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IL SUD? VUOTO A PERDERE – Al di là della propaganda governativa, occorre prendere atto del fallimento delle politiche per il Mezzogiorno degli ultimi decenni

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Renzi ha dichiarato che il suo Governo “ha salvato il Mezzogiorno”. È un’affermazione palesemente smentita dall’evidenza empirica. Al di là della propaganda governativa, occorre prendere atto del fallimento delle politiche per il Mezzogiorno degli ultimi decenni, e operare una radicale revisione degli interventi puntando a rafforzare il tessuto industriale dell’economia meridionale.


Il Presidente Renzi ha recentemente dichiarato che il suo Governo “ha salvato il Mezzogiorno”. E’ davvero difficile comprendere il senso di questa affermazione: stando all’ultimo Rapporto SVIMEZ, il Pil del Mezzogiorno è inferiore a quello greco, ha fatto registrare una contrazione del 13% dal 2008 a fronte del 7.4% del Centro-Nord, configurando uno scenario che SVIMEZ definisce di “sottosviluppo permanente”. Si tratta di un dato, fra i tanti rilevati nel Rapporto, che non può non destare preoccupazione e che smentisce in modo inequivocabile la propaganda governativa[1]. E si tratta peraltro di un’evidenza confermata dai dati recentemente diffusi dal Ministero delle Finanze, dalla quale risulta che, a fronte di una riduzione del reddito pro-capite in tutte le regioni italiane, le contrazioni di maggiore entità si sono manifestate nelle regioni meridionali e nelle Isole.

Occorre innanzitutto individuare le cause che hanno portato a questo esito. Cause sostanzialmente riconducibili alle seguenti.

1) In primo luogo, in assenza di interventi esterni, un’economia di mercato tende spontaneamente a generare divari regionali e ad amplificarli. Ciò fondamentalmente a ragione del fatto che una volta determinatasi un’agglomerazione di imprese in una data area, per l’operare di economie di scala e di network, e per l’esistenza di centri di ricerca e di facile accesso al credito bancario, le imprese operanti in quell’area sono in grado di realizzare maggiori investimenti (e di generare più intensi flussi di innovazione) rispetto alle aree periferiche. Il che si traduce in “effetti di polarizzazione” che attivano meccanismi perversi di riduzione dell’occupazione nelle aree periferiche e di aumento della domanda di lavoro qualificato nelle aree centrali, con conseguenti migrazioni di individui con elevata scolarizzazione dalle aree periferiche alle aree centrali[2]. Gli imponenti flussi migratori dal Mezzogiorno oggi testimoniano il fatto che queste dinamiche sono pienamente operanti e che il “capitale umano” formato nelle regioni meridionali, una volta trasferito in altre aree, contribuisce, tramite trasferimento di produttività, ad accrescere le divergenze regionali, amplificando la spirale viziosa di crescita dei divari regionali: spirale viziosa che non può che essere fermata attraverso interventi esterni.

2) Negli ultimi anni, tuttavia, gli interventi esterni, anziché risolvere o attenuare il problema, lo hanno accentuato. Per due ragioni. Innanzitutto, le politiche di austerità hanno ridotto la domanda interna con evidente danno per le imprese che operano su mercati interni, e, dunque, essenzialmente per le imprese meridionali. In secondo luogo, come attestato dalla corte dei conti, le politiche di austerità, sotto forma di aumento della pressione fiscale e di riduzione dei trasferimenti pubblici, sono state attuate in dosi più massicce proprio nel Mezzogiorno (soprattutto a causa della riduzione della spesa in conto capitale), generando l’esito paradossale per il quale le misure adottate, anziché invertire (o provare a invertire) questa dinamica, la hanno di fatto amplificata. Si noti che non esiste motivazione ufficiale che dia conto del perché i Governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno deciso di ridistribuire risorse a vantaggio del Nord e a danno del Sud[3].

Dovrebbe essere ormai chiaro che il Mezzogiorno non ha bisogno di trasferimenti monetari. L’esperienza dei fondi strutturali come meccanismo di riequilibrio si è rivelata palesemente fallimentare: fondi spesi male, tardi, e spesso per soli obiettivi di acquisizione di consenso. Si può ricordare, a riguardo, che come attestato da Sesto Rapporto sulla Coesione della Commissione Europea, al maggio 2014 l’Italia era quart’ultima su 27 Stati membri nel “tasso di assorbimento”, cioè nella percentuale di spesa delle risorse disponibili per il 2007-13 (di norma, i ritardi di spesa sono ritenuti un segnale di bassa efficienza della stessa). Il che non desta sorpresa dal momento che nelle aree nelle quali la povertà è diffusa, è maggiormente elevata la probabilità che si faccia un uso distorto di fondi pubblici. Ciò a ragione del fatto che laddove i redditi sono bassi è molto difficile che i cittadini pretendano da chi gestisce le amministrazioni locali un’elevata efficienza: ci si limita a domandare alla politica un’azione, per così dire, di pura assistenza, che spesso si realizza in modo non propriamente lecito. Il che, si badi, non è ascrivibile a una diretta responsabilità delle classi dirigenti meridionali, come vorrebbe la vulgata per la quale ogni intervento a favore del Mezzogiorno è destinato a fallire a ragione della strutturale incapacità della classe politica meridionale di gestire in modo efficiente risorse pubbliche e alla sua propensione a utilizzare risorse pubbliche per clientelismo e corruzione. E’ un fenomeno semmai imputabile a una condizione di sottosviluppo che limita l’azione politica locale, nella gran parte dei casi, a una funzione puramente assistenziale.

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A ben vedere, la convinzione che i fondi strutturali possano contribuire alla ripresa dell’economia meridionale è palesemente falsa e, per molti aspetti, pericolosa. Innanzitutto, i fondi strutturali ammontano a solo il 5% del totale della spesa pubblica nel Mezzogiorno e potrebbe essere sufficiente questo dato per rendere del tutto inverosimile l’ipotesi che il Mezzogiorno riprenda a crescere utilizzandoli in modo più efficiente, considerata la percentuale assolutamente irrisoria. In secondo luogo, i fondi strutturali accentuano i meccanismi di dipendenza delle aree periferiche rispetto a quelle centrali, rendendo sempre più difficile l’avvio di un percorso di sviluppo non etero diretto.

Il palese fallimento delle politiche per il Mezzogiorno degli ultimi decenni, basate sulla convinzione che il Mezzogiorno possa crescere esclusivamente valorizzando le sue ‘vocazioni naturali’ (turismo e agricoltura in primis), con trasferimenti monetari compensativi degli squilibri regionali, dovrebbe indurre a una radicale revisione degli indirizzi di policy, che dovrebbero semmai incidere, attraverso investimenti pubblici, sulla specializzazione produttiva dell’economia meridionale, rafforzandone il tessuto industriale. Si può rilevare, a riguardo, che l’economia meridionale è attualmente caratterizzata da un peso crescente del terziario e un’incidenza sul Pil decrescente del settore manifatturiero. Il comparto che fa registrare, pur in un contesto recessivo, le performance migliori resta quello turistico. Si tratta di un settore che presenta alcune criticità, che fanno riferimento in particolare ai seguenti aspetti: in primo luogo, l’aumento dei flussi turistici sembra dipendere più dalla riduzione del reddito pro-capite dei visitatori che dal successo delle operazioni di marketing territoriale. In tal senso, si percepisce il rischio che, a seguito dell’inversione del ciclo economico, i flussi tendano a ridursi in misura consistente; in secondo luogo, nella gran parte dei casi, la gestione dei servizi turistici assume modalità organizzative non adeguatamente strutturate, in molti casi delegate a imprese a gestione familiare in condizioni di ‘disoccupazione nascosta’, non di rado collocate nell’economia sommersa. In tali condizioni, la domanda di lavoro si rivolge, nella gran parte dei casi, a lavoratori con basso titolo di studio o in condizioni di sottoccupazione intellettuale.

Vi sono, dunque, buone ragioni per ritenere che non possa essere questo il solo settore trainante dell’economia locale e soprattutto che non lo possa essere nelle modalità con le quali esso è oggi strutturato. Si fa riferimento, a riguardo, al paradosso per il quale “l’immagine è migliore della realtà”. L’evidenza empirica mostra che i flussi turistici seguono la sequenza esplorazione-coinvolgimento-sviluppo-consolidamento-declino, dove il declino dipende dal degrado ambientale conseguente alla crescita degli afflussi nel tempo in assenza di adeguate politiche di contrasto al deterioramento delle risorse naturali[4].

Non lascia ben sperare il fatto che, a fronte della drammaticità di questo scenario, il Presidente del Consiglio invochi il superamento della “retorica assolutoria del Sud abbandonato” se non altro perché è un’implicita ammissione del fatto che anche questo Governo il Sud lo ha abbandonato[5].

NOTE

[1] Si può osservare, a riguardo, che pure a fronte del fatto che i Governi degli ultimi anni hanno fatto ben poco (se non nulla) per riequilibrare i divari regionali, il Governo Renzi si segnala anche per il fatto di non avere neppure un Ministero per il Mezzogiorno o, come nel caso del Governo Monti, per la coesione sociale. E si segnala anche per il fatto che, all’atto del suo insediamento, il Presidente del Consiglio non ha mai fatto riferimento al Sud.

[2] Sul tema si rinvia a N. Kaldor (1981), The role of increasing returns, technical progress and cumulative causation in the theory of international trade and economic growth, “Economie Appliqueé”, n.4.

[3] In particolare, la corte dei conti registra che “Dalle manovre restrittive risultano maggiormente penalizzate le Regioni (…), nonché, a livello territoriale, le Amministrazioni del Mezzogiorno, con consistenti contrazioni di risorse soprattutto in conto capitale”.

[4] Si rinvia al pionieristico contributo di C.Butler (1980), The concept of a tourist area cycle of evolution, “Canadian Geographer”, XXIV, 1.

[5] Un elenco di provvedimenti di questo Governo a danno delle regioni meridionali è contenuto qui: http://www.lintellettualedissidente.it/italia-2/un-anno-di-renzi-tra-nord-e-sud/

Di Guglielmo Forges Davanzati

Fonte: http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-rottamazione-del …/

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