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VERBICARO – La rivolta del 1911 e l’Italia dei Savoia

Militari presidiano il paese

 

«La popolazione povera di tanta bella parte d’Italia ci appare d’un tratto più diversa da noi che se fosse di un’altra razza lontana o di un’altra lontana epoca, la sua vita, la sua psicologia non ci appartengono più».

Con queste parole, Luigi Barzini, inviato speciale del Corriere della sera, esprimeva, in un articolo del 31 agosto 1911, il suo stato d’animo e le sue emozioni di fronte alla rivolta di Verbicaro, di fronte alla realtà di un Mezzogiorno d’Italia, che appariva improvvisamente agli occhi del Paese nella sua triste e cruda realtà di sottosviluppo e di misera.

Eppure, quel 1911 aveva suscitato in tutta Italia sentimenti di intensa passione patriottica. Si celebravano i primi cinquanta anni di unità nazionale, si salutava questo avvenimento con grandi manifestazioni e cerimonie, culminate con le esposizioni di Torino, Firenze e Roma e con l’inaugurazione, il 28 marzo, del monumento a Vittorio Emanuele II, ai piedi del Campidoglio. Si esaltavano, con toni carichi di retorica, i fulgidi destini del paese. Questo clima carico di fervore patriottico alimentò anche, in quei mesi del 1911, una sorta di febbrile attesa e di impazienti pressioni sul governo, perché procedesse rapidamente alla conquista militare della Libia. Gran parte della stampa e dell’opinione pubblica italiana ritenevano ormai indilazionabile questa impresa coloniale che doveva dare all’Italia prestigio e potenza sul piano internazionale.

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In questo clima carico di attese e di auspici di grandi successi, da Verbicaro, da questo piccolo e sperduto paese della Calabria del tutto sconosciuto alla gran parte degli italiani, cominciano a giungere notizie inquietanti. Una epidemia di colera, che in quell’estate del 1911 aveva toccato altre regioni italiane, ebbe a Verbicaro, per le precarie condizioni igieniche e sanitarie, effetti devastanti, provocando la violenta reazione della popolazione di Verbicaro, che insorse contro le autorità locali, contro i «galantuomini» del paese, considerati i responsabili dell’epidemia, giudicati alla stregua di «untori». Si tratta di una vicenda che assunse aspetti feroci, nei quali si mescola ignoranza e superstizione, miseria e sete di giustizia.

L’Italia ufficiale, l’Italia delle celebrazioni del Cinquantenario e che chiedeva a gran voce di conquistare la Libia venne a trovarsi, improvvisamente, di fronte una realtà nuova e imprevista, che svelava la presenza di un’altra Italia, sconosciuta e lontana, quasi dimenticata nel fragore degli entusiasmi nazionalistici ,di quei giorni. La questione meridionale si riproponeva in termini drammatici. «La folla tumultuante di Verbicaro — scrisse Gaetano Salvemini su La Voce del 31 agosto 1911 — spiegando il colera con la ‘polveretta’ sparsa dal ‘Governo’ e dai ‘galantuomini’ per impedire alla povera gente di moltiplicarsi oltre il necessario, ha dato una forma superstiziosa e barbarica a quel sentimento di sfiducia e di avversione verso i ‘galantuomini’ e verso il ‘Governo’, che è il permanente stato d’animo di tutte le folle meridionali. Ma la barbarie superstiziosa dell’espressione non deve farci disconoscere la giustizia del sentimento fondamentale».

Verbicaro, questo sperduto paese della Calabria, raggiungibile solo dopo lunghe ore di cammino attraverso una mulattiera; questo paese che le cronache del tempo descrivono come un agglomerato di case fatiscenti, di abitazioni che servivano anche da stalle, in condizioni igieniche allarmanti, lontano da qualsiasi segno di progresso civile, ove, come scriveva un cronista, si viveva «una vita selvaggia, primitiva, senza ideali e senza speranze», diventa, in quell’estate del 1911, quasi un monito per la coscienza di un paese e di uno Stato che sembrava aver dimenticato, dietro i richiami della retorica nazionalista e patriottica, antichi e non risolti -problemi sociali. Non a caso la grande stampa d’opinione, giornalisti di grido, uomini di cultura sensibili ed onesti colsero nei drammatici episodi di Verbicaro il segno di un male profondo presente nella realtà dell’Italia liberale, che si apprestava ad affrontare una guerra coloniale e di lì a pochi anni una guerra mondiale, senza avere ancora messo mano alle elementari esigenze di vita di una parte della sua popolazione.

Rileggere oggi la vicenda di Verbicaro, con la sua miseria, con la sua violenza, con la sua ignoranza significa rileggere una pagina della nostra storia nazionale, forse spesso dimenticata o nascosta. Una pagina che meritava, però, di essere riletta e rimeditata, in tutti i suoi complessi e articolati risvolti.

Di Francesco Malgeri

Da “Colera sovversivo. Le rivolte di Verbicaro (1855 e 1911)”, di M. P. Lorenzo, Edisud

Foto: RETE

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