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MARCO

Era un personaggio.

Di giorno andava per le colline a mietere tagliamano. Faceva  grossi fasci, se li caricava sulle spalle e li portava sulla strada carrabile. Un lavoro duro. Le mani spesso sanguinavano. Di sera si concedeva qualche bicchiere.

Una scena estremamente poetica di molti anni fa.

Era notte fonda; vicino al Ponte del Mulino camminava con passo incerto. In mano, tenendolo per la cannuccia, un grosso cupecupe. Con un filo di voce modulava una vecchia canzone di Capodanno. All’abbeveratoio si fermò. Se ne stette un po’ in silenzio. Si sedette in un angolo, si mise il cupecupe sulle ginocchia, si bagnò la mano e cominciò a suonare. Ci accolse con un sorriso buono e con una canzone che rese dolci quelle ore della notte.

 

Altre volte, mentre ero a letto, lo sentivo arrivare, lentamente. Veniva da Sanzufia verso la fontana a Rena, per allontanarsi poi, piano piano, verso la Turretta. Erano in tre o quattro. Le canzoni raccontavano storie d’innamorati, con tutti i travagli connessi. Lui faceva da solista, gli altri il contrappunto. L’organetto teneva assieme le voci, cucendo la melodia.

È uno dei ricordi più intensi e teneri della mia adolescenza. Un sentimento di gratitudine per Marco.

Che la terra gli sia lieve!

 

La foto la devo a Fabrizio Mercuri

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