Storia della salina di Lungro – (PRIMA PARTE)

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La  miniera di salgemma ha rappresentato per secoli la storia, la vita stessa di Lungro e anche la sua ragion d’essere in quanto il casale Lungrum dell’anno mille, e forse anche prima, sorse intorno alla zona di S. Angelo per la logistica sistemazione dei lavoranti dell’antica miniera di sale di cui parla addirittura il romano Plinio “il naturalista” nella sua Storia naturalis.
Il binomio Lungro – salina è stato sempre il biglietto da visita della nostra comunità. Il territorio di Lungro, angusto ed in massima parte collinare montano, non ha offerto soddisfacenti risorse a livello agricolo, e la particolare ubicazione su una zona isolata geograficamente non ha consentito uno sviluppo dei commerci per cui la miniera di salgemma, per anni una delle poche aziende statali esistenti in Calabria, ha rappresentato il principale punto di sostentamento economico, ragione per scambi socio-culturali, fucina di formazione delle coscienze a livello lavorativo e sindacale. Nel corso della relazione vedremo come, a prescindere dal lato economico e sociale, fra la salina ed i suoi operai si sia stabilito un rapporto affettivo, quasi idilliaco, che non si riscontra ad esempio nel rapporto operaio-frabbrica.
La linfa vitale, per intere generazioni, il motivo di sviluppo, la ragione dell’esistenza del casale Lungrum prima e di Lungro poi, è dovuto alla miniera di salgemma: sia per il lavoro che ha dato nei secoli alle migliaia di lungresi che sono scesi nelle viscere, e sia perché la presenza di salariati fissi in così grande numero, eccezionale per la zona ed i tempi, ha contribuito ad uno sviluppo anche di attività artigianali e soprattutto commerciali; i commercianti di Lungro sia a livello alimentare che diverso, sono stati i protagonisti positivi di qualsiasi andamento di mercato.
Ma occorre dire che la miniera di salgemma ha sì rappresentato per secoli la principale fonte di lavoro per i lungresi, ma ha avuto anche il suo risvolto negativo. Le condizioni di vita e di lavoro degli operai all’interno di essa non erano idilliache anzi a tratti hanno raggiunto quasi il limite delle possibilità umane.
Lo sfruttamento della miniera, la cui età di formazione è difficile da stabilire, può farsi risalire ad epoche assai remote durante le quali si dovette procedere all’estrazione del sale minerale in superficie, per così dire alla luce del sole, dove era più facile raccoglierlo.
Il minerale ricavato dalla miniera di salgemma deriva dall’evaporazione delle acque marine di grandi bacini scomparsi o sommersi. È intuibile come in questa zona e particolarmente in questo invaso, milioni di anni fa, vi fosse un tratto di mare chiuso che poi con l’evolversi delle ere sia evaporato, consentendo la formazione del grande masso salino che costituiva la miniera.
Il salgemma ha un aspetto talvolta grigio scuro, compatto, talvolta bianco opaco ed anche vitreo trasparente.
Schematicamente la miniera di salgemma di Lungro da quando si è potuto dedurre dalla descrizione degli operai e dalle varie relazioni e piante di tecnici era composta da un ammasso salino che si tendeva verso nord-ovest prendendo come punto di riferimento l’imbocco principale. Tale masso salino aveva la forma di un cono rovesciato; infatti, più si scendeva nei vari piani e livelli del sottosuolo e più il diametro del masso si restringeva.
Il primo a parlare dell’esistenza della miniera fu Plinio “il naturalista” che, sceso il Calabria in qualità di prefetto della flotta romana di stanza a Miseno, visitò la zona della miniera.
Dopo l’anno mille le vicende della salina furono legate alla storia dei feudatari della zona. A proposito di questo per rinfrescare la memoria occorre fare una sommaria cronistoria per illustrare in modo chiaro e lineare la storia della salina.
La salina si trovava dunque nel territorio di Lungro (Lungri-Luncri-Lungrum nelle carte antiche) che insieme ad Acquaformosa e Firmo formavano i tre distretti della contea di Altomonte, all’epoca Brællum o Bragallum.
Ogerio, un discendente della famiglia Guasta o Vasta, era il padrone della contea e quindi anche della miniera. Egli nel 1156 smembrò il territorio che comprendeva anche la salina dandolo in dono ai monaci basiliani. In quel periodo, un poco distante dall’affioramento salifero, nella zona di S. Angelo, esisteva un casale abitato da uomini che erano addetti essenzialmente all’estrazione del sale. La salina restò, però, ad Ogerio ed infatti si constata dalle vecchie carte, che negli anni seguenti assegnava un quantitativo di sale anche ai monaci di Acquaformosa (i Cistercensi).
Negli anni seguenti la miniera cambiò spesso padrone; il più famoso di essi fu sicuramente Federico II di Svevia, il quale, una volta impossessatosi di essa, fissò per la prima volta un prezzo del sale e sfruttò maggiormente la miniera senza apportarvi però miglioramento alcuno. Dopo la morte di Federico II, avvenuta nel 1250, la miniera fu data a Guglielmo Pallotta, poi ad Umberto de Aurelianis e successivamente  ad Adalgisa d’Artus, figlia di Gerardo, uno dei primi signori che vennero dalla Francia con Carlo d’Angiò per conquistare il regno di Napoli.

Ferdinando I d'Aragona

Ferdinando I d’Aragona

Re Ferdinando I d’Aragona del titolo di principe di Bisignano.
Questo periodo è fondamentale nella storia di Lungro e della salina, in quanto, fu il tempo in cui di stabilirono a Lungro, i profughi d’Albania, gli albanesi. In questo periodo si iniziò l’estrazione del sale in profondità e le prime gallerie sotterranee furono puntellate con travi di legno.
Non sarà mai superfluo rimarcare come la storia della miniera sia stata anche per secoli la storia di Lungro; dalla venuta degli albanesi si succedettero nel Regno di Napoli Aragonesi, Spagnoli, Borboni, Francesi, quindi nuovamente Borboni fino all’unificazione dell’Italia nel 1860.
L’ingresso della miniera si trova a due chilometri a sud del paese verso Fiumicello e Pettinaro, ma il giacimento si espande nelle varie direzioni; la più estesa è quella a nord-est.
Dapprima vi si accedeva mediante la strada scorciatoia che, partendo da S. Leonardo, scende verso il boschetto adiacente la salina; era quello un percorso a piedi. Col passare degli anni è subentrato il nuovo percorso rotabile della S.S. 105, i cosiddetti “gironi della salina”.
Se da una parte la salina ha rappresentato un punto di riferimento vitale a livello di fonte di lavoro per le generazioni che si sono succedute nel corso dei secoli, d’altro canto, occorre dire, come abbia costituito un abbrutimento, una sorta di lavoro forzato per le condizioni di lavoro inumane.
Nella seconda metà del 700 l’estrazione del sale nella miniera di Lungro avveniva in maniera caotica e sempre in profondità. Il perché di questa scelta facilmente si comprende: coloro che prendano in affitto la miniera non avevano alcun interesse a dare una traccia di regolarità all’estrazione del sale, visto che la loro maggiore preoccupazione era di ricavare quanto più possibile durante il periodo in cui avevano in fitto la salina.
La tendenza, poi, ad approfondire i lavori anziché, come era più logico, ad estenderli orizzontalmente derivava dal fatto che in quegli anni il trasporto del sale veniva pagato ai lavoranti a misura della distanza del percorso con poca differenza se esso avveniva in senso verticale od orizzontale. Inoltre gli antichi coltivatori della salina è probabile che abbiano incontrato in direzione estese zone alquanto sterili, incapaci di dare un rendimento maggiore ai loro già lauti profitti, e che non abbiano, pertanto, tentato di attraversarle per trovare altri ricchi giacimenti di sale.
Questo modo di sfruttamento della salina col passare del tempo però, rivelò i suoi lati negativi tanto che i lavori all’interno di essa furono notevolmente rallentati, ed in alcuni periodi si fu costretti a chiuderla; la lontananza del bacino di estrazione costringeva infatti i lavoranti ad impiegate più tempo nel trasporto del sale, rendendo difficoltosa la lavorazione all’interno, visto che non vi  era all’epoca nessuna soluzione per eliminarle.
Ma il danno più grave causato dalla lavorazione in profondità era la mancanza di circolazione dell’aria nei sotterranei della miniera; pertanto lavorare in profondità verso la fine del secolo, per tutti questi motivi, era diventato impossibile cosicché la salina, per un certo periodo fu chiusa. Gli affittuari, dietro compenso del governo decisero allora di riprendere la lavorazione dei cantieri abbondanti, ma commisero l’errore di sfruttarli senza risolvere razionalmente il problema di rinforzare i cantieri che minacciano da un momento all’altro di crollare.
Bisogna giungere al periodo di Gioacchino Murat per trovare un primo ordinamento tecnico ed amministrativo della miniera.
Con l’occupazione francese, la salina, fatto importante, passò dalle mani dei privati ad essere gestita direttamente dal Demanio e precisamente dalla “amministrazione dei Dazi Indiretti”.
I francesi trovarono la salina in condizioni veramente precarie tanto che venne definita da alcuni più un ovile che una miniera. Per questo motivo il Governo inviò sul posto nel 1811 il famoso mineralogista Melograni, Ispettore delle Acque e delle Foreste, col compito di fare il punto sulle condizioni della salina e di indicare altresì i rimedi che consentissero di procedere con regolarità all’estrazione del sale.
La miniera possiede una sola buca chiamata “mandriglio” dove, prima che i francesi costruissero un magazzino, erano soliti radunarsi insieme ufficiali, facchini, muli e vetturini; proseguendo per la “mandra” si incontravano un groviglio di cunicoli, passaggi, piazze, camere e vani che non offrivano nessuna sicurezza visto che non esisteva nella miniera l’intravamento di legname.
Vi era poi un ingente quantità di acqua, la quale non avendo nessuna uscita per mancanza sia di cunicoli di scolamento che di macchine di estrazione si accumulava nei luoghi bassi con grave danno per la produzione, perché scioglieva, come si è detto, una grande quantità di sale, e con grave pericolo per gli operai, visto che erodeva e faceva marcire i pochi punti di sostegno.

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Ma lo spettacolo più funesto era rappresentato dall’aria viziata prodotta dalla completa assenza di ventilazione. Nella miniera vi erano, infatti solo due aperture: una chiamata “cammino” che consisteva in vero e proprio foro fatto all’apice della montagna; l’altra chiamata “buca del mandriglio”. Le due correnti d’aria provenienti da questa buca interessavano però solo la parte superiore della miniera e nemmeno in modo sufficiente perché la circolazione dell’aria era impedita dagli stretti passaggi e dai labirinti; nella parte inferiore e specialmente nei luoghi adiacenti alla fossa, l’aria era tanto scarsa che i minatori avevano una respirazione “affannosa e stentata” da considerarsi comunque miracolosa visto che si era ad una profondità di 512 palmi (128 m.).
Il Melograni propose al governo di rinforzare i cunicoli, costruire un pozzo perpendicolare, e di praticare l’apertura di un cunicolo principale per la circolazione dell’aria, per l’estrazione del sale e delle materie inutili e di ostacolo ai lavori interni della salina per risolvere così il problema degli allagamenti a di eliminare finalmente il trasporto a spalla che sarebbe stato sostituito con un argano o con un tamburo mosso da cavalli.
I francesi accettarono questi consigli, e nel 1815 diedero inizio ai lavori che però vennero bloccati dagli eventi bellici.
Il nuovo governo borbonico trovò comunque una salina con un fabbricato nuovo e rilevò una organizzazione della miniera che rimarrà la stessa fino all’avvento del governo piemontese.
A questi problemi di ordine tecnico si sommavano quelli di natura economica. Per questo nel 1821 il Governo diede ordine al signor Francesco Silvani di fare una ricognizione mineralogica della salina per stabilire se conveniva chiuderla o meno; il Silvani non poté che prendere atto della precaria situazione illustrata in precedenza e concluse la sua relazione così: “Uomini barbari fare non potean di peggio, ivi in ogni angolo sembra la morte dipinta, tale o signori lo stato della salina di Lungro, per quello che riguarda il suo stabilimento stato veramente infelice ed in decadenza”.
Per quanto riguarda la situazione della produzione, a parte i problemi di organizzazione del lavoro e quelli relativi alla condizione della miniera, la principale causa della crisi era comunque da individuare nel mondo in cui avveniva la scelta del sale e la sua commercializzazione.
Dal masso salino si estraeva solo il sale “cervino duro”, che rappresentava nemmeno la quarta parte del sale estratto, e si mettava in commercio, mentre tutto il resto veniva distrutto. Questo, ovviamente, con grave danno per l’economia ed i guadagni della miniera; infatti solo il sale “bardoso” che era il 15% del prodotto era da non utilizzare, il resto del sale, invece, pur non essendo di ottima qualità come quello cervino, poté essere utilizzato.
Il Silvani consigliava di fare una pianta topografica della miniera, sia interna che esterna, in modo da regolarizzare ed unire le gallerie per sapere dove far costruire le colonne di sostegno per eliminare i sopracieli superflui e per creare più aria, per conoscere il livello reale della miniera stessa e dell’alveo del torrente Fiumicello che scorreva nei pressi.
Suggeriva la costruzione di una strada carrozzabile, di un riparo all’esterno della salina, dell’apertura di un cunicolo per far introdurre aria nella miniera, di ripulire l’interno della miniera, e di non fare assolutamente disboscare il boschetto nei pressi della miniera che rappresentava l’unica garanzia contro le alluvioni, e favoriva la purificazione dell’aria. Vi fu in quegli anni un susseguirsi di ispezioni, di relazioni, di proposte, di progetti mai messi in atto e vennero inviati prima l’ispettore Thomas e poi il direttore dei Dazi Indiretti, Lamannis.
I minatori erano naturalmente i soli a pagare questa situazione e la “provvidenza” divina veniva considerata di fatto l’unica arma contro eventuali pericoli; non a caso Provvidenza I, Provvidenza II, speranza I, Speranza II, erano i nomi con i quali gli operai indicavano le gallerie nuove e pericolose.
Nel 1824 finalmente il Ministero delle Finanza e quello della Guerra ordinavano al Genio di spedire nella miniera un ufficiale, ed il Genio inviò l’ingegnere Galli che arrivò a Lungro nel gennaio del 1825.
Il Galli in pochi mesi rilevò la pianta interna ed esterna della miniera e la livellazione della galleria e fece anche una relazione con descrizione topografica della salina. Il 5 marzo 1825 iniziarono i lavori per la costruzione degli indispensabili cunicoli.
Allo scavo si dette una forma quadrata di otto palmi; mano a mano che scavava, la buca veniva rivestita di tavoloni di sostegno situati verticalmente e sostenuti da travi di certo orizzontali incastrati fra di loro. Alla profondità di 140 palmi (35 m.) si conobbe il bisogno di formare un vaso orizzontale tanto per situarvi un secondo argano per elevare la maniera tanto per riposo e ricovero degli operai.
Vi era poi il grosso problema dell’assorbimento del gas acido-carbonico che davano i lumi (non esisteva in quell’epoca la luce elettrica) e la respirazione degli uomini. Fu messa in opera l’introduzione dell’aria respirabile, raccolta da un mantice  a doppia cassa onde non aver interruzione nello spingerla e portarla nel fondo del pozzo da tubi conduttori.
Alle sette di sera del 1827, dopo due anni, sei mesi ed otto giorni da quando erano “partiti” dall’imboccatura finalmente gli operai giunsero terminando il traforo della galleria del “sopraccielo”, erano stati scavati 81 metri di terra larghi 208 centimetri, un’opera per quel tempo maestosa, considerato che non si avevano a disposizione a Lungro aiuti di alcun genere.
Negli anni successivi la salina fu meta di parecchi studiosi e geologi tra i quali il Pilla, ma nonostante l’attenzione da parte del governo non corrispondeva un altrettanto l’attenzione da parte del governo non corrispondeva un altrettanto interessamento verso la soluzione dei decennali problemi della miniera. Poi, verso la metà degli anni cinquanta, i direttori della salina preoccupati specialmente del problema dell’areazione che non era più sufficiente col sopramenzionato ormai “famoso” pozzo Galli, ma anche per l’evidente stato di precarietà della struttura interna delle gallerie dovettero chiedere al governo dei provvedimenti per scongiurare la chiusura della salina stessa.
Dopo l’unificazione d’Italia la salina fu ancora più volte studiata e descritta; prima con una relazione del giugno 1862 dall’ispettore capo Felice Giordano, poi da Niccolò Pellati, poi dai vari direttori: nel 1868 dall’ing. Bermanni, nel 1870 e 1877 dall’ing. Bertolosi.
In questi anni la parte tecnica della salina fu dunque più curata anche perché il governo inserì nell’organico un ingegnere. Ma solo per poco; infatti l’Amministrazione Generale, per un malinteso interesse, aveva adottato il sistema di affidare questa salina a direttori reggenti, i quali non avevano altra mira che conseguire un ribasso dei costi di produzione del sale rispetto all’amministrazione precedente, unico e sicuro mezzo per ottenere la stabilità del posto e procedere nella carriera. In conseguenza di ciò, abbandonata ogni regola d’arte nello scavo, l’opera dell’ingegnere era frustrata, anzi in molti casi era messo nelle condizioni di dover sostenere lotte ed attriti per impedire che fosse compromessa la solidità dei lavori in quanto vi erano immensi vuoti, rare colonne, che spesso venivano in seguito tagliate e siccome nelle parti basse la fertilità si pronunciava considerevole, il trasporto ed anche l’areazione era difficoltosa specialmente in estate. Il banco salino della miniera era situato nel fianco di una collina che iniziava dal “cozzo delle belle donne” e terminava al torrente “Pettinaro”. Questa collina abbastanza inclinata era in realtà molto franosa ed ogni anno si registravano considerevoli scoscendimenti.
Il pozzo Galli si trovava nella parte più franosa di questa collina, per tale causa durante i lavori per ingrandire la sezione del pozzo Galli nel 1871 si ebbe il crollo di un blocco di sale che uccise due operai, ferendone altri tre gravemente. I lavori di ingrandimento del pozzo furono sospesi e l’inchiesta che seguì stabilì di non utilizzare più il pozzo Galli per l’estrazione e di rivestirlo per intero di travi di muratura.
Il 15 gennaio 1881 venne inviato a Lungro l’ing. Bellavite con l’ordine di continuare i lavori nel pozzo Galli per adattarvi un ascensore; l’ingegnere Bellavite, però, dopo vari rilievi, sconsigliò di continuare i lavori dato che i pericoli erano grandi, la spesa enorme, la probabilità di successo assai scarse. Propose l’apertura di un nuovo cunicolo verticale.
Fu approvato il progetto, per un pozzo del diametro di tre metri e profondo settantatre metri. A questo pozzo, costruito dagli stessi operai della salina, venne dato il nome di pozzo Bellavite.
Il 6 marzo 1882 i lavori furono ultimati e in seguito a tale fatto non solo sparì l’umidità, ma tale fu la velocità della corrente d’aria che i picconieri dovettero lavorare vestiti (come è noto gli operai lavoravano ignudi per il caldo eccessivo che vi era sottosuolo).
A vari cantieri vennero dati i nomi che la fantasia degli operai e dei tecnici dettavano: pozzo di estrazione Bellavite, pozzo di aeraggio Galli, galleria nord, galleria Plinio il vecchio, Speranza III, galleria Cavour, traforo Margherita, cantieri Galileo e Vittorio, piano Provvidenza, cantiere Fertilità, S. Nicola, Amedeo.
Agli inizi del secolo, il problema atavico delle frane all’interno di accentuò, e nel 1916 la direzione della miniera, anche perché pressata da agitazioni operaie di una via di accesso oltre alla vecchia “Puntellata” da dove scendevano gli operai, una uscita di sicurezza in caso di un eventuale crollo.
I lavori di questa nuova via non si può dire che furono ultimati sollecitamente; nonostante la gravità della situazione il traforo fu finito nel 1937, 23 anni dopo!
A cavallo dell’unità d’Italia l’organico della salina era così composto:
Direzione retta da un direttore, quasi sempre un ingegnere col mensile di 53 ducati (lire 4,25); a proposito occorre dire che all’epoca vi era anche il grano = 0,0425 lire e come misure il rotolo (0,89 Kg.) ed il palmo (0,2646 metri).

Facevano anche parte della direzione un controllore, un contabile, un archiviario, un ingegnere, un commesso, un secondo commesso, un terzo commesso, un capo custode, cinque pesatori, un coordinatore dei servizi.
Vi erano poi tre sottocapi con compiti di controllo e quindi gli operai salinari, 670 compresi gli avventizi con le seguenti qualifiche e salari: 120 tagliatori; 290 faticanti pagati secondo l’età e il lavoro, gli anziani e i giovani, 50 saccheggiatori, 21 facchini, 20 maestri, 90 lucernieri, caricatori e raccoglitori di schegge.
Gli impieghi ufficiali, che erano pagati dal Regio fisco, nella salina di Lungro, intorno al 1750, erano pagati dal Regio fisco, nella salina di Lungro, intorno al 1750, erano i seguenti: il Portolano che custodiva le bocche della salina da dove usciva il sale; era presente alla consegna del sale che il “maestro tagliatore” dava al “droghiere”, constatava la qualità di sale che era consegnato e vigilava che il sale non fosse trafugato dalle saline senza farlo passare dal “fondaco” che era una specie di dogana. Il  capo “mastro tagliatore” dopo aver ricevuto il sale dai “tagliatori” ne registrava le quantità portate da ciascuno, provvedendo poi a consegnarlo al Regio Doganiere o Fondachiere. Il Fondachiere o Doganiere riceveva il sale dal capo “mastro tagliatore”, lo pesava e lo annotava insieme al Cassiere maggiore, lo conservava nel fondaco e poi lo vendeva sempre in presenza del cassiere. Il cassiere era presente alla consegna del sale che si faceva in magazzino e poi lo registrava. Il Bilanciere pesava il sale ai compratori registrandone puntualmente la quantità. Il Credenziere, infine, annotava su un libro il sale che si riceveva con la data, il mese, l’anno, cognome e nome della persona. All’epoca la salina non era ancora sotto il Demanio, era ancora gestita da privati, tuttavia gli stipendi degli ufficiali erano pagati, a giusto motivo, dal Regio Erario che con i suoi uomini di fiducia cercava di frenare i furti, il contrabbando di sale e gli imbrogli degli appaltatori del Demanio stesso.
Per quanto riguarda la situazione dei minatori, la salina di Lungro contava 50 tagliatori che dopo aver tagliato il sale con rudimentali piccoli e punteruoli, lo consegnavano al capo faticante, il quale, a sua volta lo dava al capo tagliatore. Vi erano inoltre i tagliatori che si occupavano di staccare il sale dalle pareti; i lucernieri ed altri operai addetti alla manutenzione ed allo scolo delle acque. All’esterno della miniera vi erano poi il guardiano dei carri, i vetturali del sale ed un gruppo di militi con il compito di reprimere e scoraggiare il contrabbando.
Le condizioni di lavoro erano inumane ed erano rese ancor più drammatiche dalle precarie condizioni della miniera sprovvista di qualsiasi misura di sicurezza. Gli appaltatori, come si è detto, non avevano, infatti, alcuna intenzione di spendere soldi per la manutenzione, ma cercavano solo di ricavare più denaro possibile lasciando i guasti della gestione agli eventuali successori. Questo spiega perché le condizioni della miniera col passare dei decenni siano andate sempre più peggiorando. I primi contrabbandieri delle Regie Saline erano sicuramente gli amministratori ed i loro fidi ufficiali i quali, alcune volte in modo rozzo e sfacciato, altre volte in modo sofisticato riuscivano ad imbrogliare il Regio fisco ed arrotondare lo stipendio.
Ai principi dell’800, quando i francesi occuparono la Calabria, l’estrazione del sale era condotta in modo del tutto caotico e precario, il prodotto non era sufficiente per il bisogno della popolazione ed il pericolo della totale mancanza di minerale vitale, per “salare” e per conservare degli alimenti, era costante. Il governo napoleonico decise alla fine d chiudere la salina di Lungro comprando il sale marino che veniva dalla Sicilia con navi ad un prezzo conveniente.
Le popolazioni protestarono duramente contro la chiusura degli stabilimenti minerari, perché la chiusura comportava la perdita di lavoro per centinaia di operai e danneggiava anche l’economia collaterale che, in un modo o nell’altro, viveva con la miniera, non ultimi gli stessi contrabbandieri.
Il governo Murat, preoccupato dell’impopolarità dell’iniziativa decise di riutilizzare le saline e nel 1812 si scelse per l’estrazione la salina di Lungro.
La scelta della salina di Lungro non era caduta a caso; la miniera aveva il sale più puro di tutte le altre (acqua 0,021; materie insolubili 0,005, solfato di calcio 0,006; cloruro di sodio 9,769) ed era capace di fornire per lo meno 20.000 cantaja di sale all’anno fornendo così tutta la Calabria.
Essa passò pertanto dalle mani dei privati direttamente al Demanio che provvide ad iniziare dei miglioramenti e sul piano dell’organizzazione del lavoro e su quello dell’ammodernamento della miniera.
Con la gestione diretta della miniera il Demanio nel 1810 provvide a fornire la salina di un modesto fabbricato che ospitava la Direzione, composta da un direttore (il cosentino Domenico De Matera), un ingegnere, un controllore, vari pesatori, due commessi ed un custode addetto alla porta centrale.
La sorveglianza venne affidata alla guardia doganale stabile, sotto il comando di un tenente incaricato non solo a sorvegliare ma anche e soprattutto a reprimere il contrabbando e di impedire l’adulterazione del sale. Si stabilì che il sale doveva essere portato nei fondachi privati aperti in alcune località della provincia, e là, sotto la responsabilità dei ricevitori, nominati dal re, doveva essere consegnato dai venditori autorizzati che rivedevano poi per conto della Reale Finanza.
Questo nuovo sistema inventato dai francesi fu praticamente mantenuto in vigore nei decenni successivi anche sotto i Borboni.
Con i miglioramenti apportati da Murat, e proseguiti, poi, dai Borboni, verso la fine del 1840 e nei decenni successivi la miniera attraversò sicuramente il periodo di maggiore splendore (si parla a livello di produzione naturalmente!). Infatti i guadagni erano buoni per il governo centrale ma non per la popolazione; a “pagare” i guadagni del governo erano ovviamente i salinari sui quali veniva esercitato uno sfruttamento senza pari. Gli operai cominciavano a protestare contro le condizioni di lavoro inumane, e negli anni della gestione borbonica della salina, fondarono “l’Associazione dei lavoratori salinari” che svolse l’opera di assistenza e di “mutuo soccorso” per i lavoratori bisognosi.
È necessario notare come l’associazione annoverasse tra i soci anche S. Leonardo, patrono dei minatori, al quale ogni mattina, previo appello, veniva segnata la presenza come operaio e la paga giornaliera.
Negli anni successivi, e precisamente nel 1842 quando Direttore della salina era l’ing. Francesco Fava, fu istituita una “Cassa di risparmio” per gli operai, che prevedeva aiuti speciali in caso di malattia e di inabilità al lavoro e riuniva ogni anno la somma di 300 ducati. L’associazione restò in vita fino al 1844.
Certo è che la salina, per gli abitanti di Lungro, rappresentava una discreta fonte di guadagno specie se si pensa alla situazione di altri luoghi; gli operai della miniera erano gli unici ad avere un salario fisso, e che intorno al commercio del sale si sviluppava un certo non trascurabile commercio collaterale che rendeva a vista d’occhio; abbiamo già ripetutamente affermato come Lungro vada debitrice alla salina della sua migliore situazione economica rispetto ad altri simili paesi del centro-sud dell’Italia.
Purtroppo occorre anche osservare come l’agricoltura che altre volte progredì, languiva appunto perché il contadino sedotto dagli eventuali momentanei vantaggi dei minatori, pagati in maniera fissa ed in data puntuale, gettava via, come suol dirsi, il badile abbandonando la terra.

Il commercio a Lungro soprattutto se si tiene conto della posizione geografica poco felice del paese, ha avuto sempre uno stato floridissimo, come testimoniano i suoi numerosi commercianti, i quali quasi tutti all’inizio della loro attività non possedevano nulla o quasi, ed in pochi anni di commercio hanno messo su ingenti fortune.
D’altro canto l’immane fatica alla quale erano sottoposti i salinari, ne ha forgiato il carattere; le cronache dei vari momenti storici di Lungro narrano che essi hanno avuto sempre il coraggio di dire le loro ragioni ai superiori, risentiti, frizzanti e molto mordaci.
Amavano gli stravizi, non curavano la moneta e nella quindicina che venivano pagati (i salinari, infatti, si “pagavano” il 5 ed il 20 di ogni mese) non badavano che a estinguere qualche debito ed a far festa nelle cantine; erano in larga maggioranza liberali prima, socialisti poi, comunisti dopo.

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Popolazione di Lungro (Fonte: Wikip.)

I salinari erano conosciuti intorno al 1848 tutti ferventi liberali. Molti di loro del resto partecipavano attivamente ai moti liberali rivoluzionari di quegli anni ed alcuni furono anche imprigionati, ed inoltre licenziati per ordine del Governo; addirittura per i moti del 1848, i licenziamenti dalla salina furono estesi ai parenti dei salinari democratici.
Ma il vigore ed il coraggio dei minatori non fu sufficiente a far ottenere dei miglioramenti per quanto riguarda le condizioni di lavoro della salina, in quanto i lavoratori erano nella zona politicamente isolati.
Ma, ironia della sorte, nonostante le bestiali condizioni di sfruttamento dei salinari, gli abitanti di Lungro dovettero ritenersi dei privilegiati. La salina, infatti, bene o male, ogni anno erogava uno spesato di oltre 20.000 ducati, e questa somma, in pratica circolava in gran parte nel paese, tramite le paghe.
Inoltre Lungro, che nel 1850 contava 5.000 abitanti, era diventata punto di riferimento e di incontro per i corrieri, vetturali e commercianti; d’altronte l’abbandono delle terre agricole non provocava molte perdite agli abitanti, visto che le terre stesse non erano nella zona poi tanto buone.
Nei tempi passati l’angusto territorio di Lungro, come abbiamo visto, non era stato assolutamente sufficiente ad offrire ai suoi abitanti di che vivere anche se con la divisione dei beni demaniali si era ingrandito il patrimonio del Comune, è pur vero che le nuove terre si trovano in territorio prettamente montagnoso, inaccessibili d’inverno a causa della neve e non adatte ad un’agricoltura intensiva. Nel 1860 le truppe garibaldine passarono vicino a Lungro e molti salinari accorsero ad arruolarsi come volontari. La liberazione per la quale si erano battuti valorosamente non “liberò” i salinari né migliorò le loro inumane condizioni di sfruttamento anzi per certi versi le peggiorò, in quanto, i nuovi Direttori “piemontesi” erano tutti ligi al dovere e desiderosi di mettersi in mostra con le autorità sabaude.

Fonte: http://www.admlungro.it/

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