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La grecità in Calabria  (ultima parte)

Bova

 

Donde deriva questa grecità che si manifesta così tangibile nella Calabria meridionale? A che epoca rimonta?

Prima di rispondere a queste domande è bene confrontare la grecità calabrese col dialetto greco di Bova. Dobbiamo constatare che la coincidenza tra i relitti greci che emergono dai dialetti calabresi e il greco di Bova è di una chiarezza che non può non sorprendere. I relitti greci dei dialetti calabresi sono infatti assolutamente identici al lessico del dialetto greco di Bova, con la sola differenza che, mentre le voci della parlata di Bova hanno conservato più fedelmente la forma greca primitiva, le voci greche rimaste nei dialetti calabresi spesso si sono trasformate per influenze secondarie. Si confrontino i casi seguenti. Nei dialetti della provincia di Reggio la ‘focaccia pasquale’ è chiamata guta, mentre a Bova abbiamo avguta che riflette chiaramente il greco “αυγγωτή” ‘ovale’. Mentre il ‘vaglio di pelle’ nei dialetti calabresi è chiamato gramoni o trimoni, abbiamo a Bova dremoni che sta più vicino al greco δερμόνιον (da δέρμα ‘pelle’). Mentre ‘la quarta muta del baco da seta’ nella Piana di Palmi è chiamata cafarru, a Bova per questo concetto si dice caθario, che continua il greco xαθάριος; ‘ puro ‘. Mentre un vaso rotto nei dialetti calabresi è chiamato crupu, a Bova si ha curupi che corrisponde perfettamente al greco xουρούπιον ‘vaso da fiori’.

Si vede che il processo distruttore è più accentuato là dove colla perdita della lingua anteriore si dovette perdere anche il valore semantico del singolo vocabolo. E inutile dire che ritroviamo a Bova anche le costruzioni personali in luogo dell’infinito : vógghiu mu vaju corrisponde perfettamente al bovese θelo na pαo, un a mu veni ‘deve venire’ al bovese éχi na erti. E come nei dialetti delle provincie di Reggio e Catanzaro esiste soltanto una sola forma verbale per esprimere il passato, così anche a Bova abbiamo soltanto l’aoristo greco e vi mancano completamente le forme verbali composte col participio passato. Si dice èdiche ‘ha dato’ (cal. deze), evròndijae ‘ha tuonato’ (cal.trondu), èpiae ‘ha pigliato’ (cai. pigghidu).

L’unità linguistica che esiste tra la grecità dei dialetti calabresi e la lingua greca di Bova è in realtà perfetta. Possiamo dunque concludere da questa coincidenza che la lingua greca che oggi è viva soltanto in pochi paesi del mandamento di Bova dovette essere una volta la lingua comune

Museo della civiltà contadina dell’Area Grecanica – Bova Marina

in tutta la Calabria meridionale. Tenendo presente che gli atti di donazione redatti in lingua greca che abbiamo potuto localizzare nella Calabria meridionale, appartengono all’undicesimo, al dodicesimo e al tredicesimo secolo, non sarà certamente troppo azzardato, se sosteniamo che in quell’epoca tutta questa regione si servì preferibilmente della lingua greca. Secondo questa teoria l’origine dei dialetti romanzi che oggi si parlano nella Calabria meridionale non dovrebbe rimontare oltre il Medioevo.

Infatti la latinità che si manifesta nei dialetti della Calabria meridionale è molto più recente di quella della Calabria settentrionale. Mentre quest’ultima, a prescindere dalle differenze locali, forma colla rimanente parte continentale dell’Italia del Sud una compatta unità linguistica, troviamo nei dialetti della Calabria meridionale uno strato linguistico che palesa chiaramente la sua piuttosto giovane età. Tutta l’Italia meridionale per designare il concetto ‘testa’ ha conservato il latino caput (calabr. a capu, basil, la capa, salent. lu capu, apul. a cape, a chepe, napol. a capa, rom. lu capu). Soltanto la Calabria meridionale e la Sicilia adoperano testa, cioè l’espressione della lingua nazionale. Tutta l’Italia meridionale si serve per designare l’agnello di continuatori del latino agnus (calabr. avunu, amunu, agunu, basil, aine, salent. avunu, napol. aine abruzz. ajene). Solo la Calabria meridionale e la Sicilia si sono decise per l’espressione della lingua nazionale (agnèδδυ = agnello). E questo si può riscontrare in un’intera serie di casi :

Area-grecanica

CALABRIA MERID. . CALABRIA SETT .

  1. ago (aguglia) agugghia acu (fem. !)
  2. goccia guccia gutta
  3. ala ala scidda

4 . ascella                    masciδδa                     titiδδu

  1. sbadigliare sbadigghiari alare
  2. gozzo guozzu, vozza cagnu
  3. bollire gugghjiri vullere
  4. magro magru lientu
  5. lesina lesina sugghia

10.ammogliare            maritari                         nzurare

11.nuvola                     nuula                                     nuve

12.domani                   domani                         craji

13.avantieri                  avanteri                        nustierzu

14.sambuco                sambucu                      savucu

15.la felce                    a filici                                     u filici

16.la cimice                 a cimici                         u cimice

17.palo                         palu                              vette

18suocero                   sòggiru                         sùocru

19.giorno                     jornu                             jurnu

 

Si vede dunque che dappertutto dove la Calabria settentrionale offre vocaboli d’impronta arcaica o originale, la zona meridionale vi contrappone voci che appartengono ad uno strato più recente. Da ciò risulta questo di notevole : i dialetti odierni della Calabria meridionale non si connettono affatto con la romanizzazione intrapresa dai Romani nell’antichità, bensì essi costituiscono il risultato di una nuova romanizzazione avvenuta soltanto nel medioevo. Dunque anche dal punto di vista romanzo tutto fa supporre che il predominio della lingua greca in questa regione si sia protratto fino al tardo medioevo senza soluzione di continuità.

Ora ci domandiamo: Quali sono le origini di questa grecità calabrese? Stabiliti una volta i confini del territorio greco che nel medioevo ha dovuto abbracciare tutta la Calabria meridionale, si comprende che è insostenibile la teoria emessa già dal Morosi secondo la quale il grecismo di Bova sarebbe il risultato di immigrazioni dalla Grecia avvenute nei secoli XI e XII durante o dopo la dominazione bizantina. Se è possibile che durante questo periodo piccoli nuclei di immigranti o avventurieri greci abbiano potuto venire a stabilirsi inosservatamente nell’Italia del Sud, è assolutamente da escludere che queste immigrazioni siano state così forti da sradicare la latinità della Calabria meridionale e da trasformare completamente l’aspetto linguistico di intere provincie.

E non meno arbitraria ci sembra l’opinione del Battisti che vuole ricondurre la grecità calabrese alla colonizzazione bizantina avvenuta lentamente dal secolo VII in poi sia per mezzo della dominazione greca, sia per l’influsso dei numerosi monasteri basiliani, sia per l’affluenza dei profughi siciliani. E insostenibile questa teoria perchè scarso è stato l’influsso linguistico dei Bizantini, dovunque essi abbiano esercitato il loro dominio. Infatti essi non hanno lasciato traccia alcuna della loro lingua nè a Bari, nè a Ravenna, nè in Dalmazia, né in Sardegna, regioni dove a lungo mantennero il loro impero.

È assolutamente da respingere anche l’opinione di alcuni studiosi di archeologia che in seguito ai risultati degli scavi vorrebbero sostenere che Reggio durante l’epoca imperiale sia stata una città prettamente latina. Basta citare qui le parole del più competente conoscitore della materia: «In Reggio il numero delle iscrizioni greche supera di un pochino quello delle romane e greci sono tutti gli scarsi titoli cristiani» (P. Orsi, nel «Nuovo Bull, di archeol. cristiana », voi. 20, pag. 13). Quanto alle iscrizioni di lingua latina, si tratta quasi esclusivamente di documenti più o meno ufficiali. Questi naturalmente non provano nulla nei riguardi delle condizioni linguistiche di questa regione. Non era certamente il popolo che aveva composto queste iscrizioni, ma erano i funzionari ed i rappresentanti dell’Autorità statale

Parco archeologico di Locri

Quanto scarso valore sia da attribuirsi alla presenza e al carattere delle iscrizioni risulta in modo evidentissimo dalle constatazioni fatte nella regione di Cosenza. Infatti non fu trovata quivi finora nessuna iscrizione autentica nè in lingua greca nè in lingna latina. Volendo attribuire alle iscrizioni un assoluto valore documentario per quanto riguarda la lingua dominante in una determinata regione, dovremmo dunque concludere che nella regione di Cosenza non si parlava né greco nè latino, ciò che certamente è assurdo.

Quanto poco servano a dimostrare gli atti di carattere pubblico per lo stato linguistico di una regione si rileva del resto anche da certe situazioni di fatto della nostra epoca. Così, per esempio, in Val d’Aosta, benché in tutte le manifestazioni della vita pubblica ufficiale sia in uso la lingua italiana, ci troviamo pur sempre in presenza di popolazioni di lingua francese che custodiscono tenacemente l’idioma dei padri. E più convincente è ancora l’esempio della Corsica, la quale, nonostante l’invadenza della lingua francese in tutti gli atti pubblici di carattere ufficiale (anche nelle iscrizioni delle tombe) conserva pur sempre nell’uso quotidiano la lingua italiana. Si vede dunque che il nesso tra la lingua ufficiale e l’idioma popolare in certi casi è insussistente e che lo studioso deve agire con molta prudenza nel trarre conclusioni intorno allo stato linguistico di una regione dal materiale delle iscrizioni.

Basta confrontare la grecità calabrese con il greco bizantino per riconoscere che essa contiene non solo elementi assolutamente originali ma che rappresenta anche uno strato linguistico molto anteriore.

Se finora si è esitato a riconnettere il grecismo calabrese direttamente cogli antichi abitanti della Magna Grecia, questo si spiega in prima linea dalle nozioni assolutamente erronee e superficiali che ancora in moltissimi ambienti si ha sullo sviluppo del greco volgare. È da un pezzo che sappiamo che lo sviluppo del greco volgare rassomiglia perfettamente allo sviluppo del latino volgare e che il neogreco non data soltanto dall’epoca bizantina, ma che le radici della nuova lingua, cioè i fenomeni più caratteristici del neogreco, rimontano fin’ ai primi secoli dell’era cristiana.

Se oggi dunque l’aspetto fonetico del greco di Bova rassomiglia piuttosto al neogreco che al greco antico, questo fatto è senza importanza per la cronologia del dialetto di Bova. Se oggi a Bova, per esempio, si dice ìmiso ‘mezzo’ invece di ἤμισος, iméra invece di ἠμέρα, riaci ‘torrente’ invece di ρυάxιον, lici ‘lupi’ invece di λύxοι, cefali  ‘testa’ invece di xηφαλή, se nel campo del lessico troviamo xρασι ‘vino’ invece di οἶνος, ψωμι ‘pane’ invece di ἄρτος,  spiti ‘casa ‘ invece di οιxία, jineca ‘donna’ invece di γυνή, pedì ‘figlio’ invece di υιός:, tutto questo non prova niente per l’origine bizantina del grecismo calabrese, poiché si tratta di fenomeni comuni a tutto il territorio greco e che rimontano molto al di là dell’epoca bizantina.

Allo stesso modo che nessuno vorrebbe pretendere che lo spagnuolo che ha miel invece di mel, lago invece di lacus, pelo invece di pilus , onda invece di unda , padre invece di pater , fumarà invece di fumabit, casa invece di domus, comprar invece di emere , andar invece di vadere , che lo spagnuolo sia derivato dall’italiano piuttosto che dalla comune lingua madre, cosi sarebbe oltremodo ingenuo di indicare come bizantini fenomeni che appartengono allo sviluppo generale del greco volgare.

Gerhard Rohlfs

Se così la grecità calabrese per ragioni intrinseche da un lato si avvicina piuttosto al tipo del greco moderno, mostra d’altra parte, specialmente nel suo lessico un’antichità e un’originalità che esclude nettamente l’origine bizantina.

Una lingua che ha conservato elementi così arcaici come αιγωλιός ‘gufo’, βόλβιτον ‘sterco di bue’, δέλλις ‘vespa’, διαφαύει ‘si fa giorno’, ζυγία ‘acero’, μάxτρα ‘madia’, πρρία ‘pettirosso’, ρώψ ‘quercia’, αττέλαβος ‘grillo’, τάμισος ‘caglio’, vocaboli che non si trovano in nessun altro dialetto neogreco, tale lingua certamente non può derivare dal greco bizantino. Tanto più che essa contiene elementi che chiaramente lasciano intravedere la stretta connessione col grecο locale della Magna Grecia. Troviamo tuttora in alcuni casi la pronunzia dorica : λανός ‘palmento’ invece di ληνός,  άσαμος ‘senza marchio’ invece di ἄσημος,  γᾶς ἔντερον ‘lombrico’ invece di γῆς ἔντερον, νἄσις ‘zona coltivata lungo una fiumara’ invece di v*j<yi;, HJBCT»: ‘massa di cacio fresco ‘ invece di νἤσις παxτά.

Vive ancora nel grecismo calabrese quel xάμμορον ‘euforbia’ che ci è attestato come voce particolare dei popoli dorici della Magna Grecia. Anche il nome di un’altra pianta porta un carattere prettamente italioto. È il nome della ‘pulicaria’ che viene chiamata κliza a Bova, kriza nei dialetti della Calabria meridionale, continuatore non già di xόνυζα del greco comune, ma della variante xνύζα usata dal siciliano Teocrito.

Finalmente è da segnalare nel dialetto greco di Bova la presenza di alcune forme femminili in -óς; nella declinazione degli aggettivi come ἄσαμος ‘(capra) senza marchio’, στέριφος ‘animale senza latte’, ἔτοιμος ‘gravida’, forme che sono caratteristiche del più antico greco.

A noi pare dunque chiaro che il grecismo della Calabria non può considerarsi filiazione del greco bizantino. Soltanto chi non vuol prendere in considerazione questi argomenti così validi può perseverare nell’opinione erronea emessa finora.

Si tratta dunque di una grecità autoctona che dai tempi antichi in cui Strabone attesta il carattere greco di Reggio senza soluzione di continuità si è protratta fino ad oggi.

Sotto questa nuova luce la lingua greca di Bova che finora fu considerata un dialetto bastardo di poca importanza guadagna un interesse del tutto speciale. Come ultimo superstite del grecismo della Magna Grecia la lingua greca di Bova diventa un fattore importante nello sviluppo linguistico del Mezzogiorno.

Tilbingen

GERHARD ROHLFS.

Fonte: http://www.animirisorsedigitali.it/

Foto RETE

 

ΝΟΤΕ

  1. Sono composte invece in lingua greca le due iscrizioni dei Ginnasiarchi (trovate a Reggio nel 1921 e 1925) del secolo augusteo, dove tutti i nomi della presidenza del ginnasio sono greci ; v. Notizie degli Scavi, 1922. pag. 181.

 

 

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