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1950 –  Storico filmato della Settimana Incom sulla Calabria

 

 

I dati dei censimenti del 1951 (i primi del dopoguerra), insieme con gli atti delle due Commissioni parlamentari d’inchiesta redatti intorno al 1953 – quella sulla disoccupazione, con la monografia sulla Calabria dell’economista Celestino Arena, democristiano calabrese, e quella sulla miseria, con la parallela monografia di Alfonso Quintieri , parlavano chiaro: la Calabria era quasi sempre all’ultimo posto nella graduatoria dell’economia del paese (5 per cento di territorio, 4,3 di popolazione, 2,3 del reddito): gli addetti in agricoltura erano il 63 per cento della popolazione attiva. All’interno del Mezzogiorno la Calabria consumava appena il 10 per cento di energia elettrica per fini industriali, e i nuclei produttivi risultavano dotati di appena due persone e mezza a impresa! Uno studio dell’Unione delle Camere di Commercio Industria e Agricoltura del 1953 notava che in Calabria mancava «quella specie di tessuto connettivo, costituito dalle piccole e medie aziende, che rende, poi, possibile l’efficienza e l’incremento della grande industria». – Ma il nodo della società calabrese restava quello della sua agricoltura, donde il nodo politico della tensione nelle campagne. Nel maggio 1950 venne varata la legge di riforma che prevedeva l’esproprio e la ripartizione del latifondo, la cui gestione venne affidata all’Ovs (Opera per la valorizzazione della Sila): […]

Se, sul piano aziendale, la riforma ebbe limiti presto visibili, essa, avviata proprio in conseguenza delle drammatiche giornate di Calabria, fu per la regione momento epocale sotto l’aspetto sociale e latamente politico, in quanto vecchi rapporti e vecchie sudditanze vennero infranti per sempre. La riforma, dunque, nonostante tante deludenti conseguenze, è senz’altro da inscriversi come punto simbolico e periodizzante nella stona della regione, quale terminus a quo di un sovvertimento delle fortune, graduale ma inarrestabile, che ha reso strutturalmente diversi i rapporti sociali e politici. Forse in nessun posto come in Calabria, una persona tornata in queste terre dopo quarant’anni si troverebbe in un universo irriconoscibile: e non tanto sotto l’aspetto territoriale, le cui furiose trasformazioni hanno connotato tutta la società contemporanea, ma sotto l’aspetto propriamente sociale e antropologico. Non solo le antiche famiglie egemoni, che nelle città e nei paesi dettavano legge da secoli, si sono quasi volatilizzate, ma città, classi e professioni d’antico prestigio vanno conoscendo – quasi vendetta della storia una imprevedibile subalternità a nuove egemonie, spesso d’ascendenza rurale, la cui origine si rinviene nello sconvolgimento operato dalla riforma, ma poi, ancora di più, dal subentrare di un regime di consenso di massa alle politiche assistenzialistiche.

Intanto, sempre nel 1950, venne avviato il cosiddetto intervento straordinario, con la creazione della Cassa per il Mezzogiorno, che avrebbe dovuto creare nel Sud d’Italia una grande rete di infrastrutture e un migliore ambiente sociale e civile affinché, in un secondo momento, l’iniziativa potesse passare ai privati per l’immissione di capitali

e impianti industriali, in un contesto reso economicamente propizio. In Calabria, all’azione della Cassa si aggiunse quella dovuta alla cosiddetta Legge speciale, del 1955, che prevedeva forti investimenti, integrativi ed aggiuntivi a quelli della Cassa, al fine di creare opere per il riordino del regime idraulico, il rimboschimento, il contenimento degli abitati ecc. Si metteva in moto, dunque, un processo che, se pure con un enorme dispendio di energie e di capitali provenienti dall’esterno, garantiva alla Calabria l’uscita dalla millenaria inferiorità del suo stesso territorio condannato a frane e alluvioni sistematiche, quasi a saldo di un antico debito che la società italiana aveva contratto con questa meno fortunata regione del Sud, che mai aveva lesinato il suo contributo alle cause più alte dell’avanzamento nazionale. Processo destinato a non lontano successo (più nel riequilibrio del territorio e nella creazione di infrastrutture civili che nella creazione di un’industria e di un’economia complessiva veramente autosufficienti), ma lungo e complicato. Ma il territorio di Calabria non fu più lo sfasciume di un tempo. Su questo processo, però, si sarebbero innestati taluni elementi negativi, sorti sull’humus della stessa società calabrese.

Tra questi, fondamentale, l’endemico permanere della Calabria ai livelli di un’economia assistita e dipendente; donde il formarsi di un ceto intermedio parassitario, a forte connotazione politica, destinato a provocare e intercettare i finanziamenti governativi per gestirli con finalità di parte. Prospettiva, in apparenza, soltanto arretrata e non moderna; ma anche destinata a diventare strutturale, e in parecchi casi, a servirsi di metodi e strumenti illegali, fomite di comportamenti impropri. È ben vero che i recenti episodi di guerra per bande, i sequestri, i delitti per il controllo degli appalti pubblici e delle pubbliche amministrazioni hanno origine e carattere strettamente criminale, e che con essi la parte sana della società calabrese, che è la prima a soffrirne, nulla ha da spartire; ma quei lontani difetti, legati alla dipendenza dalle opzioni governative, e dunque funzionali alla formazione di un consenso politico nell’universo dell’economia assistita, vanno ricordati come elementi non secondari nella formazione di miscele esplosive rappresentate dal nesso tra poteri politici e comportamenti antisociali.

 

Da “Storia della Calabria”, di A. Placanica, Donzelli Editore

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