UOMINI, NON SCHIAVI – – Qui, nella stessa Puglia dove i caporali pagano i braccianti a poco più di un euro l’ora, la cooperativa “Pietra di scarto” coltiva pomodori e olive

 

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C’è un campo fuori dal padiglione. Basta spostare la telecamera. Schiodarla, si fa per dire, dal sito di Rho-Pero. Dal cardo e dal decumano. E riaccenderla, per esempio, a Cerignola. Qui, nella stessa Puglia dove i caporali pagano i braccianti a poco più di un euro l’ora, la cooperativa Pietra di scarto coltiva pomodori e olive. Nei campi lavorano, a contratto regolare, immigrati e italiani, con una particolare attenzione per persone uscite da dipendenze o situazioni di disagio sociale. Le olive si raccolgono a mano, perché la qualità è pregiata, e ottenuta con metodi di coltivazione biologici. Basta spostarsi nel centro del paese per vedere il risultato finale: vasetti di salsa e olive allineati sugli scaffali della locale “bottega del mondo”.

Si chiama Oltre Expo l’ultima sfida del commercio equo e solidale a Expo 2015. Dopo lasettimana mondiale del fair trade, che si conclude il 31 maggio a Milano, e che ha visto protagonisti centinaia di produttori provenienti da 70 Paesi del mondo, Altromercato lancia una serie di iniziative in tutta l’Italia. Manifestazioni di slow cooking, dibattiti, mostre, proiezioni di film racconteranno il mondo del commercio equo e il modello che propone, nel nostro Paese e nel resto del mondo. «Il punto di partenza degli eventi saranno le 300 botteghe del mondo che hanno sede in 160 città italiane» spiega Davide Cavazza, responsabile della comunicazione sociale di Altromercato. “L’obiettivo è soprattutto quello di far conoscere volti e storie, quelli dei produttori italiani che fanno parte della rete del commercio equo, che stanno creando con le loro cooperative un reale cambiamento nei territori dove lavorano”.

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Segno anche di una svolta maturata negli ultimi due anni nel mondo del commercio equo italiano, quella verso il domestic fair trade. I prodotti del sud del mondo continueranno a essere in vendita nelle botteghe, ma a fianco ci saranno quelli a marchio Solidale italiano, provenienti da produttori italiani che lavorano secondo i criteri del commercio equo e solidale. Un allargamento di prospettiva e anche di rete: a Solidale italiano partecipano anche Slow Food e il gruppo cooperativo Cgm. Nelle botteghe esistono già 38 categorie di prodotti alimentari made in Italy, “l’obiettivo è di aggiungerne altre 35 entro la metà del 2016” spiega Nicola Bottazzo, responsabile di Solidale Italiano per Altromercato. Se fino a pochi anni fa il 95% dell’alimentare venduto dal commercio equo erano banane provenienti da Paesi extraeuropei, oggi è possibile acquistare farine, olio d’oliva, salse di pomodoro, marmellate. Entro l’estate Altromercato lancerà anche prodotti freschi. Come la cassetta di ortaggi biologici ed equosolidali, che si potrà ordinare e poi ritirare presso la bottega del commercio equo della propria città o quartiere. In programma c’è anche il lancio di prodotti italiani non alimentari, di artigianato e tessili.

Ma che criteri devono avere i prodotti italiani che entrano nel circuito del commercio equo? “Devono rispondere a standard molto rigorosi dal punto di vista della qualità, prodotti con metodi biologici e nel rispetto dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori” spiega Bottazzo. “La filiera di produzione deve essere la più corta possibile, dal campo alla vendita nella bottega, ed equosolidale al cento per cento”. L’esempio dei pomodori di Cerignola calza a proposito: coltivati nei campi sono lavorati dalla cooperativa e messi in vendita in bottega e in tutte le fasi i criteri equosolidali sono rispettati. Un altro aspetto importante è l’impatto sociale. Le realtà produttive che fanno parte di Solidale italiano lavorano in tre ambiti: economia carceraria, legalità e agricoltura sostenibile.

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A Siracusa l’Arcolaio è una cooperativa sociale che ha creato un forno e un panificio all’interno del carcere. Per il commercio equo produce biscotti alle mandorle e mandorle tostate. In un mercato come quello della mandorla sgusciata controllato dagli intermediari il tentativo è quello di creare una filiera corta e retribuire un prezzo più equo ai contadini, inserendo in più l’aspetto di riscatto e integrazione lavorativa per le persone in carcere.

A operare nel filone legalità non sono solo le cooperative che coltivano terreni confiscati alle mafie, ma anche produttori che in terre difficili e controllate da organizzazioni mafiose si sono rifiutate di pagare il pizzo. Come la cooperativa Goel in Calabria, che continuano a produrre arance, clementine e limoni nonostante le continue minacce della criminalità locale.

Storie di tenacia e innovazione sociale sul campo. Anzi, sui campi. Fuori dai padiglioni.

Emanuela Citterio

Fonte: http://www.unimondo.org/Notizie/Oltre-Expo-la-sfida-del-commercio-equo…

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