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BASILIANI (Seconda parte)

Grotta di s. Elia lo Speleota, Melicuccà

 

Il culto delle sacre grotte palestinesi favorì in quell’area la nascita degli eremitaggi e il moltiplicarsi dei monasteri rupestri, come si riscontra per es. nella vita di s. Elia lo Speleota, nativo di Reggio e vissuto fra i secc. 9° e 10° (AASS, Septembris III, 1750, pp. 848-888: 863-865). A Cosma è demandata la sistemazione dello spílaion, il cui ingresso principale è a oriente; poetica è la descrizione della luce solare che entra a dar vita all’anfratto facendo fuggire i demoni che, secondo un antico tópos, l’avevano eletta a loro dimora. Ritorna così l’allegoria cristiana della caverna cara ai Padri della Chiesa.

I monasteri in rupe sembrano dunque presentare nell’Italia meridionale singolari affinità con la situazione palestinese: affinità forse non proprio singolari se si pensa alle strette relazioni che si colgono fra queste aree anche in campo liturgico, dove è notevole l’influenza della liturgia siro-palestinese su quella italo-greca (Jacob, 1974). La realtà dei monasteri rupestri in Italia meridionale va però ridimensionata, particolarmente per ciò che attiene alla situazione in Puglia, dove la maggior parte delle cripte affrescate superstiti andrebbe piuttosto ricondotta a una committenza e a una liturgia eminentemente private, con funzioni spesso di sepoltura (Falla Castelfranchi, 1985; 1989).

Lo stesso Nilo di Rossano fu maestro di calligrafia e alla sua attività si devono numerose opere di contenuto ascetico, dogmatico, agiografico (Follieri, 1983). Fra le scritture peculiari dell’ambito italo-greco in quest’arco di tempo compare proprio la c.d. niliana, che prende appunto il nome dal santo (Perria, 1989). Alcuni codici superstiti provenienti da quest’area, databili fra i secc. 10° e 11°, testimoniano dell’attività degli scriptoria monastici italo-greci prima della conquista normanna. L’esemplare datato più antico risulta un codice con le Omelie di Gregorio Nazianzieno (Patmos, monastero di S. Giovanni, bibl., 33), trascritto a Reggio dal monaco Nicola e dal ‘figlio spirituale’ Daniele nel 941 in minuscola antica oblunga (Grabar, 1972; Cavallo, 1982), che presenta alcune affinità con l’affresco della cattedrale di Rossano rappresentante l’Odighítria, prodotto della ‘grecità calabrese’, databile anch’esso al sec. 10° (Falla Castelfranchi, 1989). Se questa produzione presenta connotazioni codicologiche e grafiche che ne svelano l’origine italo-greca, così è anche per la decorazione, che accoglie talvolta influenze beneventane e arabe. Le iniziali, in particolare, presentano forme specifiche, soprattutto in età prenormanna; in seguito, infatti, a partire dalla fine del sec. 11°, in linea generale la produzione si allinea allo stile di Costantinopoli, anche per ciò che concerne la decorazione (Leroy, 1983).

Affresco medievale di san Gregorio Nazianzeno.

Se questo patrimonio scritto è dovuto soprattutto all’attività dei monaci, si tratta di un caso in cui la committenza non svolge un ruolo determinante; a parte il contenuto, la sua peculiarità infatti è, anche nella decorazione, quella del librotipo di area italo-greca e non solo degli ambienti culturali monastici locali.

Un capitolo interessante nella storia di questi monasteri appare quello relativo ai loro tesori, che ne riflettono la ricchezza. Da questo punto di vista molto significativo risulta l’inventario del tesoro del monastero di S. Nicola in Gallocanta presso Vietri, del 1058, conservato nell’Arch. dell’abbazia di Cava de’ Tirreni (Vitolo, 1982). Esso si riferisce a un piccolo monastero longobardo retto da un monaco greco, mentre il tesoro probabilmente apparteneva a un importante monastero calabrese. Nell’elenco compaiono patene, calici, croci, turiboli, un’icona musiva, undici icone d’oro provenienti da Costantinopoli, un’altra dorata e tempestata di gemme e altre ancora (Falkenhausen, 1978). La menzione dell’icona musiva appare particolarmente rilevante per la sua precocità.

Nello stesso periodo una grande icona del Salvatore è ricordata nel Brébion di Reggio, un documento greco del 1050 circa.

L’Achiropita protettrice della città di Rossano

Una svolta decisiva fu impressa al monachesimo italo-greco dalla potenza normanna. Archiviate ormai le tesi critiche relative a un atteggiamento sostanzialmente antigreco dei Normanni, emerge piuttosto che essi furono interessati soprattutto alla latinizzazione delle sedi vescovili. L’atteggiamento verso i monasteri bizantini fu non solo tollerante – la popolazione del resto era greca e così i monaci -, ma gli stessi Normanni appoggiarono e promossero fondazioni e rifondazioni di monasteri greci su ampia scala, mentre i monasteri minori, quando non furono assorbiti dalle abbazie benedettine, vennero sottoposti a un’abbazia madre. Ai diciotto monasteri ricordati nelle fonti d’epoca normanna in Puglia si contrappone una situazione ben più fiorente in Calabria e Sicilia, regioni più profondamente grecizzate, fra 11° e 12° secolo. All’ordito normanno si collega la fondazione dei monasteri italo-greci storici, come, in Puglia, S. Nicola di Casole presso Otranto, fondato da Boemondo d’Altavilla nel 1098-1099, mentre per S. Maria di Cerrate, menzionata nelle fonti a partire dal 1133, non è provata sullo scorcio del sec. 12° la committenza di Tancredi, conte di Lecce. In Calabria, i Normanni appaiono legati alla fondazione dei più noti monasteri bizantini di questo periodo, come il Patírion – fondato presso Rossano verso il 1105 da Bartolomeo di Simeri – di cui furono i benefattori.In questo periodo la vita di ciascun monastero è rigidamente regolata dal proprio typikón (Pertusi, 1974): così è per il monastero del Salvatore, il cui typikón fu stilato dallo stesso Luca sul modello di quello dato da Bartolomeo di Simeri per il Patírion agli inizi del sec. 12° (Arrantz, 1969).Il periodo più fulgido coincide dunque con l’età normanna e i rapporti fra Sicilia e Calabria in particolare sono assai stretti. Se inizialmente, nella fase ‘eroica’ del monachesimo greco, furono i monaci greci di Sicilia a spostarsi verso la vicina Calabria a causa dell’invasione araba, in questa seconda fase i monaci calabresi si trasferirono in Sicilia per volere di Ruggero II, a vivificare con la loro cultura la sopita grecità isolana (Falkenhausen, 1978).

 

Fonte: www.treccani.it/

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