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Fortunatamente il primo terapeuta è dentro di noi…

 

Paradossalmente la capacità di stare soli è la condizione prima della capacità d’amare.

Chi non ha un buon rapporto con se stesso non può avere un buon rapporto con gli altri: è illusorio pensare che la volontà o la socialità possano ovviare a questo difetto d’origine. Sono piuttosto necessari un minimo di distacco da sé e la capacità di  osservarsi, di “conoscersi”.

Senza questa operazione preliminare, non si arriverà neppure a diagnosticare il disturbo che ci affligge e, di conseguenza, si continuerà ad attribuire agli altri o alla sfortuna la responsabilità dei propri fallimenti.

Non serve a niente invitare genericamente ad “amare” il prossimo quando esiste proprio un cattivo rapporto con se stessi; occorre far comprendere come si debba amare, prima se stessi e poi gli altri. Esistono infatti vari modi di amare, e alcuni sono inconsapevolmente distruttivi per la persona amata.

Là madre, per esempio, che ama il proprio figlio fino al punto da desiderare che non si stacchi più da lei, non sta facendo il bene del figlio; eppure sarà convinta di amarlo più di chiunque altro. In realtà questa modalità sbagliata di amare nasce dalla pretesa che l’amore colmi una lacuna, la quale deriva invece da un cattivo rapporto con se stessi. È vero che questo cattivo rapporto nasce a sua volta da una relazione anomala con i genitori o con altri individui, che hanno avuto una grande importanza nella nostra prima infanzia, ma è anche vero che queste persone non possono comprendere il nostro problema, né possono più aiutarci. Se vogliamo risolverlo, dobbiamo ricorrere a figure sostitutive (psicoterapeuti, psicoanalisti, ecc.) che ci aiutino a “conoscerci”, a “vederci”. Oppure dobbiamo fare da soli.

Fortunatamente il primo terapeuta è dentro di noi: è quel sé profondo che resta, nonostante tutti gli strati sovrapposti dalla società e dalla cultura, il nostro centro di equilibrio e di serenità. Il problema è di riuscire a disseppellirlo. È per questo che uno psicoanalista come Fromm finisce per riscoprire le virtù della meditazione e giunge a scrivere ne Lane d’amare: «Sarebbe utile praticare pochi semplici esercizi, come, ad esempio, sedere in una posizione di relax (né molle né rigida), chiudere gli occhi e cercare di vedere uno schermo bianco davanti a sé respingendo figure e pensieri che possano oscurarlo; quindi cercare di seguire il proprio respiro; non pensarci né sforzarsi di farlo, ma seguirlo, e così facendo, sentirlo; inoltre cercare di avere un senso dell'”io”; io, me stesso, come il centro dei miei poteri, come il creatore del mio mondo. Si dovrebbe, perlomeno, fare un simile esercizio di concentrazione ogni mattina per venti minuti (se possibile di più) e ogni sera, prima di coricarsi.»

 

Da “L’arte della serenità”, di8 C. Lamparelli, Oscar Mondadori

Foto RETE

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