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Palazzotto o Paolo Giannini?

 

L’odonomastica (dal greco hodós ‘via’, ‘strada’, e onomastikòs, ‘atto a denominare’) è l’insieme dei nomi delle stradepiazze, e più in genere, di tutte le aree di circolazione di un centro abitato e il suo studio storico-linguistico.

Altre definizioni equivalenti sono: odonimia, onomastica urbana, onomastica stradale.

L’odonimo (nome della strada) risponde a ineliminabili esigenze di identificazione e informazione che connettono l’uomo alla società e al proprio territorio. Gli odonimi dei centri urbani sono il risultato di sovrapposizioni, frutto di influenze di tipo storico-ideologico, quali l’avvicendarsi di dominazioni, di mutamenti di carattere socio-economico e di mode. Gli odonimi, dunque, al pari di tutti gli altri nomi propri, sono strumenti che permettono di leggere e interpretare la realtà, la società che li ha visti nascere.

La struttura odonomastica in una città può essere percepita nel suo complesso come un ritratto della situazione geografica, economica, culturale e sociale di un determinato periodo, fornendo al tempo stesso un quadro degli orientamenti seguiti dalle autorità e in particolare dalle amministrazioni comunali (Giunta e Consiglio comunale) che hanno la competenza a denominare le aree pubbliche. (https://it.wikipedia.org/wiki/Odonomastica)

Ad Orsomarso ci sono nomi che non sono entrati nella vita  della comunità. Le sono stati imposti, ma sono rimasti sempre corpi estranei. Ne cito un paio: corso Vittorio Emanuele III e piazza Paolo Giannini.

Mesi fa mi trovavo in Piazza. Alcuni turisti chiesero ad un gruppetto di anziani che chiacchieravano, dove si trovasse piazza Paolo Giannini. I vecchietti si guardarono increduli e ammutolirono. Cos’era sta piazza Paolo Giannini?

La stessa piazza Moro è lì a raccontare l’egemonia democristiana del nostro dopoguerra e la morte tragica di un uomo. Ma Orsomarso?

Invece non c’è un vicolo, un sentiero, uno spiazzo che ricordi la pagina più bella della nostra storia: il Mercurion.

Perché non si tenta un rimedio? In alcuni paesi vicini, per piazze e strade, sono stati recuperati i nomi della cultura locale con targhe artistiche in terracotta.

Ci torno su: perché non si regala alla vita della comunità e dei turisti  la strada che va da Sanzufia al Crivo di don Saverio come via dei Basiliani? Perché a piazza Moro non le si dà un nome che ricordi il Mercurion, san Nilo o i Mulini? Perché al posto di Paolo Giannini non si torna al Palazzotto e di Vittorio Emanuele alla Sciodda? È un modo di dare valore alla propria storia, alla propria cultura.

A margine.

Trovo alquanto strano che i nomi propri dei nostri luoghi non vengano mai trascritti con i vocaboli della nostra lingua. Forse per un senso atavico d’inferiorità. Per cui Frassaniddo diventa Frassanello, Curfo a Serra diventa Golfo della Serra, Nucidda diventa Nocella, a Vadda diventa La Valle, l’Armilungo diventa l’Uomo lungo, i Sugghji diventano i Suglie, i Furniddi diventano i Fornelli, u Feddaro diventa il Fellaro… E si potrebbe continuare a lungo. Si dimentica che sono nomi propri, sono nomi nati in questo territorio. Nessuno si sognerebbe di chiamare il centravanti tedesco Thomas Müller Tommaso Mugnaio. È Thomas Müller e basta.

Forse è giunto il momento di riappropriarci di un po’ della nostra storia, anche attraverso il recupero dei nomi propri dei nostri luoghi. Per cui, sia negli atti pubblici sia negli scritti personali i Furniddi tornino ad essere Furniddi, a Cutura torni ad essere Cutura, Mircuro torni ad essere Mircuro,  Castigghjone torni ad essere Castigghjone… e l’Armilungo sia Armilungo. L’Uomo lungo non è nato da queste parti.

 

 

 

2 thoughts on “Palazzotto o Paolo Giannini?

  1. Vincenzo Bloise

    Sarebbe un nuovo inizio. Finalmente! Dopo aver snaturato i nostri luoghi con termini che per analogia sembrano anglicismi,potremmo recuperare il vissuto della nostra comunità.

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    • admin Post author

      Grazie, Vincenzo.
      Se ti ricordi, quando si era ragazzi, bastava che uno parlasse italiano che lo si guardava con rispetto e considerazione. A prescindere. E noi gli sgarrupati, quelli che vengono dopo, che abitano i bassi.
      La lingua, a modo suo, si pone come zona di confine tra chi sa e chi non sa, chi può e chi non può; tra chi “è” e chi “non è”.
      Scrivere Frassaniddo o Mangiacanigghja non è solo un fatto linguistico.
      Un abbraccio

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