LETTERA DI DON MILANI ALL’ARCIVESCOVO DI FIRENZE CARD. ERMENEGILDO FLORIT

 

 

È una lezione di vita questa lettera, per credenti e non credenti.

 

Aggravandosi il suo male, il Priore s’era dovuto ricoverare in ospedale a Firenze per qualche tempo. Poi, grazie a una nuova cura, potè ritornare a Barbiana. Allora il card. Florit, informato dal Vicario, gli scrisse da Roma una lettera d’auguri.

Barbiana, 5.3.1964

Caro Monsignore,

la ringrazio della sua lettera che non posso interpretare che come un atto d’amicizia. Non riesco però a capire se ella ha mai saputo quel che ho detto e scritto a Mons. Vicario (1) e se sa che, fra l’altro, io gli ho chiesto che anche lei venisse a parlare ai miei ragazzi e ai loro genitori(2). Naturalmente ciò che le chiederei non sarebbe un qualsiasi discorso generico, ma d’esaminare in presenza a loro, a fondo, senza pudori e senza pietà, il problema dei rapporti tra il mio apostolato e il vostro atteggiamento.

Ho passato i miei diciassette anni di sacerdozio tutto teso solo verso le anime che il Vescovo mi aveva affidato. Del Vescovo non mi son mai curato. Pensavo nella mia ingenuità di neofita che il Vescovo fosse un padre commosso della generosità dei suoi figli apostoli, preoccupato solo di proteggerli aiutarli benedirli nel loro apostolato. Pensavo che egli amasse i miei figlioli così che tutto quel che facevo per loro gli paresse fatto a lui e così il legame fra me e lui anche senza mai vedersi o scriversi fosse il più alto e il più profondo che esiste: un oggetto d’amore in comune.

Dopo sette anni di questa illusione idillica, d’un tratto seppi la tragica, realtà: la Curia fiorentina e il Vescovo erano un deserto! Allora scelsi quella che in quel momento mi parve la via della santità: per nove anni ho badato soltanto a salvarmi l’anima, a accettare in silenzio le crudeltà […] con cui calpestavate in me un uomo, un neofita, un cristiano, un sacerdote, un parroco cui in diciassette anni di sacerdozio non avevate saputo trovare neanche il più piccolo appiglio per un richiamo, un consiglio, un rimprovero.

Ho badato a accettare in silenzio perché volevo pagare i miei debiti con Dio, quelli che voi non conoscete. E Dio invece mi ha indebitato ancora di più: mi ha fatto accogliere dai poveri, mi ha avvolto nel loro affetto. Mi ha dato una famiglia grande, misericordiosa, legata a me da tenerissimi e insieme elevatissimi legami. Qualcosa che temo lei non abbia mai avuto. E per questo m’è preso pietà di lei e ho deciso di risponderle.

Da due anni in qua i medici e alcuni segni m’han detto che è l’ora di prepararsi alla morte. Allora ho voluto riesaminare freddamente questi diciassette anni di vita sacerdotale.

Anzi i loro frutti.

E m’è improvvisamente saltato all’occhio che la santità non è così semplice come io credevo. Lasciarsi calpestare può essere santo, ma nel calpestare me voi calpestavate anche i miei poveri, li allontanavate dalla Chiesa e da Dio.

E poi che serve amare e tacere, porger la guancia ai soprusi e alle calunnie quando chi li compie è il capo della Chiesa fiorentina? Più santamente io tacevo e più scandalosa appariva la lontananza del Vescovo dai poveri, dalla verità, dalla giustizia.

Ho lavorato alla costruzione della mia personale santità che (se anche l’avessi raggiunta) non sarebbe servita (in questa vita) che a metter in luce l’abiezione d’una Curia che esilia i santi e onora gli adulatori e le spie.

Se lei non mi onora oggi con un qualsiasi atto solenne, tutto il mio apostolato apparirà come un fatto privato, qualcosa di simile all’opera d’un pastore protestante.

Ma io non lo sono stato e lei lo sa. Se lei ne avesse avuto anche solo l’ombra del dubbio le correva l’obbligo gravissimo di cercarmi, parlarmi, salvarmi. Ho servito per diciassette anni la Chiesa Cattolica nei suoi poveri, vorrei oggi per una volta servirla anche nei suoi ministri che purtroppo fino a oggi ho trascurato, anzi dimenticato.

Ecco perché le porgo oggi una mano. Vuole ereditare la mia umile opera? Vuole mietere dove io ho seminato? Vuoi partecipare all’abbraccio affettuoso dei poveri che mi vogliono bene, che ho tentato di avvicinare al Signore, che sono talmente buoni ( vorrei quasi dire tanto «stupidamente» buoni) da esser  capaci di perdonarle tutto da oggi a domani e accoglierla come uno di loro così come hanno accolto me? Vuole con un tratto di penna cancellare diciassette anni di scandali che la Curia fiorentina ha dato ai due popoli(3) che mi aveva affidato? Vuole annettere con un tratto di penna (che è doveroso oltre a tutto) nell’ortodossia cattolica ciò che per diciassette anni ho eroicamente mantenuto fino allo scrupolo nell’ortodossia cattolica e che il suo comportamento fino a oggi faceva invece apparire eterodosso?

Le propongo una soluzione pratica. Mi inviti lei personalmente a tenere delle lezioni o conversazioni di pratica pastorale al Seminario Maggiore. Non le chiedo di dire ai seminaristi e ai miei due infelici popoli che questa mia è la santità, che questa è la ricetta unica dell’apostolato, che tutto il resto è errore. Le chiedo solo di dire ai seminaristi e ai miei due infelici popoli che nella Casa del Padre mansiones multae sunt (4) e che una di esse generosa e ortodossa fino allo spasimo è stata quella del prete che ella ha fino ad oggi implicitamente insultato e lasciato insultare.

Un abbraccio fraterno dal suo

Lorenzo Milani sac.

 

NOTE

  1. Si riferisce alla lettera del 20.10.1963 diretta a -mons. Bianchi.
  2. Don Lorenzo ci teneva che il Cardinale andasse a Barbiana a parlare  ai ragazzi e ai loro genitori, perché non pochi a Vicchio dicevano, o potevano pensare che « gran cose aveva combinato quel prete per essere stato mandato lassù a Barbiana ».
  1. Di San Donato e di Barbiana.
  2. Frase evangelica: « Molte e varie sono le mansioni ».

 

Fonte: “Lettere di don Lorenzo Milani”, Mondadori

 

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