MAGNA GRECIA – L’Età Arcaica e Classica

Metaponto

Metaponto

 

Non si hanno resti di insediamenti coloniali in quest’area periferica della Magna Grecia relative al periodo che ha visto il fenomeno della colonizzazione greca in tutta l’Italia Meridionale (VIII-VI sec. a.C. ). Anche nel caso di centri noti dalle fonti letterarie e storiche, quali Laos e Skidros, subcolonie di Sibari, ancora oggi è piuttosto problematica la loro identificazione sul terreno.
Infatti nonostante il ricordo letterario di queste città e di culti eroici non vi è finora alcun elemento materiale che provi la presenza micenea o greca di epoca precoloniale, contrariamente al versante ionico e alla zona della Sibaritide. Anche per il VI e V sec. a.C. le testimonianze di presenza greca stanziale sono scarse ed evanescenti, epoca in cui invece vediamo il sorgere di vari insediamenti indigeni costieri lungo il litorale tirrenico tra il Capo Palinuro e la Punta di Cirella.
Vanno ricordati i centri abitati del Palecastro di Tortora, della Petrosa di Scalea e di S. Bartolo di Marcellina, la necropoli di S. Brancato di Tortora.

La ricca documentazione archeologica di questo periodo, relativa soprattutto ai corredi tombali, ci mostra come questa area costiera, prima quasi del tutto disabitata, nel VI secolo sia stata occupata da genti indigene di cultura Enotria, provenienti molto probabilmente dal Vallo di diana e dalla Lucania centrale. Essi erano attratti dalla possibilità di intrattenere rapporti commerciali con i mercanti greci che intensificavano man mano i loro traffici nel Tirreno attraverso la creazione di mercati nei punti di approdo.

La comparsa di emissioni monetali attribuibili a delle comunità indigene stanziate proprio nell’area dell’Alto Tirreno Cosentino, i Serdaioi , sembra testimoniare l’ingresso di tali comunità nel complesso sistema di relazioni politiche e commerciali creato dai Greci verso la seconda metà del VI secolo.

I siti scelti dagli indigeni sono di solito ubicati sui rialzi collinari ben difesi naturalmente e posti a controllo degli approdi vicini e delle vallate fluviali di collegamento con l’interno, posizionati inoltre al centro delle pianure costiere che grantivano il necessario sostentamento alimentare, basti guardare al Palecastro di Tortora, alla confluenza tra Noce e Fiumarella di Tortora, alla Petrosa di Scalea, posto a controllo della baia di S. Nicola Arcella e s. Bartolo di Marcellina, tra Lao ed Abatemarco.

Il materiale che questi siti offre è in prevalenza costituita da ceramiche di produzione indigena, ad impasto lucido o con decorazioni di tipo geometrico, recuperate per la maggior parte sulla costa nei sepolcreti di Palinuro e di S. Brancato di Tortora. L’influenza greca aumenta man mano che si avvicina alla fine del IV secolo, non solo limitata all’importazione di beni preziosi ma all’acquisizione della scrittura e dell’alfabeto in uso a Sibari, come testimoniato dal testo trovato sul cippo di San Brancato di Tortora.

Alla fine del IV secolo a.C. si avverte una cesura nell’organizzazione territoriale Enotria, forse conseguenza dello sfaldamento dell’impero Sibarita dopo la distruzione della città ad opera di Crotone nel 510 a.C. Infatti gran parte degli insediamenti indigeni della fascia tirrenica a sud di Velia sembra esaurirsi tranne quelli che gravitavano sulla valle del Noce.

E’ proprio con l’inizio del V secolo a.C. che appaiono tangibili le testimonianze della presenza greca nell’area; infatti dal 500 a.C. si data la serie di monete battute dalla città di Laos, che finora la sola omonimia col fiume ci obbliga a considerare in questa area.

Dalle testimonianze di antichi storici e letterati, quali Erodoto che infatti ci dice che gli esuli di Sibari nel 494 a.C. abitavano le città di Laos e Skidros, si è ritenuto che sia Laos che Skidros fossero state colonie di Sibari sul Tirreno del VI secolo a.C.

Gli studiosi sono propensi a ritenere che la presenza di una comunità coloniale nei pressi della foce del Lao alla diaspora dei Sibariti scacciati dalla loro città distrutta, e che tale massiccia presenza avrebbe determinato la fine degli insediamenti indigeni nella piana del Lao e delle colline circostanti, quali la Petrosa.
Purtroppo ad oggi non è stato ancora possibile individuare il sito dell’insediamento greco di Laos, che potrebbe far luce su tali problemi irrisoluti; come oscuro resta anche la determinazione precisa del passaggio dalla dominazione greca a quella lucana. La stirpe italica che secondo tradizione veniva dalle aree interne del Sannio, e che durante il V secolo fa sentire la pressione sul mondo greco delle colonie, specialmente lungo il versante tirrenico della penisola.

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KAULONIA –
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La grave mancanza di documentazione che investe il V e la prima parte del IV secolo a.C. nell’area dell’Alto Tirreno Cosentino non consente ad oggi di poter vedere le tracce della comparsa dei Lucani e il momento della loro definitiva affermazione.
Anche qui, dallo storico Diodoro Siculo sappiamo che nel 389 a.C. Laos era una città lucana ricca e fiorente, da cui partivano sortite contro la greca Thurii; anche nella valle del Noce la documentazione archeologica non permette di stabilire l’arrivo dei Lucani. Di certo è solo nella metà del IV secolo che l’organizzazione territoriale lucana appare in forme archeologicamente percepibili e chiare, come nel caso di Laos.

 

Fonte: Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria

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