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Un libro per amico: “SAN NICOLA DEI GRECI A SCALEA”

 

L’ antico abitato di Scalea, ancora oggi compreso all’interno di quella che fu la sua cinta muraria medievale, non manca di riservare gradite sorprese: non certo al visitatore distratto e frettoloso, quanto a quello curioso e attento a cogliere tutti i particolari dei luoghi visitati. Il borgo medievale, infatti, abbarbicato ad un’altura che declina dolcemente verso il mare, racchiude con gelosia, come in uno scrigno, veri e propri gioielli architettonici e artistici d’immenso valore, accumulatisi qui nel corso dei secoli e oggi sfortunatamente poco noti, scarsamente valorizzati e ancor meno fruibili da parte del grande pubblico.

 Fra questi “gioielli”, miracolosamente giunti a noi dall’illustre passato di Scalea, va

ascritto l’edificio che fino a qualche tempo fa era noto come “Cappella dell’Ospedale” o “Cappella degli affreschi bizantini”, ma a cui oggi è stato possibile restituire la sua corretta denominazione (in uso almeno fino al XIX secolo), cioè “San Nicola dei Greci”1.

 

 Nella parte alta dell’abitato, in quella che potremmo definire “l’area bizantina”, cioè nel rione detto ‘u Spitàle nel dialetto locale, chiuso tra la località ‘u Pirrùpu, che comprende il rione Nuónnu, e la località Scala, quasi a ridosso di un profondo dirupo e a poca distanza dalla chiesa parrocchiale di Santa Maria d’Episcopio, sorge una chiesetta a navata unica che dall’esterno neppure un occhio esperto sarebbe in grado di distinguere dalle altre case contigue. Una volta superata una piccola porta d’accesso, veniamo proiettati in un mondo che potrebbe essere benissimo quello di mille anni fa.

Quando l’occhio si sarà abituato alla scarsa luce che penetra da due finestre affiancate site in un ambiente attiguo alla chiesetta, ci accoglierà un’atmosfera carica di fascino antico e misterioso. Nella penombra potremo scorgere volti austeri e ieratici che sembrano guardarci con severità: sono le figure dei santi affrescati nell’abside e sulle pareti laterali. Ma chi sono questi santi e chi li ha dipinti? A che epoca risale questo edificio e chi lo ha costruito?

 

 Sono queste le domande che si pone chiunque visiti la nostra chiesa. Cercare di rispondere a tali domande, dunque, tentando di squarciare il velo di mistero che avvolge il passato di questo luogo di culto, è l’obiettivo fondamentale del presente lavoro.

 Il “mistero”, quindi, è ciò che ha caratterizzato quest’edificio, almeno fino alla sua “riscoperta” in tempi recenti, quando ormai non era più riconosciuto come luogo sacro e si era perso anche il ricordo del suo nome. Oggi, però, grazie al contributo di studiosi e di semplici cittadini, la cappella è stata sottratta al degrado ed è stata recuperata.

Il lungo periodo di abbandono, purtroppo, ha causato danni molto gravi agli affreschi, la parte certo più preziosa dell’edificio. Essi si conservano parzialmente nella parete absidale e in esigui frammenti in quelle laterali. Tuttavia, come vedremo, grazie all’intuizione di alcuni studiosi, oggi è stato possibile identificarla come parte integrante di un’antica fondazione monastica, restituirle la sua corretta denominazione e ricostruire a grandi linee le sue vicende storiche.

 Solo ora, dunque, siamo in grado di valutare meglio la storia di questa istituzione religiosa, che va collocata nell’ambito di quella vasta fioritura monastica che tra i secoli IX e XI interessò il mondo bizantino e l’Italia meridionale in particolare. A causa della scarsità di fonti, tuttavia, ancora oggi molti particolari delle sue vicende, ci sfuggono e in qualche caso è necessario ricostruirle in via ipotetica. Sarebbe di grande utilità, ad esempio, avere maggiori notizie relative all’epoca della sua fondazione, al ruolo di questo e degli altri insediamenti monastici di Scalea all’interno della famosa regione di Mercurio (cioè l’odierna valle del Lao e zone limitrofe), ai rapporti con le grandi figure di santi monaci che frequentarono la zona fra il X e l’XI secolo, e infine al ruolo avuto dal monastero nella nascita dell’agglomerato urbano di Scalea e nel suo primo periodo di sviluppo, quello cioè che è ancora totalmente avvolto nel mistero più completo.

 Siamo certi, tuttavia, che a partire dal X secolo questo luogo di culto ha attraversato tutte le fasi della storia di Scalea: ha partecipato dei periodi di splendore e ha sofferto per le tragiche vicende che l’hanno segnata. Dalle nostre ricerche, ad esempio, è emerso che, quando agli inizi del XIX secolo una terribile epidemia colpì Scalea, non essendo sufficienti i vani sepolcrali della chiesa di Santa Maria, la nostra venne utilizzata— per l’ultima volta come luogo di sepoltura: a quell’epoca, infatti, era ancora riconosciuta come edificio sacro con il nome di San Nicola dei Greci o dell’Ospedale.

 Alla metà del secolo scorso, però, dopo aver resistito eroicamente per mille anni, la chiesa era in piena rovina: il tetto era crollato ed era stata trasformata in una discarica a cielo aperto.

 Grazie alla “fortuita” riscoperta e al tenace impegno di alcuni benemeriti cittadini di Scalea, dopo i lavori di recupero, realizzati nel 1976 dalla Soprintendenza di Cosenza, la chiesa ha giustamente richiamato (e continua a richiamare) l’attenzione degli studiosi, specialmente quelli di storia dell’arte e di architettura religiosa, che l’hanno illustrata in alcuni saggi. Tali opere, benché frutto dei migliori specialisti, si sono limitate ad aspetti importanti ma particolari, mancando una visione d’insieme che mettesse a confronto tutti i dati disponibili. Inoltre, soprattutto per i “non addetti ai lavori”, non è facile oggi reperire questi studi, spesso pubblicati su riviste specialistiche: a tutt’oggi, dunque, non esisteva uno studio monografico che racchiudesse in un’ottica complessiva i risultati di tutti gli studi specialistici e le diverse problematiche che un monumento di tale natura inevitabilmente solleva.

 

Gli autori pertanto, accogliendo di buongrado le sollecitazioni dell’editore Osvaldo

Cardillo, hanno deciso di impegnarsi in un’impresa di grande fascino e interesse, ma nello stesso tempo difficoltosa, dal momento che si andava a scavare nel più remoto passato di Scalea, un periodo tuttora avvolto nell’oscurità per la quasi totale assenza di fonti. E facile dunque comprendere quanto questo lavoro fosse fondamentale. L’auspicio, pertanto, è che esso possa non solo essere utile agli studiosi specialisti, ma anche a tutti coloro che, una volta realizzati gli indifferibili lavori di restauro, visitando la chiesa vorranno saperne di più su questo “misterioso” monumento.

 Il presente studio, oltre a raccogliere e presentare criticamente tutte le testimonianze antiche sulla chiesa — e ovviamente anche sul monastero, di cui essa era parte integrante —, cioè le fonti letterarie e quelle diplomatiche, nonché le notizie pervenuteci attraverso la tradizione orale, e oltre ad una doverosa disamina degli studi precedenti, tenta di delineare le vicende della chiesa collocandole nel loro contesto storico e culturale. Largo spazio, poi, è stato dedicato a tutti gli elementi di novità emersi dalle ricerche degli autori e alle prove archivistiche e architettoniche su cui sono fondati. Il tutto è corredato da informazioni relative ai lavori effettuati, con concrete indicazioni soprattutto in merito ai restauri (ancora da realizzare) e suggerimenti pratici per la corretta conservazione, valorizzazione e fruizione del sito.

 

Il presente volume è frutto di un lavoro comune: i curatori si sono sforzati di rendere

l’opera quanto più possibile coerente ed armonica fra le sue diverse articolazioni, ma talune dissonanze possono inevitabilmente sorgere come frutto di sensibilità, percorsi culturali e punti di vista diversi. La prima parte, infatti, è stata curata prevalentemente da Amito Vacchiano, mentre la seconda e la terza sono opera essenzialmente di Antonio Vincenzo Valente. Sebbene ciascun autore si assuma pienamente la responsabilità per quanto gli compete, è evidente che possibili discordanze, lungi dal pregiudicare in alcun modo l’unitarietà e la finalità dell’opera, non possono che renderla più ricca, varia e stimolante. […]

 

Dall’Introduzione

 

NOTE

1 Segnaliamo fin da ora, anche se verrà chiarito meglio più avanti, che la sua più antica denominazione era “San Nicola dei Siracusani (o di Siracusa)”.

 

Titolo: San Nicola dei Greci a Scalea

Autori:  Amito Vacchiano – Antonio Vincenzo Valente

  • Editore:Salviati (2006)
  • ISBN-10:8888708081
  • ISBN-13:978-88887080
  • Pagina: 224

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