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Un paradiso abitato anche da “diavoli” e da “stupidi”.

 

Le riflessioni del Prof. Teti aiutano a ripensare il nostro essere calabresi

Dal Cilento e da Sapri, dove ero andato la mattina del 12 maggio, sono tornato in serata. Il treno delle 19. 07 questa volta mi consegna a Vibo Pizzo una stazione affollata, animata, vivace, piena di gente che scende o sale dai treni, di persone che aspettano, di ragazze e ragazze che partono per l’Università della Calabria, per la Mediterranea di Reggio o anche per quella di Messina. Il vuoto, troppo vuoto, della mattinata, adesso è diventato troppo pieno. Non è che siano aumentati gli abitanti della Calabria (il decremento di popolazione, la crisi demografica e la tendenza alla desertificazione non sono scomparsi in dodici ore) è che, in maniera diversa dal passato, i calabresi rimasti sono erranti anche da fermi, vanno e vengono, si spostano nella regione, sono pendolari, vivono in un posto e lavorano o studiano o hanno altri familiari in un posto diverso. L’immagine di Alvaro della “Calabria terra in fuga”, delle popolazioni che si muovono anche da ferme, e che, quotidianamente, si spostano come una “tribù nomade”, va, certo aggiornata, ma continua a restare attuale per capire una mobilità e un’inquietudine quotidiane. Eccola la terra delle contraddizioni, dei contrasti. Un luogo ossimoro. Prendo la macchina che ho lasciato in stazione e mi dirigo verso casa salendo verso Pizzo e poi da una strada che porta a Vivo e all’autostrada. Come puoi restare indifferente allo spettacolo del tramonto, a quel mare quieto tagliato dai raggi del sole, a quel tramonto accarezzato da nuvole nere ma non cupe, a quelle case e a quelle spiagge che affrontano la penombra? Ho visto mille volte quel tramonto. In tutte le stagioni e in ogni mese dell’anno. Con tutti i colori del mondo e, a volte, nelle giornate nitide, con Vulcano e le altre isole Eolie che sembrano chiamarti, come le vicine Sirene, per catturarti. Non resisto alla tentazione di fermarmi, trovare una buona postazione e fare anche qualche scatto. Sosto ai bordi della strada e l’impressione che ne ricevi è diversa, opposta, soltanto se ti sposti di pochi metri, o se cambi di poco l’inquadratura. Quello spettacolo struggente (da cartolina patinata) convive con un cumulo di immondizie e di sacchetti. Alla emozione subentra l’indignazione. Perchè tutto questo? Tu domandi e vorresti domandare a qualcuno. “Terra di bellezze e di rovine”, scriveva un’osservatore nella prima metà dell’Ottocento. “Calabria bella e amara” scriveva Leonida Repaci e come tanti segnalava i contrasti naturali, storici, sociali della regione e anche le “contraddizioni” dei suoi abitanti. Una lunga tradizione di sguardi, fin dal Seicento, aveva parlato di Napoli e della Calabria come di un “Paradiso abitato da diavoli”. Erano immagini esterne, non benevole, parziali, anticalabresi e Benedetto Croce, in un celebre saggio, ne rintracciava l’origine e le motivazioni, spiegava il perché di quella immagine, la decostruiva, ma, nello stesso tempo, affermava che dinnanzi a uno stereotipo bisogna indignarsi ma anche chiedersi perché nasca e anche se per caso i locali non abbiano qualche responsabilità, con i loro comportamenti, nell’originarsi di tante immagini ostili e pregiudiziali, poco generosi. Il modo migliore per decostruire lo stereotipo affermava Croce (cito liberamente e a memoria) è quello di mostrarlo falso mettendo in atto immagini, rappresentazioni, comportamenti che lo smentiscano e lo fanno diventare sterile e infondato. A distanza di decenni, a volte, dinnanzi a tanti scempi e a tanta incuria, viene da pensare che spesso ci siamo invece comportati in maniera tale da “inverare” quello stereotipo e da dare motivi di ostilità a immagini negative sulla nostra terra. Come se nel tempo, avessimo fatto di tutto per “devastare” il Paradiso e fare prosperare, in mezzo a gente generosa e buona (ma non cadiamo nell’autostereotipo), i “diavoli”. Non capisco (o le capisco molto bene?) le motivazioni di tanta incuria, trasandatezza, inadeguatezza e irriverenza dinnanzi al Paradiso che chiamano in causa chi governa, il ceto politico, ma anche molti abitanti di questa terra. Il “bene comune” (la natura, il paesaggio) non viene considerato tale, non viene protetto e valorizzato. Le ragioni e le responsabilità sono tante e diverse. Certo quello che non è possibile è dare la colpa agli altri. Ho letto che, per un servizio giornalistico sul giro d’Italia, è insorta, risentita, offesa, tutta la classe politica che governa solo perché qualche incauto cronista ha osato ricordare, oltre alle bellezze e agli splendori del paesaggio, anche i problemi della regione, con una criminalità sempre più invasiva. I soliti retori della “calabresità”, quelli che subito manifestano sofferenza di lesa calabresità, magari gli stessi che poi si “commuovono”, accanto ai potenti, per le nuove immagini e rappresentazioni positive della Calabria, hanno addirittura, come altre volte, urlato allo scandalo e proposto di chiedere il risarcimento per i danni che sarebbero stati arrecati al turismo dell’estate in arrivo. Non sarebbe meglio forse che chi governa e decide pensasse invece di tenere pulite le spiagge, di non inquinare il mare, di non devastare le coste, di ripulire i letti dei fiumi, di controllare gli autori di scempi e di incendi. Non farebbe bene a tutti noi pensare che le spiagge e le strade sporche, l’immondizia e la sporcizia che sembrano lasciarci indifferenti, la mancanza di acqua potabile e a sufficienza, in una terra ricca di acque eccellenti, assieme ad altri problemi ben più gravi, finiscono poi per tenere lontani i turisti? Spesso, però, come ci ricordava Pasolini, molti calabresi preferiscono nascondere la testa sotto la sabbia come gli struzzi. A molti basta nascondere la polvere sotto il tappeto e se qualcuno se ne accorge e lo dice eccolo che diventa lui nemico e responsabile. Bisognerebbe smettere di dare la colpa agli altri, ai giornalisti che denunciano, a chi informa doverosamente, e, magari, sarebbe bene smetterla col giochino di chiamare in causa i coloni magnogreci e gli arogonesi, i borboni e i piemontesi, che appartengono, nel bene e nel male alla nostra storia da conoscere nella sua complessità, e così assumerci le responsabilità senza autodenigrarci, senza svilire quanto di bello abbiamo e facciamo, ma senza autoassolverci e senza dare alibi a un ceto politico e dirigente che sulla bellezza, sui paesi, sui luoghi fa soltanto retorica e propaganda.

Vito Teti

Fonte: dalla pagina Fb dell’autore

Foto: ORSOMARSO – Valle dell’Argentino

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