AUGIAS: “Non credo in Dio perchè…”, MANCUSO: “Credo perchè…”

Corrado Augias

 

CORRADO AUGIAS:

Apro questa conversazione mettendo subito sul tavolo le mie carte: non credo che siamo stati, creati per volontà di un qualche dio; tanto meno che siamo fatti «a sua immagine e somiglianza», ci sono giorni in cui mi guardo intorno, vedo o leggo ciò che succede e trovo questa affermazione (presunzione?’ supposizione?) come minimo impropria. Se poi penso agli orrori di cui gli uomini, compresi gli uomini di chiesa, sono stati e sono capaci, mi sembra addirittura blasfema.

Non credo che la nostra vita su questa terra abbia alcun significato trascendente; non credo che ci sia un’altra vita dopo la morte, sono convinto che con l’ultimo respiro tutto finisca e che ciò che era polvere torni a essere polvere, o cenere, torni cioè nel grande flusso dell’Essere. Per dirla con l’infelice Antoine Lavoisier (grande mente, finito sotto la ghigliottina): «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma». Ma in che e come ogni cosa si trasformi mi sarebbe difficile dire qui.

Certo è che quando durante un funerale religioso ascolto le parole del celebrante il quale, rivolgendosi alla povera salma che si sta corrompendo nella bara, afferma: «Tu oggi non sei morto, tu oggi sei veramente nato a nuova vita», tocco con mano quale poderosa consolazione la religiosità possa rappresentare. Ciò che il sacerdote sta cercando di dire in quel momento non riguarda la chimica (come per Lavoisier), ma, appunto, la sopravvivenza dei caratteri essenziali di una persona (la sua «anima») e poi, in un giorno lontano, la sua fisicità, in una vita trasfigurata ed eterna.

Mi sono chiesto talvolta se tutte le religioni non siano nate proprio dall’esigenza di sfuggire in qualche modo al terrore della morte, di dare un conforto al dolore. Sappiamo, del resto, che questa ipotesi si affaccia di continuo nella storia del pensiero, insieme alle altre possibili funzioni sociali delle religioni: spiegare fenomeni che non riusciamo (non riuscivano) a spiegare, ridurre i margini d’incertezza, rafforzare la coesione di un gruppo contro la violazione delle regole e i nemici esterni.

Personalmente, non credo che il nostro agire morale debba essere dettato dal timore di una pena o dall’attesa di un premio in quel lontano territorio dal quale nessuno ha mai fatto ritorno, per dirla con Shakespeare. Credo che il bisogno di una corretta morale sia innato in ogni essere umano quando non venga deviato dalla povertà, dalla malattia, da una società oppressiva e malvagia.

Credo, in definitiva, che non sia necessario un qualche dio per vivere secondo giustizia, in armonia con la natura e con i propri simili.

Questa è la mia dichiarazione di apertura.

 

mancuso

VITO MANCUSO:

Anch’io scopro subito le mie carte. Non credo che la nostra vita di esseri umani liberi e pensanti sia il risultato di un insondabile colpo di fortuna chimico, ripetutosi peraltro milioni dì volte nella direzione della crescita della complessità e dell’organizzazione, fino a giungere al livello della coscienza nella mente umana. Non credo che siamo zingari che vagabondano in un universo inospitale e insensato.

Credo, al contrario, che il nostro corpo e la nostra mente siano il frutto più bello di una stupefacente avventura iniziata al momento dell’espansione del puntino cosmico primordiale (la «singolarità», la chiamano i fisici) 13,7 miliardi di anni fa.

Quando il pensiero religioso parla di creazione intende contrassegnare questo processo evolutivo dell’essere-energia come dotato di direzione, criterio, senso. E, quindi, intende dire che anche la nostra vita, che è parte di tale processo, ha a sua volta direzione, criterio e senso. È in questa prospettiva che io credo che siamo stati «creati da un Dio» e scrivo il termine Dio con la maiuscola per indicare il sommo mistero dell’alfa e dell’omega del tutto. Se scriviamo in maiuscolo i nostri nomi, come non riservare questo piccolo onore anche all’idea del principio di tutte le cose?

Io credo anche che noi esseri umani siamo stati fatti a sua immagine e somiglianza. Con questo intendo rimandare alla dimensione spirituale che ci abita, di cui la libertà è il segno più concreto. Anch’io, come lei, di fronte allo spettacolo della vita quotidiana provo talora un senso di insofferenza e, ancor più, di malinconia, ma da ciò non traggo la conclusione che noi esseri umani non siamo a immagine e a somiglianza di nessuno. Al contrario, è proprio la consapevolezza della ricchezza che possiamo attingere da tale somiglianza a farmi mestamente considerare quanto spesso usiamo male l’immenso dono della libertà e della dimensione spirituale che essa suppone.

Diversamente da lei, io credo che la nostra vita sulla terra, oltre ad avere un indubbio significato biologico al servizio della specie (e già non è poco), ne possa avere un altro, di tipo trascendente, nella misura in cui esercitiamo la

libertà di cui siamo dotati nella direzione del bene e della giustizia, cioè secondo la medesima logica relazionale ordinata che è alla base di questo universo. Per questo credo che la nostra vita possa accedere a un’ulteriore dimensione, contrassegnata dalle diverse religioni per lo più come «vita eterna». La parte di noi che è polvere tornerà, come è giusto, alla polvere; la parte di noi che ha saputo diventare spirito se ne andrà, com’è altrettanto giusto, nella dimensione peculiare dello spirito.

Anch’io, come lei, non credo che il nostro agire morale debba essere motivato sulla base di principi estrinseci. Il bene e la giustizia vanno compiuti per se stessi, e non perché  dettati dalla Bibbia o dalla Chiesa o da ambedue.

Ma proprio questo desiderio del bene e della giustizia per se stessi, e non per obbedire o guadagnare un posto in paradiso, è per me un segno che lo spirito può giungere ad abitare l’essere umano. E quando questa «inabitazione» avviene, noi siamo notevolmente più della sola nostra biologia.

Nell’amore incondizionato per il bene e la giustizia c’è un livello dell’essere che la biologia, il «gene egoista», non conosce.

Io credo, infine, che possiamo vivere anche senza un’immagine di Dio inteso come un ente esteriore che sovrasta i nostri destini e i nostri comportamenti, un Dio «totalmente altro» rispetto a noi, che abita in una dimensione «totalmente altra» rispetto alla nostra.

Sono convinto che di un Dio tanto lontano ed estraneo sia opportuno liberarsi. Io me ne sono liberato. Ma, se viviamo secondo la logica del bene e della giustizia, io penso che compiamo il divino che è in noi, e questo, credo, ci apre scenari d’essere inaspettati.

Già in questa vita, e ancor più dopo la morte.

 

Fonte: “DISPUTA SU DIO” di C. Augias e V. Mancuso,  Mondadori

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