LA MORALE? Rottamiamola

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Articolo trionfalistico del Corriere della Sera dopo le elezioni in Israele: “La vittoria del prestigiatore”, intitola il quotidiano. Leggete almeno questo paragrafo: “Gevalt è la parola yiddish usata dagli israeliani per definire il blitz di Netanyahu nelle ultime 48 ore. Allarme e paura: che la sinistra potesse vincere, che gli arabi stessero votando in massa, che la destra disunita avrebbe portato alla distruzione del Paese”. Affermazioni vuote, puramente strumentali. Anche la dichiarazione che non avrebbe mai consentito la formazione di uno stato palestinese è stata smentita subito, perché per governare ha bisogno dell’appoggio di un partito di centro e perché gli è necessario l’appoggio di Obama e gli fanno comodo i soldi americani. Che qualcuno possa fidarsi di un personaggio così falso sembrerebbe incredibile. Proprio questo è il punto: che per la cultura del liberismo la fiducia è un anacronismo. Come la morale.

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A cosa serviva la morale? A permettere previsioni di lunga durata: ciò che una società giudicava buono restava tale nel tempo, non indefinitamente come facevano (e ancora fanno) finta di credere gli integralisti, ma di certo per una generazione, a volte per secoli. Nell’età del neocapitalismo ogni programma è a brevissimo termine: le banche e i fondi di venture capital investono solo in tecnologie e idee, ricerche scientifiche incluse, che portano a risultati e dunque a profitti in due o tre anni al massimo. Con scadenze così ravvicinate una morale non serve, anzi è un intralcio; basta il successo. Se arriva, la persona o il prodotto che lo ottiene ha ragione, è meritevole e nel giusto, retroattivamente.
In politica ciò si è tradotto nella marginalizzazione dei concetti di coerenza e sincerità: il successo non ne ha bisogno. Ma non l’aveva già detto Machiavelli? Il fine giustifica i mezzi; cosa c’è di nuovo? Che per Machiavelli comunque restava da giustificare il fine che aveva giustificato i mezzi: per il libero mercato no, il fine giustifica i mezzi e giustifica anche sé stesso. Nessun sistema etico o di valori è necessario, neppure per essere negato o trasgredito: per questo il buonismo è una delle forme predilette della deriva liberista (di solito di chi si crede di sinistra); perché in un sistema passato attraverso la deregulation tutti sono buoni, o nessuno, non fa differenza, con l’eccezione dei perdenti.

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I politici sono sempre stati astuti: il principe di Machiavelli doveva essere leone ma anche volpe. Doveva essere pronto a operare in modo cinico, disonesto e anche malvagio però mostrandosi, “a vederlo e udirlo, tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto religione”. La distanza fra sostanza e apparenza era al centro della politica. Non lo è più. I leader di oggi non hanno bisogno di essere astuti o di apparire diversi da quello che sono: possono essere mille cose in contraddizione fra loro, cambiare programma e ideale come se cambiassero un vestito: basta che abbiano successo. Il merito si misura con la capacità di illudere e mistificare, come testimoniato dalla pubblicità, che raramente dice vere falsità ma altrettanto raramente verità: in che senso l’iPhone 6 è “molto più che più grande” o la nuova Panda era “l’Italia che piace”? Semplicemente il grado di verità non è rilevante. Chi crede sinceramente e letteralmente a Netanyahu o a Renzi è un ingenuo, in dissintonia con i tempi; e se in conseguenza della sua ingenuità e della sua inattualità viene sconfitto dal loro trasformismo, è (e era già da prima) un perdente, ossia un mediocre.
Renzi e Netanyahu sono uomini per tutte le stagioni, per tutti i discorsi, che dicono tutto e il contrario di tutto e non esitano a tradire. Ma non lo considererebbero un tradimento; se si trovassero sbattuti da Dante nei ghiacci del Cocito sarebbero sinceramente sorpresi: come si fa a tradire se la coerenza e la lealtà non sono valori ma parole vuote? Ai vincenti spetta il Paradiso e loro sono certi di meritarsi il cielo delle stelle fisse, quello dove si trovano le anime trionfanti.

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Il Corriere celebra infatti i loro trionfi, con ammirazione forse genuina: il furbo Netanyahu li ha ingannati ancora, quei fessi di israeliani; Renzi sta facendo lo stesso con quei fessi di italiani. Due prestigiatori, che creano dal nulla allarme e paura, speranze e ottimismo, e così compiono la missione che è stata loro affidata: lo smantellamento della democrazia partecipativa, l’instaurazione di una plutocrazia plebiscitaria. Lo stesso a me paiono solo due uomini senza qualità che vincono perché sono anche privi di scrupoli e principi; più che due prestigiatori, due bari. Ma loro lo prenderebbero per un complimento: i bari che vincono sono grandi giocatori. Peggio di loro sono i giornalisti che li adulano: che sono solo dei servi. E forse anche loro la scambierebbero per una lode.
Tuttavia non basta amareggiarsi per la crisi di un modello di convivenza sociale basato sulla fiducia e sulla solidarietà, né serve rimpiangere nostalgicamente un mondo più semplice e diretto, in cui si riusciva a sognare un futuro migliore. È essenziale domandarsi se l’etica fosse solo un accidente storico, sia pure di lunghissima durata, o se costituisca un’indispensabile caratteristica della società umana. È essenziale domandarsi se il successo, il denaro e il culto delle celebrity, condizioni necessarie e sufficienti del sistema liberista, siano sufficienti alla sopravvivenza della civiltà e dell’ambiente. Queste sono domande centrali: e se la risposta è, come io credo, che senza morale, senza regole, senza comunità, senza un sistema condiviso di valori c’è solo barbarie, allora una resistenza organizzata e senza compromessi contro il neocapitalismo globalista diventa non solo necessaria ma urgente.

Di Francesco Erspamer

Fonte: https://controanalisi.wordpress.com/2015/03/23/i-mezzi-e-i-fini/

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