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Contributo di Giovanni Russo alla presentazione del libro di Alberto Pincitore, “Giovanni Battista Colimodio”

ORSOMARSO – Chiesa di s. Giovanni Battista, presbiterio, volta “Eterno Padre e santi” 1656-1658 circa

 

Tra gli ultimi anni del liceo e i primi dell’università, a seguito della lettura dei saggi di Biagio Cappelli[1], Francesco Russo[2], Germano Giovanelli[3] e Venturino Panebianco[4], iniziai la ricerca di siti archeologici medievali riconducibili a edifici religiosi bizantini, risalenti all’epoca dell’Eparchia Monastica del Mercurion.

Tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80 del secolo scorso, a poche centinaia di metri dal centro abitato di Orsomarso, sulla strada provinciale, lì dove ora sorge un gruppetto di palazzi condominiali, erano ancora in piedi due file di possenti mura, in mezzo alle quali si spiegava un piccolo e sconnesso stradello che scendeva verso il letto del fiume Porta la Terra.

Quegli impianti murali costituivano quanto ancora sopravviveva dell’antica cintura esterna di ben due monasteri. Quello più ad ovest era il cenobio di San Sebastiano alla Torricella.

Da quella stradina, a tratti lastricata, era possibile scorgere all’interno di quelle mura, i resti di una costruzione sacra, tra cui spiccava un lembo di parete rivestita di intonaco, interrotto da un piccolo ripiano in pietra che dava l’idea di un altare. Ai suoi piedi, copioso, era sorto un boschetto di alloro, in mezzo al quale, non senza una certa difficoltà, si scorgevano i resti di un affresco che riproduceva l’immagine di San Sebastiano trafitto dalle frecce dei suoi carnefici.

Solo la parte destra dell’affresco rimaneva ancora perfettamente visibile e raffigurava, in maniera inequivocabile, una colonna liscia, sormontata da uno strano capitello, frutto di una bizzarra quanto intelligente mescolanza di differenti stili architettonici classici: una voluta (ionico) in mezzo ad un fascio di foglie d’acanto (corinzio).

Ansioso, com’ero, di scoprire affreschi bizantini, non detti importanza a quella colonna che, oggi, sono convinto fosse uscita dalla mano di Giovan Battista Colimodio, il pittore di Orsomarso vissuto nel XVII secolo, il più calabrese, tra tutti quelli che, con le loro opere, onorarono la nostra terra.

Sono certo che dipinti o affreschi di Colimodio, ad Orsomarso, ce ne dovevano essere molti di più di quelli che conosciamo o riconosciamo oggi.

Un dipinto ad olio su tela, ad esempio, ormai andato perduto, raffigurante San Michele Arcangelo e Santi di Colimodio è elencato da Emilio Barillaro tra le opere d’arte presenti nella chiesa di San Giovanni Battista[5].

Attribuibili al pennello di Colimodio, inoltre, potrebbe essere il gigantesco affresco di S. Cristoforo osservato nel 1926 da Salvatore Marino Mazzara sul campanile della chiesa del SS. Salvatore[6] e la bellissima immagine della Deposizione dalla Croce conservata nella chiesetta di San Leonardo[7].

0RS0MARSO – Chiesa di s. Leonardo, Deposizione

 

 

Qualunque orsomarsese sa bene che un pittore che aveva un fratello (Carlo) e uno zio (Filippo Salomone) preti della Parrocchia del Santissimo Salvatore non poteva aver eseguito tutte o quasi tutte le sue opere, dipinti ed affreschi, nella parrocchia di San Giovanni Battista. Ben conosce, infatti, l’orsomarsese, i rapporti non proprio “idilliaci” tra le due parrocchie e le due aree del centro abitato: la Via Ravuta e la Via Abbascia. È evidente che se Colimodio ha lavorato per San Giovanni Battista, aveva dovuto eseguire ben altre opere, oltre a quella mirabile dell’affresco di San Michele, nel Santissimo Salvatore. Forse dobbiamo solo scoprirle.

Non vorrei esagerare, ma credo che il libro di Alberto Pincitore su Giovanni Battista Colimodio dia anche degli ottimi suggerimenti su come ricercare e riconoscere un’eventuale opera del nostro pittore.

La vita, le opere e l’arte di Colimodio oggi possono essere conosciute e studiate da tutti grazie al paziente e prezioso lavoro di Alberto, pubblicato da Ferrari Editore.

La vita.

Alberto, come giustamente rilevava il compianto Giorgio Leone nella prefazione al testo, “ha fatto parlare le carte” provenienti dagli archivi più disparati, ma principalmente dall’archivio parrocchiale della chiesa del Santissimo Salvatore di Orsomarso.

Da quelle carte l’autore estrapola le notizie più importanti sulla figura di G. B. Colimodio, svelando mille particolari della vita e dissipando ogni dubbio sulla figura di questo nostro illustre compaesano del XVII secolo e di suo padre, Francesco Antonio, che visse a cavallo tra il XVI e il XVII secolo.

Non dirò nulla su quanto attiene la famiglia, l’apparentamento di questa con i Celestino (cognome presente fino a poco tempo fa ad Orsomarso), la bottega d’arte dei Colimodio, i suoi rapporti con gli illustri pittori “partenopei” suoi contemporanei. Sarà bello sentirlo direttamente dall’autore.

Mi limito a sottolineare alcune espressioni che Alberto ha ripreso da documenti originali, sicuro che determineranno un momento di riflessione e un tuffo nel passato agli Orsomarsesi presenti:

Giovan Battista, sua madre, Musessa e suo fratello, Carlo, abitavano uno stabile sito in loco d(ic)to Capo Lo Piano e Pianetto di Orsomarso[8]. E già prima, alla morte del marito, Francesco Antonio Colimodio, Musessa Salomone, dovendo corrispondere la somma pattuita come dote a Gregorio Celestino che aveva sposato Caterina, la loro figlia primogenita, rilevando evidentemente ottime doti di amministratrice, decide di vendere la casa sita dentro detta terra loco dove se dici sopra lo Salvatore allo chianetto confino la via puplica… dalla quale in più membri non ne percipino quasi niente atteso non si affittua … piuttosto che vigni et terre che li detti possedino, dai quali si percepino ogni anno le frutti[9]. Cioè, meglio vendere la casa, da cui non si ricava neanche un affitto, piuttosto che le terre, che ancora, con i prodotti della loro lavorazione, determinano un buon introito. E dove erano queste vigne e queste terre? Una vigna (di piedi mille et ottocento), (…) con olive et terre vacui in loco detto Cioncrima, uno pezzo di di t(er)ra di t(omolat)a novi a Mercuri con cinque piedi di olive, e un horto nello Canale[10]. Pensate, terre ancora fertili, anche se poco coltivate, nelle note località orsomarsesi di Cioncrina, Mercurio e nel letto del fiume Porta la Terra!

ORSOMARSO – Chiesa di s. Giovanni Battista

La storia.

Giovanni Battista Colimodio nacque da Francesco Antonio e Musessa Salomone quasi certamente nel 1610.

Il feudo di Orsomarso era appartenuto fino al 1580 a Barbara Brisac, anno in cui fu rivenduto per 35.000 ducati allo spagnolo don Ferrante di Alarçon, marchese di Rende.

Non siamo a conoscenza di quanto avvenne sotto questo feudatario, né quando né come il feudo ritornò nelle disponibilità della famiglia Sanseverino di Bisignano, che risulta esserne proprietaria nel 1613. Di ciò siamo a conoscenza perché proprio in quell’anno i Sanseverino vendettero il feudo di Orsomarso e quello di Abatemarco a Gian Pietro Greco, un feudatario di cui sappiamo solo che fu coinvolto in una sommossa popolare provocata dalle pesanti tassazioni imposte dal re di Napoli.

A Gian Pietro Greco successe suo figlio Giovan Battista, che lo detenne fino al 1640, quando passò nelle mani della famiglia Ametrano, che lo conservò fino al 1668, e cioè fino all’avvento di Andrea I Brancati di Napoli.

La prima opera di Colimodio, attestata ad Orsomarso è l’affresco dell’Arcangelo Michele nella chiesa del SS. Salvatore. Essa è datata al 1649, quando il feudo, quindi, apparteneva agli Ametrano.

È proprio con gli Ametrano che fu istituita nel 1663, con Bolla rilasciata da papa Gregorio XVI nella chiesa di S. Giovanni Battista di Orsomarso, la congregazione della Madonna delle Grazie.

In quell’occasione, secondo quanto scrive Alberto Pincitore, potrebbe essere stata commissionata ed eseguita la tela raffigurante la Madonna della Schiavonea che, attualmente, occupa l’altare adiacente a quello della Madonna delle Grazie o, come amano definirla gli Orsomarsesi, la Madonna del Latte.

Nel punto più alto e centrale del quadro è raffigurata la Madonna, al di sotto della quale si trovano San Pietro a destra, San Giovanni Battista a sinistra e al centro, nel punto più basso, una figura a mezzo busto, i cui abiti farebbero pensare ad un sacerdote. In quest’ultima figura, in molti hanno voluto riconoscere proprio G.B. Colimodio, dando origine, così, all’errata supposizione che il nostro pittore fosse anche prete.

Sta di fatto che sacerdote era Carlo, il fratello di Giovan Battista, il quale era annoverato tra il clero della chiesa del SS. Salvatore, di cui rivestiva, oltretutto, il ruolo di procuratore.

Allora, spontaneamente, sorgono più di una domanda.

È possibile che la tela per la chiesa di San Giovanni Battista sia commissionata dal procuratore del SS. Salvatore?

Può, la figura in basso nella tela non essere considerata quella di un sacerdote e pensare che si tratti proprio dell’autoritratto di Giovanni Battista?

Possiamo immaginare che la tela sia stata commissionata per un’altra chiesa e, solo successivamente, visto che conteneva l’immagine di San Giovanni Battista, trasferita nell’omonima parrocchiale?

Forse Alberto potrà darci una mano a sciogliere il dilemma.

Io, che ho fatto un po’ fatica ad accettare la tesi di Giorgio Leone[11], che si trattasse proprio della Madonna della Schiavonea, penso ora che la tela sia una riproposizione di quella immagine con l’aggiunta di altri personaggi (S. Pietro, S. Giovanni e il committente), che nel dipinto originale non esistono. La Madonna della Schiavonea, infatti, è rappresentata nell’originale, proprio come l’ha dipinta Colimodio ad Orsomarso: braccia aperte, mani rivolte verso il basso, corona d’oro, capelli biondi, sciolti, lunghi ed ondulati[12], volto, paradossalmente, scuro e seduta su un trono, con i pomelli laterali e i rettangolini incisi sul legno.

È una Madonna “copiata”.

Le Madonne di Colimodio, infatti, sono brune, con il volto bianco e le guance rosee[13]. Il naso leggermente a punta.

Osservate, dal punto in cui vi trovate, quanta similitudine c’è tra i volti della Madonna che sorregge il bambino che benedice le mammelle di Sant’Agata nel dipinto sopra la porta laterale della chiesa, della stessa Sant’Agata, di Salomè, nell’affresco della Decollazione di San Giovanni Battista nel presbiterio.  Sempre nel presbiterio, ma sulla volta, confrontate i visi delle sante Orsola, Agnese, Rosalia e Caterina.

Quando potete, andate a dare un’occhiata al viso di Santa Lucia, come vuole Alberto, o Sant’Apollonia, come ho sempre creduto io, a destra nell’affresco di San Michele nel SS. Salvatore e alla Maddalena nell’affresco della Deposizione dalla Croce nella Chiesetta di San Leonardo.

Solo così scoprite i volti del Colimodio, eseguiti dalla sua mano o da quella dei suoi allievi.

Anche le figure maschili del Colimodio parlano più di una sua eventuale firma “per esteso”.

ORSOMARSO Chiesa di s. Giovanni Battista MADONNA DI SCHIAVONEA 1663 circa b

Scoprite la bellezza e la sorprendente similitudine tra il volto di San Pietro nel dipinto della Madonna della Schiavonea, quello dell’Eterno padre al centro della volta a crociera del presbiterio e quello di San Giuseppe sulla porta laterale della chiesa.

Questi sono i modelli dell’eccellente pittore, coevo di Mattia Preti, come fu definito da S. M. Mazzara[14], questi erano i volti che circolavano ad Orsomarso nel XVII secolo.

 

Le caratteristiche pittoriche.

Per tornare al convincimento che la colonna di San Sebastiano alla Torricella fosse di mano Colimodio, rileviamo, grazie all’ottimo contributo di Alberto Pincitore, che i dipinti del nostro pittore contengono tutti, affreschi, pale su legno e tele, un elemento tipico, un “tratto distintivo”, come direbbe Nikolaj Trubeckoj: la presenza di elementi architettonici.

Nei suoi dipinti compaiono sempre, infatti, colonne, esedre, imponenti facciate di edifici o resti di antichi templi classici.

L’affresco di San Michele nel SS. Salvatore è costituito dall’incastonatura delle sacre figure all’interno di un’architettura dipinta a guisa di arco di trionfo, come ben dice Alberto[15].

Gli affreschi del presbiterio del San Giovanni Battista sono tutti “confezionati” all’interno di fasce monocrome a finto rilievo, sulle quali, in maniera un po’ “sbarazzina”, penzolano o stanno seduti, simpaticissimi angioletti reggenti gli “attributi” dei santi raffigurati, cioè quegli oggetti o quei segni particolari, quali la corona di Sant’Orsola, l’agnello di Sant’Agnese, i gigli di Santa Caterina, che consentono di individuare i personaggi a cui essi si riferiscono, indipendentemente dalla loro raffigurazione fisionomica.

 

Alberto Pincitore, di fatto, con il libro che oggi si presenta, ci fa conoscere un nostro illustre compaesano del passato. Ce ne racconta la vita. Ce ne fa gustare la bellezza artistica.

Nella speranza che presto l’abitato di Orsomarso abbia una via intitolata a Giovanni Battista Colimodio, approfitto per salutare tutti i presenti e ringraziare, per il lavoro egregiamente svolto, uno studioso vicino ad Orsomarso e alla sua gente: Alberto Pincitore.

Giovanni Russo

 

 

NOTE

[1] B. Cappelli, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, Fausto Fiorentino, Napoli 1963, Id., Limiti della regione ascetica del Mercurion, in Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata, XXIII, 1969.

[2] F. Russo, Il monachismo calabro-greco e la cultura bizantina in occidente, in Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata, V, Roma, 1951.

[3] G. Giovanellli, L’Eparchia monastica del Mercurion, in Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata, XV, Roma, 1961.

[4] V. Panebianco, Laos, Lavinion, Mercurion e l’origine anatolico-ausonia dei Bretti e dei Lucani, in «La Parola del Passato» CXL, 1971, Id., Osservazioni sull’Eparchia Monastica del Mercurion e il Thema Bizantino di Lucania, in «Rivista Storica Calabrese» I, 1-2, 1980.

[5] E. Barillaro, Calabria: guida artistica ed archeologica, Cosenza 1972, p. 194; A. Pincitore, Giovanni Battista Colimodio, Ferrari, Rossano 2017, p. 79.

[6] S. M. Mazzara, Opere d’arte a Orsomarso, in Brutium, V, 1926, n. II.

[7] A. Pincitore, Giovanni…, op. cit., p. 64.

[8] Ivi, p. 19, in nota.

[9] Archivio Parrocchiale della chiesa del Santissimo Salvatore di Orsomarso, Atti testamentari Francesco Antonio Colimodio, 14 gennaio – 14 agosto 1627; A. Pincitore, Giovanni…, p. 109.

[10] A. Pincitore, Giovanni…, p. 116

[11] G. Leone, La Madonna di Schiavonea, in Il Serratore, V (1992), 23, pp. 34-38.

[12] G. Leone, Primi piani sul passato. Artisti calabresi del ‘600 e ‘700, Ferrari, Rossano 2014, p. 80.

[13] A. Pincitore, Giovanni Battista Colimodio, in G. Leone, Primi piani sul passato…, op. cit., p. 78.

[14] S. M. Mazzara, Opere d’arte…, op. cit.

[15] A. Pincitore, Giovanni Battista Colimodio, in G. Leone, op. cit., p. 41.

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