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TORRI E FORTIFICAZIONI SULLA COSTA IONICA CALABRESE

AMENDOLEA  Ruderi del castello normanno

 

 

Dalla conquista araba della Sicilia nell’827 la costa calabra per secoli non ha avuto pace. Reggio in particolare fu sottoposta ripetutamente a saccheggi e massacri tanto che intorno alla metà del sec. X i bizantini si videro costretti a trasferire la sede militare dello stratega a Rossano, posta più a Nord e strategicamente meglio disposta. Non per questo, però, cessarono le scorrerie, che anzi andarono aggravandosi al punto che molti preferirono accordarsi con gli Arabi pagando forti tributi pur di vedersi risparmiati. Nei secoli XI-XIII ad opera dei Normanni, Svevi ed Angioini venne realizzato in successione un primo sistema organico di difesa costiera affidato ai “provisores”, ufficio di vigilanza e di ispezione istituito da Federico II.

Un momentaneo allentamento delle incursioni aveva portato a destinare le strutture difensive a semplici rifugi, per cui nel breve volgere di qualche decennio il sistema non fu più in grado di garantire l’incolumità delle coste. Alla ripresa, pertanto, delle ostilità saracene (sec. XV) le conseguenze non tardarono ad essere disastrose. Lungo il litorale ionico cosentino, per esempio, le vittime ricorrenti furono Cariati, Pietrapaola e Trebisacce.

Di Cariati particolarmente grave fu il saccheggio del 1544, in cui lo stesso vescovo Giovanni Carnuti e molti altri caddero prigionieri  finendo deportati ad Algeri. Nel 1697, inoltre, sbarcati all’improvviso sulla spiaggia, i Turchi diedero fuoco alle coltivazioni di lino.

Castello di Corigliano

Pur essendo distante dalla costa, anche Pietrapaola fu più volte bersaglio della furia saracena. Da un Regesto Vaticano del 1541 risulta che per liberare la famiglia di Fabio Ferrare, sequestrata dai Turchi, il paese dovette pagare un riscatto di 100 ducati. In più, un’iscrizione sul muro esterno della chiesa matrice fa memoria di due incursioni nel 1543 e 1644, la seconda delle quali comportò la devastazione totale del paese. L’iscrizione ricorda come “Die 11 Julii 1644 templum et oppidum hoc Turchar  classis devastavit”: il giorno 11 luglio 1644 la flotta turca devastò questa chiesa e il paese. Il sacerdote Giovanni G. Ricola, in quella circostanza, riuscì a salvarsi dalla prigionia gettandosi dal precipizio della Rupe Castello, poi detto Salvatore.

Trebisacce, infine, nel 1576 fu assalita addirittura dalla flotta del feroce Occhiali, cristiano di Isola Capo Rizzuto passato all’Isiam.

Non meravigliano allora i ripetuti interventi legislativi, talvolta drastici e amministrativamente costosi, dei re Aragonesi per garantirsi dai turcheschi.

Nel 1480 viene imposta la fortificazione di Reggio e la costruzione di castelli a Crotone, Cariati e Corigliano. Nell’occasione la popolazione fu obbligata a prestazioni di lavoro gratuito e al pagamento di 3 tari a fuoco (nucleo familiare).

Ma fu Don Pedro di Toledo, viceré di Napoli, ad avviare un piano organico di difesa con la costruzione di torri disposte a catena lungo tutto il litorale del Regno. Col sostegno di Fabrizio Pignatelli, marchese di Cerchiara, le torri sorsero a breve distanza l’una dall’altra in modo che i custodi potessero segnalarsi il pericolo senza grosse difficoltà.

Castello Federiciano di Roseto Capo Spulico

Il progetto, abbastanza dispendioso, venne poi completato dal nuovo viceré don Parafan de Rivera, il quale tra il 1566-68 provvide anche a regolamentare la vigilanza affidata con regolare atto notarile ai terrieri, che disponevano di soldati e di “cavallari”. Questi ultimi controllavano il litorale da torre a torre muovendosi a cavallo, da cui il nome di cavallari. Tali incarichi venivano assegnati per elezione ed avevano una durata triennale. La manutenzione della torre ed il personale difensivo erano a carico della popolazione del luogo.

Nel 1567 l’imposta per la fabbrica della torre era di grana 22 a fuoco, mentre per la guardia il tributo era di grana 7 e mezza a fuoco, che subito passò a 9 e mezza.

Nel 1735-36 Giuseppe Sambiase, principe di Campana e duca di Crosia, pagava, per esempio, per la torre di S. Tecla, in territorio di Calopezzati, ducati 30,grana 3 e tari 1o come salario ai cavallari per fitto dei cavalli.

Sul finire del 500 la catena delle torri copriva tutto il litorale del Regno di Napoli. Riferisce Placido Troyli (Istoria generale del Regno di Napoli, 1747) che queste erano complessivamente 366, di cui 36 nella Calabria Citra e 60 nella Ultra.

CAULONIA MARINA Torre Camillari o dei Cavallari

Lungo la costa ionica cosentina Gustavo Valente nel suo Le Torri costiere della Calabria (1972) segnalala presenza di torri a Fiumenicà (Cariati), Acquaniti (Pietrapaola), S. Tecla (Calopezzati), Trionto e S. Angelo (Rossano), Cupo e Ferro (Corigliano), Coscile, Cerchiara, Saraceno (Villapiana), Piano dei Monaci (Albidona), Capo Spulico (Roseto-Amendolara), Linzano (Rocca Imperiale).

Al sistema difensivo, per così dire, governativo vanno ad aggiungersi inoltre le iniziative private (es. il torrione dell’Arso, il castello di Mirto, ecc.), come pure quell’insieme di strutture poste all’interno della costa, tipo il castello di S. Mauro (Corigliano) del sec. XVI, la torre Mordillo ed il castello dello Stridolo (ambedue del sec. XI), in territorio di Spezzano Albanese, ecc..

Tutto il complesso costituisce un patrimonio storico di notevole importanza, che l’incuria degli uomini sta mandando in rovina. Basti pensare allo stato di abbandono in cui versano le menzionate strutture alcune delle quali sono ormai o ridotte in ruderi (Fiumenicà, Acquaniti, Amendolara), o scomparse del tutto (Trionto, già detta dei “Forestieri” e dei “Naviganti”). Eppure ognuna di esse è un universo mondo ricco di storia vissuta, che, se per lo più richiama pagine di umiliazioni e di tracotanze subite, significa altresì il coraggio di un popolo che non si è lasciato sconfiggere dalle circostanze avverse e si pone anzi come messaggio di provocazione alle nuove generazioni, spesso immemori del passato non solo remoto.

Intorno alle torri costiere e a tutto il sistema di fortificazione si sta creando oggi un notevole e significativo movimento di interesse che mira positivamente sia all’acquisizione e alla catalogaziene scientifica dei manufatti esistenti, sia ad un loro ricupero secondo un illuminato programma di riorganizzazione del territorio e di valorizzazione turistica. Sarebbe d’altra parte inutile il ricupero conservativo se il tutto non avesse sbocco in un più ampio circuito di riutilizzo.

Una testimonianza esemplare in questo senso viene dalla Torre di Albidona. la quale, acquistata e restaurata con intervento privato, è diventata oggi centro propulsore di un’Azienda agrituristica modernamente attrezzata.

Altrettanto encomiabile è stata la recente iniziativa di aprire al pubblico dopo 750 anni il Castello Svevo di Roseto Capo Spulico per incontri culturali, mostre e spettacoli teatrali. E di non poca rilevanza culturale – per quanto non strettamente collegato alle strutture difensive – è stato negli anni scorsi il ricupero, ancora per iniziativa privata, dei ruderi dell’ex convento dei Riformati di Calopezzati, oggi divenuto invidiata meta di convegni e dibattiti culturali.

REGGIO CALABRIA Castello aragonese

Su queste linee progettuali a breve e a lunga scadenza si deve porre il problema del ricupero generalizzato di tutti i segni emergenti del sistema difensivo costiero calabrese ancora salvabile: ciò costituisce obbligo morale nei confronti delle nostre testimonianze storiche, è una risposta positiva e facilmente concretizzabile alle prospettive occupazionali giovanili ed è una forma di oculato turismo ecologico che, nel rispetto delle risorse naturali ed ambientali, potrà risolvere il massacro purtroppo dilagante delle nuove incursioni piratesche del barbaro abusivismo edilizio sulle coste.

La Calabria ha bisogno di piani concreti di sviluppo per decollare ed il turismo dotto e di massa con l’utilizzo intelligente delle risorse esistenti è certamente l’arma più idonea per vincere la scommessa con l’Europa.

 

 

Da CALABRIA DI IERI E DI OGGI, di Luigi Renzo, Ferrari editore

 

Foto RETE

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