La Calabria è una terra amara, ed è mia.

Vittorio Di Leone e Antonietta Candia a Jannino, Scorpari

La Calabria è una terra amara, ed è mia.

Non la amo, le appartengo; come un figlio appartiene al ventre della madre, che quel ventre non hai potuto scegliere e non saprà rinnegare.

Mi è madre e come una madre non la conosco: il volto consunto mi basta guardarlo, ritrovarlo e possederlo, non interrogarlo per sapere cosa celano gli angoli nascosti nella notte delle lacrime. Non conosco i suoi segreti, le sue rocce, i suoi sommessi e umili pregi, che ella non vanta ma nasconde; eppure in me la comprendo e la assolvo, e più di tutto le assomiglio perché sono figlia sua.

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La Calabria è partire e morire partendo; non ritrovare quel profumo in altri, altri i luoghi dove il tuo viaggio è finito a fare storia di lontananza e nostalgia. È il mio bagaglio pesante che non potrei abbandonare, perché nelle sue terre vivono quelli che amo e in loro sempre vivrà la parte mia che ancora piange e cerca il seno della madre.

Nei cimiteri calabresi fiori e marmi raccontano i miei lutti, tramutati in ricordo; in quel silenzio, anche da lontano, vorrei agitare un canto di lode e grazie all’amore che non china la fronte innanzi al tempo .

La Calabria è il suolo dove mio nonno ha costruito una casa e mio padre ha piantato due ulivi; è la terra leggera su cui mia madre pota le sue rose.

Vi è un mare, un mare semplice là dove sono nata.

TORRE TALAO – Scalea

Non troppo limpido né troppo altisonante; è un mare in cui si pesca di notte, con le lampare accese, e d’estate gli si pianta davanti un ombrellone tutto scolorito. Eppure questo mare mi ha dato il pervicace ricordo di salsedine, la salsedine di bambini magri e abbrustoliti, di sassi leccati per sentirne il sapore; la salsedine di Ulisse, sporco e stanco di fronte a Nausicaa. Un ricordo così forte da sentirne il profumo anche camminando fra cento palazzi e il gas di scarico.

Calabria è la parola che sfugge, scappa dalla bocca prima di essersi posata, colpevole di un tangibile tintinnio, una discordanza, il claudicare di una vocale ribelle che vuole farsi sentire. Subito viene riconosciuta, subito è straniera, dileguata dai denti perde il rifugio del silenzio.

Le mani innumeri che coprono gli occhi all’aspra stanchezza; le mani salde che mescolano, sollevano, fanno ordine, scrivono, si spaccano di freddo; le mani che si intrecciano, si fidano, in dita bianche e sconosciute si incuneano; sono la mia Calabria che vivo da lontano.

Anne-Marie De Caprio ha mandato dalla Francia questo testo.
Ve lo presento come mi è arrivato.
A corredo ho preso alcune foto dalla RETE . Mi pare che ne interpretino bene gli umori.

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