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Le colonie di Sibari e la via istmica

Parco archeologico di Sibari

 

  1. Laos

Di origine enotria fu all’inizio un modesto agglomerato urbano che viveva, per lo più, di agricoltura e pastorizia.

Dopo la colonizzazione greca divenne una grande città a vocazione prevalentemente commerciale. Infatti Laos costituiva per Sibari il più importante sbocco commerciale sul Tirreno.

Sbrabone scrive: «Dopo Pixus un altro golfo e il fiume e la città di Laos, colonia di Sibari».

Colonia non nel senso di assoluta dipendenza, «sede distaccata», ma perché, pur godendo di autonomia gestionale e amministrativa, era soggetta, era legata a Sibari per i molteplici, proficui rapporti commerciali, per la stessa civiltà che le accomunava.

Laus, circa 490-470 a.C. AR statere

Dopo la distruzione di Sibari moltissimi superstiti si rifugiarono a Laos contribuendo all’incremento degli abitanti e delle attività commerciali. Solo allora acquistò la totale autonomia e batté moneta propria. Verso la fine del V sec. a.C. divenne possesso dei Lucani, e fu distrutta da Annibale nella seconda guerra punica.

Sulla sua ubicazione non vi sono più dubbi.

Essa sorgeva appena sopra Marcellina, poco lontana dal mare e dal fiume Lao, come hanno evidenziato i recenti scavi archeologici.

 

  1. Skidros

Di Skidros si sa poco o nulla perché, tranne un breve cenno di Erodoto e Stefano di Bisanzio, gli storici antichi non ne fanno menzione forse perché non si trattava di una vera e propria città, bensì di un piccolo emporio fortificato.

Circa il suo sito sono state avanzate molte ipotesi.

Il Ciaceri la colloca non lungi da Pixunte, il Nissen a Sapri, il Beloch a

Sud di Laos, il Maiuri nella rada di Belvedere Marittimo, il Berard a Cetraro.

Il fatto stesso che questi illustri studiosi non siano d’accordo tra di loro genera dubbi e lascia insoluta la questione.

E ciò per il semplice motivo che essi hanno costruito le loro ipotesi «a tavolino» senza alcun riscontro dei luoghi e senza tener conto delle poche ma preziose indicazioni degli storici antichi.

Questi che descrivono la costa tirrenica e le città greche da Pixunte a Reggio non citano Skidros.

«lungo queste coste, dopo Posidonia e Velia, le città greche di Laos, Terina,

Ipponio, Medma, Reghion».(Pseudo Scylace, Periplo 2).

«Buxento, Blanda, Clampetia, Temesa, Vibo, Ipponium, Maticana» (Pomponio Mela, De Chorografia, 11-69).

Invece, «dopo la guerra con Crotone, i sibariti, seguendo la via istmica si rifugiarono nelle colonie di Skidros e Laos». (Erodoto, VI-21).

Dopo la battaglia di Laos, i Tarantini, per porre argine all’ avanzata dei Lucani e dei Bruzi, chiesero aiuto al re dell’Epuro, Alessandro il Molosso. Questi nel 330 a.C., conquistate le città tirreniche di Terina e Posidonia, dopo una sosta nella fortezza di Skidros (Stefano di Bisanzio in Lico di Reggio) proseguì la sua marcia lungo la via istmica per raggiungere e «conquistare Pandosia, poco al di sopra di Cosentia» (Strabone, VI,’ 1, 5).

Da questi dati, sebbene scarsi, si desume tuttavia che Skidros non era posta sul mare, ma all’interno, sulla via istmica Sibari-Laos.

 

  1. La via istmica

Per ubicare Skidros è necessario stabilire qual era, per dove passava la via istmica.

Certamente a quell’epoca le vie di comunicazione erano tante, un intreccio di percorsi che si snodavano tra le gole dei monti e i corsi fluviali, ma a noi interessa la principale, la «istmica». Al riguardo sono state ipotizzate varie vie.

Il Lenormant propone la Sibari – Campotenese – Mormanno – corso del Lao – Laos.

Il Maiuri quella di Sibari – Passo dello Scalone – Belvedere Marittimo.

Ipotesi che però non trovano riscontro con la realtà dei luoghi. Quella per Campotenese era poco praticabile, lunga e disagevole(1).

L’altra per Passo dello Scalone è suffragata da ipotesi infondata(2). Né gli indizi degli storici antichi concordano con la situazione geografica di questi percorsi.

Infatti vi è un dato molto importante di cui alcuni studiosi moderni non tengono alcun conto.

La via istmica vista da Piazza dei Greci, con in fondo il Varco del Palombaro . Foto di F.Casella

Strabone, geografo del I sec. d.C., per indicare la parte più stretta tra Sibari e il Tirreno, dice che l’istmo è compreso tra Thurioi (Turio-Sibari) e Kerilloi (Cirella), tratto che va dall’inizio alla fine della via istmica che corrisponde esattamente a quella di Sibari – Varco del Palombaro – Laos, tuttora esistente e abbondante di resti che testimoniano la presenza greca.

«La sicurezza della via istmica Sibari-Palombaro-Laos, fra le più importanti vie degli Enotri e degli Italioti, era affidata ad una serie di «phrouria».

Intorno a queste fortezze si costituirono degli agglomerati i cui abitanti si dedicavano ad attività boschive, all’allevamento del bestiame, alla fusione dei metalli.

È il caso di Scidro, che la sensibilità degli storici ha giustamente considerato fortezza.

E Scidro va ricercata lungo questa importantissima via istmica in zona tormentata, inaccessibile, naturalmente atta alla difesa»(3).

La via istmica vista da Artemisia, versante ionico – Foto di F. Casella

«Un tempo la valle del fiume Rosa era fiorente; era una battuta via istmica che congiungeva il Tirreno allo Ionio. È preciso il riferimento di Plinio e Strabone, i quali appunto affermano che Bocca del Palombaro e fiume Rosa erano le normali rotte che congiungevano «Turij» e «Cerillj». Queste popolazioni infatti erano le prime componenti bruzie venendo dal Nord e i primi territori che delimitavano i confini tra i «Lucania loca» di cui parla Pomponio Mela, Tolomeo e Tito Livio e la «Gens Brutia»(4).

Circa l’esistenza di una via lungo il fiume Lao per raggiungere Siri, Metaponto, Vallo di Diano è fuori dubbio, come pure quella per Passo dello Scalone, ma che non si identificano con la direttissima per il Varco del Palombaro(5).

Detta via è stata egregiamente descritta e motivata, sotto il profilo storico, dagli illustri studiosi Orazio Campagna e Urbano Gaeta dei quali ben noti sono l’attenta ricerca e lo scrupoloso riscontro dei luoghi.

Esprimiamo ad essi stima e ammirazione per avere, con perspicacia e rigore scientifico, contribuito a fare chiarezza in tanta confusione.

 

NOTE

1 L’ipotesi della via istmica per Campotenese è totalmente rigettata dal Maiuri nel II Convegno di Tarante sulla Magna Grecia, nel 1962, perché «era una via lunga e disagevole per le balze precipiti di Mormanno e lungo il fiume Lao che a Papasidero scorre fra alte pareti di roccia che ne contenevano, nei periodi di pioggia e dello scioglimento della neve, la vorticosa corrente».

2 L’altra ipotesi per Passo dello Scalone si basa su un solo indizio: il ritrovamento di un’ascia votiva con iscrizione greca «tra le rovine di S. Agata d’Esaro». Ma occorre precisare che l’ascia fu trovata non a S. Agata d’Esaro Centro, bensì nei ruderi della fortezza di Artemisia, a Porta della Serra, nei pressi della via del Palombaro (oggi Comune di S. Sosti). In M. NAPOLI, Civiltà della Magna Grecia, Eurodes 1982.

3 O. CAMPAGNA, La Regione mercuriense, ecc. Pellegrini, 1982.

4 C. PERRONE, Santuario del Pettoruto, 1978.

5  I due imbocchi di questa via, distanti l’uno dall’altro appena otto Km., sono caratterizzati, oltre che dal consimile aspetto geografico, dagli stessi eventi storici.

Quello del versante ionico (S. Sosti), in epoca greca era protetto dalla fortezza di Artemisia; sulle alture del Rosa stazionò l’esercito cartaginese; in epoca bizantina i basiliani vi edificarono il monastero di S. Sozonte e dopo divenne celebre per la Madonna del Pettoruto. Quello del versante tirrenico (Buonvicino) era controllato dalla fortezza di Piazza dei Greci; le alture del Corvino furono occupate dall’esercito romano; i basiliani costruirono il monastero nella Scala e poi divenne luogo di devozione per S. Culaco.

Episodi non certamente fortuiti ma strettamente collegati al ruolo primario che, in ogni tempo, ha avuto questa via che da Sibari, superando agevolmente la barriera appenninica per la valle del Rosa, il Varco del Palombaro, la valle del Corvino, giungeva a Laos.

 

Fonte: “LA STORIA ARCAICA DI BUONVICINO”, F. Casella, Editur Calabria

Foto RETE

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