LA TRISTE STORIA DEL RISORGIMENTO – Nel 1876 e nel 1886 si vararono norme per aiutare i comuni: la Lombardia riceve 79,44 lire ogni diecimila abitanti, il Piemonte 68,81, la Calabria 12,79; e per finanziare l’istruzione inferiore, alla Liguria si danno 15.625 lire ogni diecimila abitanti, alla Calabria 80.

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Cosa direbbe Mariastella Gelmini se si varassero leggi per sovvenzionare le scuole e le si concepissero in modo da mandare quasi tutti i soldi al Sud e quasi niente al Nord?

Il contrario è stato fatto dall’Italia unificata, per «distribuire i contributi dello stato ai comuni in ragion diretta della ricchezza e in ragion inversa dell’analfabetismo»; così, «lungi dall’eliminare il dislivello fra la spesa sostenuta dai comuni più poveri del Sud e quella sostenuta dai comuni più ricchi del Nord, lo ha reso sempre più grave» riporta Giuseppe Donati, in 1912 La questione meridionale. Val la pena ridirlo: i soldi andavano ai comuni più ricchi e con meno analfabeti; le tasse scolastiche (vedi le ricerche di Salvemini) erano più alte nei comuni più poveri e con più analfabeti.

Nel 1876 e nel 1886 si vararono norme per aiutare i comuni piccoli e poi quelli poveri, perché piccoli. Così, il Sud, dove prevalgono i centri popolosi (nel 1861 erano il doppio che al Nord) ma poveri, è sfortunatamente fuori da entrambe le leggi, mannaggia: la Lombardia riceve 79,44 lire ogni diecimila abitanti, il Piemonte 68,81, la Calabria 12,79; e per finanziare l’istruzione inferiore, alla Liguria si danno 15.625 lire ogni diecimila abitanti, alla Calabria 80.

«Ed è accaduto» annota Zitara «che il Piemonte, la Liguria, la Lombardia e il Veneto, per circa tredici anni, hanno visto riversarsi sopra di loro quei milioni che erano destinati a comuni delle regioni più povere.»

Di nuovo, cosa direbbe Tremonti, se scoprisse che, all’alba del Novecento, lo stato spende 93 lire per abitante in Lazio (cioè Roma, per i lavori da capitale), 71,15 in Liguria e appena 8,77 in Basilicata? […]

È grazie a una interminabile messe di leggi come queste che, dal 1860 al 1998, lo stato spende in Campania duecento volte meno che in Lombardia, trecento volte meno che in Emilia, quattrocento volte meno che in Veneto (da La storia proibita).

«Nei primi tre decenni successivi all’unificazione nazionale la classe politica che governò il paese fu in larghissima prevalenza di origine settentrionale» ricorda Marco Meriggi, docente di storia moderna, in Breve storia dell’Italia settentrionale. E in base “a “localismo” e “clientelismo” decideva le spese. Così, «per tutto il primo ventennio unitario, queste ultime si concentrarono soprattutto al Nord». Fu D’Azeglio a dire: «Queste Camere rappresentano l’Italia come io rappresento il Gran Sultano turco».

(Io, però, prima o poi, ‘sta domanda la devo fare: ma perché i meridionali si fanno trattare così?)

Nei primi decenni postunitari, la sproporzione Nord-Sud nella spesa pubblica è… bilanciata dal fatto che in Meridione meno si investe, più alte sono le tasse. Qualche cifra devo continuare a darla, prendendola dai sacri testi.

Chi si annoia, può saltare i paragrafi seguenti, che ridotti a sintesi para-leghista suonano: «Milano, ladrona, purtroppo il Sud perdona»; perché dimentica e si colpevolizza per un’arretratezza procurata da chi gliela rimprovera.

L’Italia ereditò l’uso sabaudo di spendere più di quanto incassasse: oltre il doppio che tutti gli stati preunitari messi insieme.

Le entrate dalle province dell’ex regno meridionale quasi triplicarono entro la fine del secolo (provate a calcolare il triplo delle tasse sul vostro reddito). Ma alla Liguria si restituivano 135 lire ogni 100 di prelievo; alla Puglia, 43,5.

Ettore Ciccottì, deputato lucano, nel 1904, chiese che la sua regione fosse abbandonata dallo stato, perché potesse, con le proprie risorse, badare finalmente a se stessa.

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La revisione del catasto venne «calibrata sulle caratteristiche e le esigenze del Nord»; cosi, «le più ricche province» della Lombardia e del Veneto venivano tassate dell’8,8 per cento, mentre le più povere, in Calabria e Sicilia, del doppio e più. Come dire che si pagava un’Ici tanto più alta, quanto più misera era l’abitazione.

Si calcolò che ogni 1.212 italiani “iniquamente tassati”, mille erano meridionali, 151 settentrionali e 61 dell’Italia centrale. Como, ricco polo industriale e turistico, pagava infinitamente meno di Foggia, povera e agricola, e con una popolazione di oltre un terzo inferiore.

Persino il “costo delle tasse”, le spese per riscuoterle, schiacciava il Sud in modo sproporzionato: sul contribuente del Mezzogiorno, questa tassa sulla tassa era sino a cinque volte più alta.

Una fiscalità «oppressiva» e «antisociale», per Ciccotti, perché tanto più gravava sulla miseria, quanto più questa era profonda. Sino all’obbligo di contribuzioni “addizionali” richieste al Sud, per opere pubbliche nella sola valle del Po, spesso varate solo per tacitare «masse tumultuanti di operai»; fatte senza urgenza o necessità e persine male. Francesco Saverio Nitti calcolò con quali indici la tassazione cresceva in senso proporzionale alla povertà. A parità di popolazione, la Sicilia pagava, sui consumi, tre volte e mezzo più tasse delle Venezie.

«Leggi di vera spoliazione dei miserabili» le chiamò Sidney Sennino (dall’antologia di Rosario Villari, II Sud nella storia d’Italia].

Fonte: Pino Aprile,  TERRONI,  Piemme

 

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