STORIE – – Fredrika, la ragazza che imparò ad essere se stessa

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L’adolescenza è turbolenza. Rotto il cordone ombelicale, si ha bisogno di volare, liberi. Si ha fretta.

Ma non ci sono mappe. Si cercano modelli che possano orientare il volo. Spesso si procede a tastoni.

A  letto la sera le ammaccature bruciano. Non c’è scampo, la vita s’impara vivendo.

*************

Sì, quella ragazza era del tutto eccezionale. Esemplare. Da imitare. La mamma aveva come al solito ragione. Era ovvio che volesse che Fredrika imitasse Madeleine.

Ma non valeva neanche la pena di tentare, soprattutto per una a cui mancavano tutti i presupposti naturali: era come cercare di fare di un millepiedi una farfalla. Non si poteva decidere di diventare come Madeleine Strand. Bisognava essere nati così, fin dall’inizio.

Madeleine Strand era entrata nel grande magazzino con sua madre. Ma la sua voce era rimasta nell’aria, come un bellissimo nastro.

Fredrika aprì la mano e osservò la biglia. I suoi occhi seguirono le linee morbide della spirale, avanti e indietro, e le sue orecchie erano tese ad ascoltare l’eco della voce di Madeleine.

Richiuse la mano sulla biglia e la strinse forte, fino a che le nocche diventarono bianche.

«Sì, sì! Posso farlo, devo farlo!» pensò.

La biglia dura nella mano stretta! Ora lo sapeva!

Non avrebbe cercato di assomigliare al «modello ideale», di diventarne una pallida copia. Avrebbe invece dimostrato che ce la faceva da sola, si sarebbe, in un certo senso, trasformata in Se stessa. Avrebbe smesso di andare in giro con la testa tra le nuvole come aveva fatto fino ad ora, inconsapevole di sé, incapace di pensare.

Ora sapeva esattamente come doveva essere.

Fece scivolare la biglia nella tasca del soprabito e girandosi vide la propria immagine riflessa nella vetrina del grande magazzino. Osservò per un attimo il suo soprabito, che aveva la forma e la sagoma di Madeleine Strand, ma un altro colore, il <suo> colore. E un altro contenuto, un «suo» contenuto.

Saltò sulla bicicletta e volò via.

Dopo quell’episodio divenne un’altra persona. Cominciò a camminare e a muoversi in modo completamente diverso, con movimenti più veloci e precisi. I suoi occhi avevano uno sguardo nuovo; osservava e ascoltava in modo più attento e consapevole. E soprattutto cambiò la sua voce: quella voce leggermente velata e distratta che dava ai nervi alla mamma scomparve del tutto, cosicché anche il modo di parlare cambiò. Prima parlava lentamente, mentre ora cominciò a parlare veloce, quasi saltando le parole: ma suonavano chiare, energiche, vivaci .

— Finalmente si è svegliata! — disse Irma.

— Sì — rispose Florence — ora si riesce a parlare con lei.

— Dipende da cosa si intende per «parlare»… — commentò Filip.

Papà, all’inizio, non intervenne, ma si vedeva che ci pensava. E improvvisamente, un giorno, pronunciò una frase che tirava sempre fuori quando Fredrika diceva o faceva qualcosa senza capirne il significato:

— Fuori, sotto, tocca a te! — esclamò facendo una smorfia.

Fredrika sapeva cosa intendeva il papa. Si riferiva a un episodio particolare.

Una volta, quando lei andava ancora all’asilo, era arrivata a casa molto arrabbiata. Aveva imparato la filastrocca «Fuori, sotto, tocca a te!» ma, comunque lei si comportasse, la conta finiva sempre allo stesso modo: ad andar fuori era sempre lei. Non aveva capito che, alla parola «fuori», bisognava saltare via dal cerchio ed essere esclusi dalla conta. Così era rimasta ferma al suo posto, arrabbiandosi sempre di più, mentre gli altri si piegavano in due dalle risate.

Quando arrivò a casa, provò subito la filastrocca con papà, e il risultato fu lo stesso. «Fuori» e «tocca a te» arrivavano sempre a lei. Il papà si mise a ridere.

— Prova a incominciare da me, invece — le disse.

Lei ci provò, e ovviamente successe la stessa cosa, ma questa volta fu lui a rimanere incastrato.

Fredrika stava per esplodere dalla rabbia. Che razza di conta era?

— Fuori, sotto, tocca a te! — esclamò allora il papà, spiegandole il meccanismo del gioco.

Da allora in poi quella frase era diventata una specie di messaggio cifrato, che usavano quando uno dei due si trovava di fronte a un problema che non riusciva a risolvere da solo, ma che forse l’altro avrebbe capito meglio… fuori, sotto, tocca a te…

Non incise mai la data sulla biglia di vetro: non sarebbe servito. Si sarebbe ricordata comunque di quel sabato 13 maggio, anno 1972. Ora solare: 15,23 e 54 secondi. –

Luna nuova.

 Da Gripe, “Fuori, sotto, tocca a te!”, Mondadori

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