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La Valle dei Mulini

Mulino di san Leonardo

 

La nascita del Mulino ad acqua di San Leonardo di Orsomarso si inserisce in un contesto storico di grande rilievo per l’intera regione a cavallo tra la Calabria e la Basilicata.

Questa regione e, in particolare, la vasta area oggi occupata dal Parco Nazionale del Pollino, che ingloba le valli dei fiumi Lao ed Argentino, assistette, a partire dal VI secolo d.C., ad una serie di ondate immigratorie di monaci bizantini provenienti dalla Siria, Palestina, Egitto e Grecia. I primi monaci raggiunsero questi territori a seguito delle armate di Belisario e Narsete, durante la guerra gotica, che per molti versi aveva anche una valenza religiosa, considerato che questi ultimi professavano l’arianesimo'(1). Altre ondate immigratorie si ebbero a partire dal VII secolo, a seguito di quelle accuse, contro i monaci bizantini, di idolatria o di culto dell’immagine, che determinò di lì a poco la violenta disputa, che prese il nome di lotta iconoclasta(2) e nel IX secolo come conseguenza dell’invasione araba della Sicilia, che comportò l’abbandono dell’isola da parte dei monaci per cercare rifugio in Calabria(3). L’afflusso di monaci, inizialmente dediti alla vita ascetica, favorita dalla bellezza dei luoghi e dalla quasi assenza di centri abitati, divenne incessante, fino a determinare, intorno al IX-X secolo, la necessità di fondare monasteri. Qui, infatti, sotto la guida degli abati (igumeni(4), potevano raggrupparsi più religiosi e svolgere attività, quali lo studio, la riproduzione di testi, l’agricoltura e l’allevamento di animali da latte, che mal si conciliavano con la vita eremitica all’interno di ricoveri rupestri.

Tutta l’area, ma principalmente la valle solcata dai fiumi Argentino e Porta la Terra, fu invasa da un’infinità di monasteri, alcuni dei quali passati alle cronache del tempo, perché fondati o abitati da monaci illustri, quali Fantino, colui che accolse il giovane Nilo di Rossano, Giovanni “il Grande” e Zaccaria “l’Angelico”(5).

Mulino di san Leonardo

Era il centro dell’Eparchia Monastica del Mercurion.

Studiando attentamente i resti dei monasteri e delle cappelle o delle chiese monasteriali, scopriamo all’interno o nelle immediate vicinanze di questi complessi la presenza di ambienti destinati alla frangitura delle olive o alla macinatura dei cereali. Quest’ultima rappresentava una delle attività più frequenti nell’Eparchia Monastica del Mercurion.

Le nostre valli, ricchissime di fiumi e di torrenti, abbondavano di mulini, la maggior parte dei quali era stata edificata proprio dai monaci o su richiesta di essi.

Il prof. Orazio Campagna ricorda che i monaci italo-greci furono anche pastori e mugnai, oltre che letterati ed amanuensi, tanto che molti mulini erano detti “di S. Basile” o “del monaco”(6).

Del resto la regione appariva particolarmente votata allo sfruttamento dell’energia idrica e i mulini, all’epoca, avevano un valore commerciale inestimabile. Lo dimostra il fatto che spesso diventavano oggetto di controversie che si dirimevano solo davanti ai giudici. Pensiamo, ad esempio, all’igumeno Cosma del monastero di S. Leonzio di Stilo, in favore del quale intervenne nel 1059, il vicario dello stratego di Calabria, Stefano, assegnandogli la proprietà di un mulino, fino a quella data posseduto illegalmente da un nobile del luogo, lo spatarocandidato Nicola(7).

Dalla lettura delle Memorie storiche e documenti sopra Lao, Laino, Sibari e Tebe Lucana, del 1883 di Giuseppe Gioia, emerge un ulteriore elemento, un’utile conferma documentale, relativa all’importanza dei mulini. Si tratta di un rescritto, una sorta di risposta ad un quesito su questioni giuridiche, del 1486, con il quale re Ferdinando I autorizzò la deviazione dei fiumi Usomarzo e Mercuri per far funzionare un mulino. Naturalmente con questi toponimi si intendevano rispettivamente i fiumi Argentino e Lao.

Che la valle dell’Argentino e anche del Porta la Terra, i fiumi sulla cui confluenza sorge l’abitato di Orsomarso, fossero cosparse di mulini lo dimostra il fatto che, sul luogo, molti toponimi richiamano ancora queste costruzioni.

Uno è il quartiere popolare di Capomulino. Esso, un tempo, ospitava un impianto monastico molto interessante in quanto, adagiato sul declivio degradante verso il letto del fiume Argentino, con molta probabilità comprendeva anche un mulino che doveva sfruttare la forza delle acque di quel fiume.

Canolo-RC-1924-Un-mulino-ad-acqua- Foto di G. Rohlfs

Di fronte a questo sito, volgendo lo sguardo verso la riva opposta, appare uno di quei monti, che sovrastano il letto del fiume, interamente ricoperto da una fittissima vegetazione e che prende il nome di Macchia del Mulino. Ai suoi piedi nella prima metà del secolo scorso fu costruita una piccola centrale idroelettrica con la quale si illuminava non solo l’abitato di Orsomarso, ma anche quello di Santa Domenica Talao.

Il monastero del Capomulino, nome che ricorda la località di Capo Mulini di Acireale, alle falde dell’Etna, terra ricca di insediamenti e di complessi monastici(8), si collega ai Mulì, in forma plurale (Ο Μύλοι), che Andre Guillou riporta come antico etimo, da cui sarebbe derivata l’espressione Molina, designante l’attuale omonima contrada di Orsomarso, per via dei numerosissimi mulini ad acqua che un tempo vi si trovavano(9).

Non lontano dalla Mulina, in località Valle Palazzo, su un rilievo che sovrasta uno dei tanti corsi d’acqua che vanno ad incrementare la portata idrica del fiume Lao si trovano i resti di un antico mulino. Esso è citato nel testamento di Daniele, abate del monastero mercuriense di Sant’Elia ed indicato come ubicato nei pressi del “grande fiume” (μέγας ποταμος)(10), termine con il quale si designava il fiume Lao(11).

Mulino di via Porta la Terra

Nella sola valle del Porta la Terra, nell’area attualmente occupata dal centro abitato di Orsomarso, un tempo esistevano ben tre mulini che sfruttavano l’acqua del fiume. Quello più in basso era situato nel punto in cui, oggi, si trova l’edificio  scolastico comunale. Quando venne raso al suolo, negli anni ’70, conservava ancora il ponte, a due archi a tutto sesto, che sorreggeva il fossato, al termine del quale l’acqua, così incanalata, trovava il precipizio, il salto che la rendeva capace di muovere le macine sottostanti.

Ponte del mulino

Quasi in corrispondenza della parte mediana dell’abitato, sulla riva destra, si trova ancora, ridotto ormai a magazzino, un altro impianto di macinatura. Un tempo neanche molto remoto, era azionato grazie alle acque del Porta la Terra, che gli arrivavano da un fosso scavato in buona parte nella roccia e sorretto nella fase terminale da un ponte, sotto il quale scorre l’attuale strada di accesso al paese.

Mulino alla Vianova

In questo quadro di mulini di proprietà di monasteri e spesso situati proprio in prossimità degli stessi, si inserisce il terzo mulino ad acqua: quello di San Leonardo. Situato alla fine del centro abitato di Orsomarso, faceva parte del monastero che lo sovrasta e che affianca la chiesetta di San Leonardo, un tempo, probabilmente, intitolata a Santa Sofìa, come testimonia anche la via che ad essa conduce e che continua a portare questo stesso nome.

In posizione, rupestre tipica dei monasteri italo-greci del Mercurion, a picco sul fiume Porta la Terra, sfrutta le sue acque, che, prelevate a monte, all’altezza della località Nocella, arrivano a destinazione, grazie ad un’interessante opera di ingegneria idraulica, consistente in un lungo fossato, quasi interamente nella roccia, che i monaci scavarono per l’approvvigionamento idrico del cenobio, per far girare il mulino e per annaffiare i mille orticelli che si estendono al di sotto del complesso monasteriale. È l’unico che conserva la struttura intatta e che può darci un’idea plausibile dell’aspetto che doveva avere all’epoca dell’esistenza del monastero di cui faceva parte. Osservandolo si respira una sensazione che sa di antico e di religioso al contempo!

Le sue origini risalgono all’incirca al X secolo, ai tempi, cioè, dell’Eparchia monastica del Mercurion, anche se la chiesa di Santa Sofìa è databile al VI-VII secolo. Essa, infatti, presenta caratteristiche architettoniche tipiche delle chiese “siriache” di quell’epoca, così chiamate in quanto costruite da monaci che, in quel periodo, raggiunsero la Calabria provenendo dalla Siria(12). La navata unica rettangolare, l’ingresso laterale, la presenza dei subsellia (sedili in pietra riservati ai monaci, che correvano lungo il tutto presbiterio), l’abside semicilindrica orientata verso levante, le finestre alte e a feritoia, denotano, infatti, una contemporaneità dell’edificio sacro con la chiesa di Santa Maria di Mercuri, a meno di 5 km dal centro abitato di Orsomarso.

Chiesa di san Leonardo

La loro architettura, inoltre, presenta caratteri che si ricollegano a quelli di numerose chiesette sorte in clima bizantino in vari luoghi della Calabria e dell’Italia meridionale ed anche dell’Asia minore, specialmente in Cappadocia.

Un modulo architettonico che riscontriamo, oltre che nella chiesetta di Santa Maria di Mercurio, anche nelle ben più note chiese della Panaghia e della Madonna del Pilerio di Rossano Calabro(13). Anzi, proprio quest’ultima ci fornisce un ottimo spunto di riflessione ed approfondimento, relativamente agli apparentamenti che si possono stabilire all’interno di queste antiche chiesette medievali e dei contesti ambientali in cui erano inserite.  Le chiese di San Leonardo e Santa Maria di Mercuri ad Orsomarso e quella di Santa Maria del Pilerio a Rossano Calabro presentano, infatti, numerose interessantissime assonanze. Tutt’e tre sono rupestri, a navata unica e con unica abside, tutt’e tre sormontano vallate solcate da fiumi, tutt’e tre sono ubicate nei pressi di mulini ad acqua, alcuni dei quali compaiono anche in documenti greci di epoca mercuriense.

Si ripresenta, così, una disposizione di edifici di epoca bizantina, simile a quella di Rossano Calabro, dove la chiesetta di Santa Maria del Pilerio, un tempo intitolata a S. Angelo di Troppa, ad una sola navata ed a una sola abside, si trova accanto alla porta Rupa, sulla stradina che si inerpica sul fianco orientale dell’acrocoro rossanense, che conduce alla valle del torrente Celadi o valle dei Mulini ad Acqua.

 

Di GIOVANNI RUSSO

Storico

 

 

 

NOTE

1 Cfr. B. CAPPELLI, II monachesimo basiliano e la grecità medioevale nel Mezzogiorno d’Italia, in Medioevo Bizantino nel Mezzogiorno d’Italia, Ed. il Coscile, Castrovillari 1993, p. 22. Cfr. anche CH. DlEHL, I grandi problemi della storia, bizantina, Bari 1957, p. 124.

2 Nel 726 poiché già da tempo si percepiva in seno alla chiesa greca una certa ostilità nei confronti del culto delle immagini, l’imperatore d’Oriente, Leone III Isaurico, inaugurò una violenta caccia contro coloro che veneravano le icone. Egli era convinto che questo culto immiserisse la concezione divina, riducendola a pura materia. Cfr. E LACAVA ZlPARO, Dominazione bizantina e civiltà basiliana nell’Italia prenormanna, Parallelo 38, Reggio Calabria 1977, p. 69.

3 F. RUSSO, II Monachismo calabro-greco e la cultura bizantina in occidente, in Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata, V, Roma 1951, p. 7.

4  Catigumeni  erano anche preti.

5 Cfr. G. RUSSO, La Valle dei monasteri. Il Mercurion e l’Argentino, Ferrari, Rossano C. 2011, pp. 145 ss.

6 O. CAMPAGNA, Componenti Monastiche italo-greche nel territorio della Comunità Montana dell’Alto Tirreno Cosentino, Dattiloscritto depositato presso la sede della Comunità Montana “Alto Tirreno Cosentino” Verbicaro (CS) p. 44.

7 F. TRINCHERA, Syllabus graecarum membranarum (Neapoli, 1865), VII, pp. 57-58.

8 Capo Mulini. Frazione del Comune di Acireale., in provincia di Catania, da cui dista 5 km. Si trova a sud di Acireale, nei pressi dell’omonimo capo che segna il limite settentrionale del Golfo di Catania. Reperti d’età romana rinvenuti nei dintorni dell’odierna borgata inducono a pensare che nei pressi dovesse essere ubicata la città di Xiphonia. Sormontata dalla “Timpa”, Capo Mulini era ricca di concerie e di mulini, che prosperavano grazie alle tante sorgive provenienti dall’Etna.

9 A. GUILLOU, Saint-Nicolas de Dannoso (1031-1060/1061), Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano, 1967, p. 8.

10 Tutt’oggi il fiume Lao è denominato dagli abitanti del luogo “Fiume Grande” per distinguerlo dall’Argentino.

11 F. BURGARELLA, L’Eparchia di Mercurio territorio e insediamenti, Rivista di Studi Bizantini e Neoellenici, fondata da S. G. Mercati, diretta da A. Acconcia Longo, n.s. 39 (2002), Roma 2002, p. 88

12 Cfr. F. LACAVA ZlPARO, Dominazione Bizantina.., op. cit., pp. 31-67

13 La chiesetta di San Leonardo o di Santa Sofìa, presenta apparentamenti, almeno nella fattispecie planimetrica, con le chiesette di Montevergine e San Leo, nelle località di Moranello e Sassonia del Comune di Morano, lungamente descritte da Biagio Cappelli nell’articolo Un gruppo di chiese medioevali della Calabria settentrionale, ospitato in B. CAPPELLI, Medioevo bizantino nel Mezzogiorno d’Italia, Edizioni “il Coscile”, Castrovillari 1993, pp. 239 – 261.

 

 

 Fonte: CONFLUENZE – RIVISTA CULTURALE QUADRIMESTRALE – Anno IV – n. 2 – Maggio/Agosto 2016

 

 

 

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