La triste vita dei contadini ed il Risorgimento

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Dato che il Risorgimento fu una guerra civile fra le vecchie e le nuove classi dirigenti, i contadini rimasero neutrali salvo per quel tanto che esso venne ad intrecciarsi accidentalmente con la perenne guerra sociale da loro stessi combattuta.

Non nutrivano alcun amore per l’unità d’Italia e probabilmente non si resero conto di quel che il termine significasse finché non penetrò nelle loro case sotto forma di prezzi e imposte maggiori e di coscrizione obbligatoria. La loro tendenza istintiva era di resistere a qualsiasi esercito patriottico che sopraggiungesse a requisire le loro scarse provviste alimentari, e in politica pertanto costituivano di solito una forza controrivoluzionaria.

Nel 1848 molti contadini lombardi aprirono le chiuse dei canali d’irrigazione per frenare l’avanzata dei piemontesi. Nel 1849, come nel 1799, avevano combattuto sia nel Nord che nel Sud a favore delle vecchie dinastie, in quanto la loro ostilità contro l’oppressione regia era inferiore al loro odio per l’avvocato, l’usuraio locale e il fattore che amministrava la tenuta del proprietario, i quali tutti rappresentavano una forma di oppressione ben più immediata e gravosa.

Il patriota Pisacane era stato ucciso nel 1857 da quegli stessi contadini napoletani che aveva voluto liberare, le medesime masnade rustiche che non di rado ostacolarono Garibaldi e che sui campi di battaglia spogliavano e rapinavano i soldati caduti di entrambe le parti.

 

Dato che l’Italia era un paese prevalentemente agricolo, i contadini formavano il grosso della popolazione, e figure di rilievo nazionale come Verdi, Pio X e Mussolini non rinnegarono mai le loro umili origini. Garibaldi e persino il re avevano più in comune con la plebe delle campagne che con i proprietari terrieri intellettuali del tipo di Cavour.

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Per lunghi periodi dell’anno, buona parte dei lavoratori agricoli rimaneva disoccupata, mentre la sovrappopolazione comprimeva i loro salari al livello della mera sussistenza. L’emancipazione giuridica dal feudalesimo aveva significato per loro l’abolizione di numerosi diritti non meno che di oneri e doveri, in quanto i signori feudali a suo tempo avevano assunto anche obblighi e responsabilità che ora erano venuti meno.

I poveri dovettero sopportare gli aspetti peggiori di entrambi i sistemi: a prescindere da ciò che potesse affermare la legge, il contadino continuava a prestar la sua opera per le corvè; mentre non di rado la sua famiglia si trovava ancora ad essere in pratica una proprietà del padrone, che la manteneva in una condizione di subordinazione personale per mezzo di «campieri» e «mazzieri» che portavano la sua livrea.

Il bracciante che non possedeva né animali né attrezzi agricoli era a sua volta alla mercé del contadino più ricco, e negli anni di cattivo raccolto soltanto l’usuraio poteva salvarlo dall’inedia.

Nel 1877 Sonnino descrisse come i contadini della bassa valle del Po si nutrissero quasi esclusivamente di mais. In Puglia i braccianti a giornata non mangiavano quasi che pane nero d’orzo cucinato due o tre volte all’anno. Dato che non avevano capacità d’acquisto, l’industria era privata di un mercato potenziale, e di conseguenza lo sviluppo industriale venne ritardato. Così, non esisteva neppure sbocco alcuno per l’eccesso di manodopera che immiseriva le campagne.

Soltanto la Chiesa e qualche filantropo si occupavano dei nove decimi sommersi della società italiana che vivevano per il resto in condizioni di oblio completo. Ci volle del tempo prima che i medici collegassero la pellagra con il consumo di mais o giungessero a capire quale fosse la causa della malaria, che affliggeva parecchi milioni d’italiani con febbri terzane e quartane a carattere cronico e manteneva incoltivati e malsani molti milioni di ettari.

Centinaia di migliaia di italiani vivevano in grotte, o in capanne di sterpi e di mota prive di finestre, o nelle umide cantine dei «fondaci» napoletani; e i dati presentati al parlamento nel 1879 stanno a indicare che in alcuni quartieri operai di Roma vi era spesso una densità di dieci persone per stanza.

Nelle regioni agricole meridionali gli analfabeti erano la stragrande maggioranza. Vi era diffuso il detto che il mantenimento di un asino costava più di quello di un uomo, e i Mille di Garibaldi, che erano quasi tutti di provenienza cittadina, rimasero sconcertati nell’incontrare pastori coperti soltanto da pelli di capra.

Le strade erano inesistenti persine fra alcune delle città principali; c’era scarso commercio, la terra era coltivata solo a tratti, il mare circostante era solcato da pirati, e il paesaggio assomigliava più a quello dell’Africa settentrionale che a quello dell’Italia del Nord. W.S. Gilbert, librettista della compagnia Gilbert e Sullivan, fu catturato da giovane dai briganti di Calabria.

I briganti Cosimo Giordano, Carlo Sartore, Francesco Guerra (foto L. Sangiuolo)

I briganti Cosimo Giordano, Carlo Sartore, Francesco Guerra (foto L. Sangiuolo)

La malaria, i briganti e la mancanza d’acqua costringevano le popolazioni ad ammassarsi in grandi villaggi che distavano fino a una ventina di chilometri dalle zone in cui lavoravano. Ancora nel 1861 esistevano nel Mezzogiorno luoghi in cui il denaro non era necessario all’economia. L’affitto, le decime al parroco, la «protezione» offerta dai campieri dei proprietari e gli interessi dovuti agli usurai potevano tutti esser pagati in natura.

In un ambiente siffatto le condizioni feudali avevano facili possibilità di sopravvivenza; l’ineguaglianza delle sostanze era grande, quasi assente invece l’idea dell’eguaglianza di tutti di fronte alla legge. Era un mondo dominato dallo spirito della Controriforma, in cui il clero esercitava una forte influenza su di una popolazione di servi bigotti e la gente apprendeva soltanto in chiesa qualche elementare norma morale e qualche nozione politica, mentre i bambini non avevano occasione di frequentare la scuola.

 Le condizioni di vita e di lavoro portavano continuamente i contadini alle soglie della rivolta e non c’era rivolgimento politico che non li inducesse a trame partito in un’insurrezione parallela che poteva essere di gran lunga più crudele e distruttiva.

Per quanto alieni questi contadini fossero da qualsiasi simpatia nei confronti delle aspirazioni politiche del liberalismo, è certo tuttavia che senza il loro non intenzionale appoggio la rivoluzione stessa avrebbe potuto anche fallire. Ai loro occhi ogni insurrezione significava un’opportunità di saccheggio e d’incendi, un’occasione per attaccare gli scherani del padrone e la polizia, per bruciare il municipio con i ruoli delle imposte e i registri catastali che vi erano conservati, per occupare la terra del padrone e deviare le acque dal suo mulino.

A volte, spinti dalla fame, erano essi stessi ad accendere la prima scintilla di- quella che sarebbe diventata poi una rivolta politica, perché essi soltanto avevano tutto da guadagnare e poco da perdere da un’aperta lotta di classe.

La forza motrice del Risorgimento quindi non consistette affatto soltanto nell’eroismo di Garibaldi e nell’abilità di Cavour; era rappresentata altresì, anche se in misura minore, da vendette personali o sociali e dai conflitti tra famiglie per il controllo del governo locale.

Denis Mack Smith – STORIA D’TALIA – Laterza

 

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