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NOVEMBRE – «Far San Martino»

 

 

L’11 novembre si suole ricordare che «L’estate di San Martino dura tre giorni e un pochinino». Spesso infatti, dopo le piogge dell’ultima decade di ottobre e dei primi di novembre, ritorna il bel tempo insieme con un po’ di tepore. Ma una volta la festa era popolare per altri motivi, come testimonia una locuzione proverbiale, ormai caduta in disuso. «Far San Martino» voleva dire traslocare, sgomberare, perché in questo periodo si cambiava tradizionalmente casa ed era anche il momento in cui scadevano i contratti agrari tant’è vero che si diceva: «Per San Martino mandano via i contadini».

A san Martino,nell’Antico Regime, cominciava l’anno giudiziario, riprendevano le scuole, si riaprivano i parlamenti, si tenevano le elezioni municipali, si pagavano fittanze, rendite e locazioni e venivano rinnovati i contratti agrari.

L’11 novembre era giorno di precetto celebrato con fiere, fuochi e banchetti innaffiati dal vin novello. Anche per i bambini era festa grande perché il santo portava loro regalini scendendo dalla cappa del camino o, se erano stati capricciosi, depositava una frusta ammonitrice detta in Francia Martin bàton o martinet: usanze tipiche dei periodi di Capodanno o di rinnovamento temporale.

A san Martino si dedicarono ben venti cittadine in tutta Italia, da San Martino Alfieri, in provincia di Asti, a Farà San Martino, in provincia di Chieti, dove la popolazione compie un pellegrinaggio al suo santuario raccogliendo nella valle delle pietruzze dette cicinelli che si conservano in casa come talismani oppure si gettano nei campi per favorire un buon raccolto.

Il culto e le usanze di San Martino sono di origine gallica perché egli morì a Tours in Francia. La Francia, come d’altronde la Spagna e l’Irlanda, era popolata dai Celti che celebravano il Capodanno ai primi di novembre. E, tra le festività di quel periodo, fu proprio San Martino ad acquisire sotto il cristianesimo la funzione di Capodanno contadino meglio del primo novembre perché il vescovo di Tours fu nell’Alto Medioevo il santo più popolare d’Occidente e la sua festa era quindi la più adatta per cristianizzare le tradizioni  celtiche di quel periodo che, segnando il passaggio dal vecchio alnuovo anno, durava dodici giorni.

Per renderlo più accetto alle popolazioni pagane che si stavano convertendo al cristianesimo si inventò la leggenda della cappa. Figlio di un militare, Martino aveva già la carriera tracciata: nel 332, a quindici anni, secondo le disposizioni degli imperatori Severo e Probo, era entrato nell’esercito diventando circitor, il cui compito consisteva nella ronda notturna a cavallo per sorvegliare le guarnigioni.

San Martino in un affresco di Simone Martini

Una notte incontrò sulla porta della città di Amiens, nella Gallia, un povero tremante di freddo che chiedeva aiuto. Che fare? Non aveva nient’altro che la clamide di cui era vestito perché aveva sacrificato tutti i denari in un’altra opera di carità. Allora, brandita la spada che aveva alla cintura, divise la clamide a metà e ne donò al povero la parte inferiore. La notte seguente, mentre stava dormendo, vide il Cristo che, vestito di una parte del suo mantello, diceva agli angeli intorno a lui: «Martino, il quale è soltanto un catecumeno, mi ha coperto con la sua veste».

Ebbene, nell’area celtica in cui il santo era nato e vissuto, e precisamente nella Pannonia, si venerava un «dio cavaliere» che portava una mantella corta. Era considerato il cavaliere del mondo infero, ovvero colui che vinceva gli inferi, che trionfava sulla morte. Perciò lo si considerava il dio della vegetazione che superava la morte attraverso la morte, e dunque il garante del rinnovamento della natura dopo la «morte» invernale: ne prova quella funzione anche la ruota, attributo tradizionale degli inferi, con cui è raffigurato nei monumenti trovati in Bulgaria, dov’è stato chiamato convenzionalmente il Cavaliere Trace. Cavalcava un cavallo nero e nera era la sua mantella.

Questa ipotesi interpretativa, suggerita da Margarethe Riemschneider e da me ripresa in Santi d’Italia, potrebbe permettere di capire il motivo dello sviluppo straordinario del culto di san Martino nelle Gallie, di cui fu l’evangelizzatore, e poi nelle zone limitrofe, compresa l’Italia settentrionale, che erano di antiche tradizioni celtiche.

San Martino era dunque il più adatto a sostituire il veneratissimo «dio cavaliere»: non automaticamente tuttavia perché si doveva correggere iconograficamente il suo rapporto con gli inferi che nella religione cristiana rappresentano il luogo della dannazione; perciò il suo cavallo è diventato bianco e Martino a sua volta combatte e vince il diavolo in tante occasioni, come testimoniano le leggende, compresa quella di Pont Saint-Martin.

 

Fonte: Alfredo Cattabiani, “Lunario”, Oscar Mondadori

Questo volume si presenta come “Un affascinante viaggio nelle nostre tradizioni popolari: usanze, devozioni, cerimonie, leggende, proverbi che costituiscono un ricchissimo patrimonio culturale”

 

Foto RETE

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