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Perché proprio a Verbicaro le epidemie mettevano radici ed il colera, che si diffondeva anche in altre parti d’Italia, diveniva sovversivo?

 

Nel 1972, mi fu affidato dal professòr Francesco Malgeri, quale argomento della tesi di laurea, «La rivolta di Verbicaro del 1911».

Non conoscendo la natura del tumulto, mi avvicinai all’argomento a cuor leggero. Ma, iniziate le ricerche, mi resi immediatamente conto che il problema da trattare era complesso. La ricostruzione che ne seguì, condotta con rigore scientifico, si basò su accurate e scrupolose indagini, e su documenti preziosissimi ed inediti. Prese, così, forma e consistenza una rivolta feroce, spietata e terrificante che aveva avuto, come causa prossima, un colera dilagante e, come causa remota, i problemi mai risolti del Sud.

Il popolo, terrorizzato dall’epidemia, e dovendo, nella sua ignoranza, spiegare quella disumana tragedia, giustificava il colera con la «polverella»; un veleno sparso dalle autorità locali per uccidere gli abitanti che dal censimento erano risultati in sovrappiù.

Questo perché, vessato da sette lunghe tirannidi, credeva non più in uno Stato bonario ma in uno Stato «untore»;    e, per pura difesa, colpiva al cuore il nemico, uccidendo un modesto ed innocente messo comunale, Agostino Amoroso, che lo rappresentava.

Già nel 1972, tra i documenti, ne trovai qualcuno che accennava ad un’altra rivolta accaduta nel lontano 1855; ma, solo successivamente, ho potuto dedicare parte del mio tempo ad un argomento che ormai mi aveva completamente catturata. Mi trovai, così, di fronte ad un altro tumulto, di gran lunga più cruento di quello del 1911, causato lo stesso da una spaventosa epidemia di colera che aveva decimato ben 233 persone. Il meccanismo della rivolta lo stesso: il popolo, credendo che le autorità locali avessero «messo il veleno» nella fontana pubblica per uccidere gli abitanti, si avventava, inferocito, sui supposti untori, e assassinava Felice M. Lamenza che in quel momento si trovava in custodia della farmacia; Marta Fazio, la suocera del Lamenza, che si era precipitata a difenderlo; il sindaco Biase Cersosimo, ed il proprietario terriero D. Francesco Guaragna.

Verbicaro – Rivolta del 1911

Fu indispensabile, allora, risalire alle cause di una coincidenza che non era più semplice occasionalità.

Andando a ritroso nel tempo, scoprii che, prima del 1855, Verbicaro aveva registrato un’elevata mortalità durante le epidemie del 1844, del 1837 e del 1656.

A questo punto l’ovvia domanda: Perché proprio, a Verbicaro le epidemie mettevano radici, ed il colera, che pur si diffondeva in altre regioni, diveniva sovversivo?

La domanda è unica e incisiva; la risposta, invece, è complessa ed investe campi e problematiche ancora oggi insolute.

La prima, immediata e logica, è la mancanza di igiene. Ma la causa specifica fu sempre l’inquinamento dell’acqua potabile, tant’è che la «fontana vecchia» veniva chiamata appunto «fontana della morte» (l) per ricordare un triste passato, o forse per esorcizzare una paura mai dimenticata, oppure per mettere in guardia le generazioni future dall’uso dell’acqua. Ovviamente la mancanza d’igiene facilitava la diffusione delle epidemie, perché la piccola abitazione del contadino serviva da stalla, e lui viveva, nel sudiciume più completo, in promiscuità con gli animali, mentre le lordure infangavano i vicoli senza sole.

In Verbicaro si potevano identificare la maggior parte dei paesi del Sud che rimarranno sepolti alla civiltà per molti anni ancora; infatti, quando, nel 1945, Cariò Levi sarà confinato in Lucania, troverà un mondo primitivo che viveva, dimenticato, ai margini della società e della civiltà. Una società diversa nella quale, per amore, egli si identificherà completamente.A Verbicaro, dunque, la fontana pubblica, la cui sorgente era nel sottosuolo, veniva inquinata dagli stessi cittadini, che di notte soddisfacevano i loro bisogni, mentre di giorno lasciavano agli animali l’incarico della nettezza urbana.

Verbicaro – Fontana Vecchia

D’altra parte le autorità locali non si erano mai adoperate per migliorare le condizioni igieniche e non solo igieniche degli abitanti. Avevano sempre pensato a sfruttarli al meglio, accentuando la divisione fra la classe dei contadini e degli operai e quella dei «civili»; avevano badato soltanto ad assicurarsi il potere con ogni forma di corruzione, tenendo a bada la fazione rivale; non avevano voluto elevare la massa lavoratrice che, ignorante, era più facile da manovrare; né avevano pensato all’utilità e all’impellenza di strade nuove.

Tanto è vero, che Verbicaro, nel 1911, era completamente isolata dal mondo; e, posta in alto, distanziava da Scalea 14 chilometri formati da dirupi indescrivibili, dove era impossibile camminare a piedi. Vi potevano accedere solo i muli.

L’isolamento non permetteva il rinnovamento del commercio, delle idee, delle iniziative. Tutto era limitato, impoverendosi, allo squallore della miseria quotidiana che non favoriva la nascita di nuovi bisogni, di vive energie, di stimoli diversi.

La classe dirigente non aveva mai curato neanche l’istruzione; e le scuole, «luride topaie»(2), erano frequentate da pochissimi bambini. La maggioranza, invece, si doveva abbrutire nel lavoro. Così  l’analfabetismo, a Verbicaro, nel 1911, raggiungeva «il 93 per cento, una percentuale umiliantissima » (3).  Ma al disinteresse della classe dirigente bisognava aggiungere la resistenza passiva degli stessi abitanti, che non mandavano i figli a scuola perché non ne vedevano un utile immediato, pratico. Si sa, il contadino è pragmatico per natura. A Verbicaro il problema dell’istruzione verrà risolto con il tempo. Ancora nell’anno scolastico 1945/46 funzionava solo una quinta classe con appena diciotto alunni. L’obbligo scolastico dell’anno 1953/54, invece, ne portò alla frequenza più di seicento. Inoltre, per debellare l’analfabetismo furono istituiti i Corsi Popolari per Famiglie e nell’anno scolastico 1957/58 ne funzionavano sedici (4).

Purtroppo, l’ignoranza, sulla quale si fondava la superstizione, giocò un ruolo fondamentale nelle due rivolte.

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Bisogna ancora mettere in evidenza che Verbicaro, come tutto il Sud, aveva pagato un eccessivo tributo all’emigrazione, per cui si era vista privata della migliore forza virile. Era popolata, in maggioranza, da vecchi, bambini e donne. I primi indifesi; e le seconde, forti e vigorose, per necessità. Pericolose per natura, perché più disponibili a cogliere il fantastico e a credere nell’assurdo e nell’irrazionale, furono proprio loro a dare un’impronta particolare agli avvenimenti. Anche gli uomini rimasti, però, credevano nella «polverella», convinti di avere trovato sacchi di veleno alle sorgenti.

La strana ed assurda superstizione non si era sviluppata improvvisamente nel 1911: aveva radici profonde. Da sempre, infatti, in tempo di colera, gli abitanti erano andati alla ricerca spasmodica dell’untore, identificandolo naturalmente nello Stato, a cui i galantuomini vendevano la vita di ogni cittadino per 50 lire. Ecco perché il popolo ne odiava tutti i rappresentanti, senza fare differenza tra un giudice, un sindaco, un maresciallo, un carabiniere: li considerava tutti «autorità», tutti «Governo» (5).

Covava nelle proprie viscere un odio feroce ed una diffidenza granitica; e mostrava, all’apparenza, umiltà, pazienza e rassegnazione. Questi sentimenti, contrastanti, non erano rintracciabili a memoria d’uomo: appartenevano alla certezza del passato. Da una parte la sicurezza dell’odio avito e la paura del presente, dall’altra la rassegnazione in un futuro senza speranza e senza sogni.

L’unico scampo ad una vita di miserie, di soprusi e di squallore, il rifugio nell’irrealtà e nell’irrazionalità e la fiducia nelle tradizioni. Ed il popolo, sentendosi disarmato, ingannato e abbandonato da sempre, complice il colera, rompeva gli argini della sua debolezza e metteva finalmente allo scoperto l’odio antico, reso feroce dalla morte dei familiari e dal terrore della malattia. Queste tre forze, scatenanti, avevano spinto, da tempo immemorabile, i contadini., a cominciare da quelli siciliani, a coniare uno slogan che incitava alla rivolta contro il Governo: «Megghiu murirì sparannu, sparannu, e no muriri cacannu, cacannu!»(6).

 In questo grido di morte e di vendetta è tutta la rabbia, l’ostinazione, l’impotenza e la rassegnazione dei poveri vinti del Sud.

Fonte: Maria Pia Lorenzo, COLERA SOVVERSIVO, Edisud

 

Foto RETE

 

 

NOTE

  1. V. PADULA, Calabria prima e dopo l’unità, a cura di Attilio” Marinari, voi. II, Bari, Laterza, 1971, p. 282.
  2.    A. BERARDELLI, Uno spettacolo rattristante, in «II Giornale di Calabria», 2 settembre 1911.
  3.    Ivi

4 P. RINALDI, Verbicaro nell’ultimo cinquantennio, Cosenza, Fasano, 1988, p.33.

5 L. BARZINI, Verbicaro in pieno Medioevo, in «Corriere della Sera», 4 settembre 1911.

6 P. PRETO, Epidemia, paura e politica nell’Italia moderna, Bari, Laterza, 1987, p. 137.

 

 

 

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