ANCHE I SECCHI HANNO UNA STORIA

 

– Recipiente per contenere liquidi a forma troncoconica più o meno accentuata, munito di un manico quasi sempre semicircolare e mobile fissato all’orlo del vaso: i materiali più spesso impiegati furono il legno, la terracotta (più tardi anche la ceramica e la maiolica), e soprattutto i metalli; per secchi di piccole dimensioni anche l’avorio e il cristallo di rocca. La forma del secchio deriva dall’età classica e si conserva nel periodo paleocristiano come provano ad esempio quelli rinvenuti in necropoli egiziane, in bronzo e in terracotta, dei secoli dal III al VII, a foggia di campana più o meno svasata con piede recinto da un anello rilevato e manico ad arco tondo ornato al centro e nei punti d’inserzione: quelli di terracotta erano decorati con figurazioni disegnate per lo più in nero e dipinte in rosso o in bianco.

Nell’alto Medioevo secchi di legno furono usati dalle genti barbariche del Nord dell’Europa: guarniti di cerchi di ferro o di bronzo, di cui uno più largo, dorato e decorato a incisioni, avvolge talvolta la parte superiore, si sono rinvenuti presso la testa del defunto nelle tombe merovinge delle rive del Reno e del Nord della Francia, ma anche in altre regioni della Germania e in Inghilterra. In legno o in rame si fecero anche i secchi dove nel Medioevo si usava mettere i resti delle vivande destinate ai poveri. Anche nel vasellame decorato artisticamente non fu infrequente la forma del secchio: esempî particolarmente notevoli se ne hanno nel Medioevo fra i rami incisi di arte musulmana anteriori al sec. XIII, specie persiani e mesopotamici prodotti nel Khorāsān e a Mossul, fra quelli persiani dei secoli XIV e XV, e fra i bronzi musulmani di Spagna del sec. XIV.

In Occidente ebbero assai spesso eccezionale pregio d’arte soprattutto i secchielli destinati a contenere l’acqua benedetta: si ha certezza del loro uso dal sec. X in poi, per l’aspersione dei fedeli prima della messa domenicale, sia attraverso gli esempî rimasti, sia dagli inventarî che parlano di situlae (quasi sempre argentee) adoperate a quello scopo, sia da qualche figurazione (coperta del sacramentario di Drogone e miniature). Di altezza non inferiore alla larghezza, sono per lo più senza piede o l’hanno appena accennato; il corpo è a sezione rotonda (più raramente poligonale o quadrilobata), a profilo poco svasato, talvolta un po’ incurvato all’orlo verso l’esterno. Il manico è quasi sempre finemente ornato, a foggia di due animali (draghi, serpenti) contrapposti, o di corda; la decorazione dell’esterno del vaso è assai ricca e prevalentemente costituita di figurazioni sacre, mentre più rare sono le semplici ornamentazioni vegetali.

I più antichi conosciuti sono d’avorio (Milano, secchiello del tesoro del Duomo, con la Vergine e i quattro Evangelisti, sec. X; Aquisgrana, secchiello a otto facce con due fasce di figurazioni, e riporti d’oro, sec. XI; altri a Leningrado, Ermitage, e nella raccolta Morgan); ma a partire dal sec. XI si impiegarono per questi secchielli anche metalli (argento, rame, stagno, bronzo, ottone) e pietre dure (Spira, cattedrale, sec. XII, secchiello di bronzo; Venezia, tesoro di San Marco, secchiello di granato; Parigi, Louvre, secchiello di porfido, sec. XIII, secchiello italiano di diaspro, sec. XV). Nel periodo gotico l’uso ne continua, ma variano le dimensioni (ora maggiori) e gli ornamenti: l’altezza non supera la larghezza, il profilo s’incurva verso l’interno, non manca mai il sostegno ad anello semplice o a modanature che poi viene sostituito da tre testine o zampe di animali o da draghi, il manico è spesso ad arco trilobato; la superficie esterna è divisa in strisce orizzontali piuttosto numerose, delimitate da anelli o da scanalature: rara la decorazione figurata e poi anche i semplici ornamenti. Frequenti i secchielli d’ottone (dinanderie).

Del Rinascimento si conoscono anche secchielli profani, forse di uso conviviale, specialmente fra i bronzi italiani del secolo XVI (quasi sempre con stemmi), fra quelli incisi veneziani della fine del ‘500, fra le maioliche urbinati a grottesche; più tardi, anche fra i cristalli di rocca, di forme più complicate, a sezioni polilobate o poligonali con montature in argento e decorazioni incise (esempî a Parigi, Louvre).

 

 

di Filippo ROSSI – Enciclopedia Italiana (1936)

treccani.it

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