone. Era figlio di Salvatore Di Leone e Lucia Salerno. Aveva circa vent’anni.

Lo obbligarono ad indossare una divisa e ad impugnare un fucile. Lo caricarono su un treno e lo spedirono in Russia a combattere una guerra che non era la sua guerra.

Gli rubarono la vita in qualche posto, in qualche ora del giorno. E in un giorno che non è stato conosciuto mai.

La mamma ed il padre non poterono portare nemmeno un fiore sulla sua tomba, né recargli il conforto di una preghiera, perché di lui s’era perso persino il nome.

Il Potere, quando la barbarie finì, fece cerimonie al Monumento del Milite Ignoto, per i tanti il cui corpo era rimasto a marcire all’intemperie.

Ipocrisie sociali.

Il Potere conosce solo se stesso, ha cura solo di se stesso. Il resto, tutto il resto, è pietraia che serve per rendere stabile la sua dimora.

Quest’uomo non era un milite ignoto. Aveva un nome, un cognome, una famiglia, un futuro che lo aspettava, sogni da coltivare.

Tutto incenerito da un colpo di mortaio. In una guerra che non era la sua guerra.

Un calabrese, Corrado Alvaro, ha parlato per lui e per i tanti che, come lui, hanno perso la vita non si sa bene dove, non si sa bene perché.

 

 

A un compagno

Se dovrai scrivere alla mia casa,
Dio salvi mia madre e mio padre,
la tua lettera sarà creduta
mia e sarà benvenuta.
Così la morte entrerà
e il fratellino la festeggerà.

Non dire alla povera mamma
che io sia morto solo.
Dille che il suo figliolo
più grande, è morto con tanta
carne cristiana intorno.

Se dovrai scrivere alla mia casa,
Dio salvi mia madre e mio padre,
non vorranno sapere
se sono morto da forte.
Vorranno sapere se la morte
sia scesa improvvisamente.

Dì loro che la mia fronte
è stata bruciata là dove
mi baciavano, e che fu lieve
il colpo, che mi parve fosse
il bacio di tutte le sere.

Dì loro che avevo goduto
tanto prima di partire,
che non c’era segreto sconosciuto
che mi restasse a scoprire;
che avevo bevuto, bevuto
tanta acqua limpida, tanta,
e che avevo mangiato con letizia,
che andavo incontro al mio fato
quasi a cogliere una primizia
per addolcire il palato.

Dì loro che c’era gran sole
pel campo, e tanto grano
che mi pareva il mio piano;
che c’era tante cicale
che cantavano; e a mezzo giorno
pareva che noi stessimo a falciare,
con gioia, gli uomini intorno.

Dì loro che dopo la morte
è passato un gran carro
tutto quanto per me;
che un uomo, alzando il mio forte
petto, avea detto: Non c’è
uomo più bello preso dalla morte.

Che mi seppellirono con tanta
tanta carne di madri in compagnia
sotto un bosco d’ulivi
che non intristiscono mai;
che c’è vicina una via
ove passano i vivi
cantando con allegria.

Se dovrai scrivere alla mia casa,
Dio salvi mia madre e mio padre,
la tua lettera sarà creduta
mia e sarà benvenuta.
Così la morte entrerà
e il fratellino la festeggerà.

 

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