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Potrebbero risalire a quest’epoca (secolo X) i nuovi centri di Mercurio come Papasidero, Avena, Orsomarso, Verbicaro, Grisolia, Maierà e Scalea

 

Nonostante le questioni ancora aperte relative all’assetto politico-amministrativo della regione, è molto probabile che la Calabria settentrionale già dalla fine del IX secolo (o al più tardi agli inizi del X) entrasse ufficialmente a far parte dei domini bizantini, cioè del ducato, poi thema di Calabria. Così anche il territorio di Scalea, insieme a tutta la valle del Lao (cioè la regione di Mercurio), la Calabria nord-occidentale e la Basilicata meridionale, divennero parte integrante del mondo bizantino: la superiore civiltà orientale, che già da secoli con la sua raffinatezza e il suo prestigio influenzava l’Italia dominata dai barbari, giunge ora ad illuminare con il suo splendore queste plaghe che per lungo tempo erano state lasciate in un oscuro anonimato.

È dunque questa l’epoca in cui la regione di Mercurio, allora scarsamente popolata e orograficamente impenetrabile, cominciò ad accogliere l’insediamento di nuovi coloni. Ai recenti conquistatori, infatti, questa terra di frontiera appariva non solo da difendere, ma anche da dissodare e ripopolare.

Il diradamento della popolazione non era un fatto recente: al contrario, era un fenomeno che aveva origini remote. Fin dall’antichità la regione aveva conosciuto solo un modello di popolamento sparso.

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Non vi erano grandi centri abitati48, ma solo – sulla costa a poca distanza dal mare – delle villae, la cui presenza è ben documentata ancor’oggi dall’evidenza archeologica. In queste dimore, i cui proprietari erano grandi latifondisti — probabilmente senatori che non risiedevano neppure nella regione – lavoravano grandi masse di schiavi.

Con la crisi della tarda antichità, accentuata dalle invasioni barbariche, le villae decadono e gradualmente scompaiono; i pochi abitanti rimasti si ritirano nell’interno, sulle colline o sui monti, dove tuttavia non costituiscono grandi centri abitati, ma  solo piccoli insediamenti sparsi: si trattava, come spesso accadeva in epoca altomedievale, di piccoli villaggi di capanne di legno con tetto di paglia, difesi dalla natura o fortificati da recinzioni più frequentemente in legno che in pietra.

Scalea – Chiesa di San Nicola dei Greci

La guerra greco-gotica (535-553) prima, e l’invasione dei Longobardi poi, non avevano certo migliorato la situazione: anzi, per tutto il periodo longobardo la vita associata sembra sparire quasi del tutto e la regione vive il suo periodo più buio. Le testimonianze archeologiche della presenza dei Longobardi sono pressoché nulle, tanto che è stata avanzata legittimamente l’ipotesi che il loro dominio sulla regione sia stato più teorico che reale49.

In quest’epoca l’unico centro abitato di una certa importanza sembra sia stato l’inespugnabile fortezza di Laino. Per la sua ottima posizione, a dominio dell’alta valle del Lao e del tracciato dell’antica via Popilia, che per secoli era stata l’unico accesso alla Calabria, i Longobardi vi costituirono un gastaldato: nell’atto di divisione del principato di Benevento dell’849, infatti, Laino, Cassano e Cosenza sono gli unici gastaldati attestati per la Calabria50.

La situazione comincia a cambiare a partire dalla fine del IX secolo con la conquista (o meglio la riconquista) bizantina della regione. Per i Romani d’Oriente era necessario non solo rafforzare il controllo militare di questa regione di frontiera, ma anche riqualificare e rendere ospitale una terra selvaggia e quasi disabitata. Bisognava strappare alla foresta fazzoletti di terra coltivabile, costituire nell’interno degli agglomerati urbani e difenderli dalle aggressioni provenienti dal mare, ma anche creare approdi per imbarcazioni di piccole dimensioni per mantenere i contatti con gli altri tenitori bizantini. Per via di terra, infatti, le comunicazioni con le regioni circostanti erano sempre state difficili. La valle del Lao, separata dal resto della Calabria da alte catene montuose, aveva poche vie di comunicazione con l’esterno ed anche queste spesso erano solomulattiere pericolose. La via d’accesso più comoda era naturalmente il mare, che probabilmente un tempo percorrevano i senatori romani, quando decidevano di recarsi a visitare di persona le proprie villae sul litorale. La linea di costa era molto arretrata rispetto  ad oggi e il Lao — allora chiamato semplicemente “il fiume” o “il fiume di Mercurio” – era navigabile almeno con imbarcazioni di piccolo cabotaggio. Vi mancavano però porti di una certa rilevanza: gli approdi più importanti erano probabilmente Scalea e Cirella, poste non a caso alle due estremità della valle.

Verbicaro – Chiesa della Madonna della Neve

I primi insediamenti molto probabilmente furono di tipo militare. Sappiamo infatti che, per volontà dell’imperatore Leone VI, Niceforo Foca lasciò che una parte dei suoi veterani (Greci, Armeni, Slavi e forse anche Arabi siriani) colonizzasse le terre di nuova conquista. Secondo una ben consolidata prassi, da tempo in vigore nell’Impero, in zone rese deserte dalla guerra e dalle deportazioni venivano insediate famiglie di veterani, non solo per ripopolarle e per consolidarne il possesso, ma anche per incoraggiare la crescita di comunità di liberi contadini (χωρία), che avrebbero reso più denaro all’erario attraverso le tasse e nello stesso tempo avrebbero regolarmente fornito leve per l’esercito. Questi potevano essere soldati bizantini (generalmente di lingua greca), espulsi o trasferiti da altre regioni, ma anche prigionieri di guerra restituiti o profughi51. Questi ultimi potevano essere sudditi dissidenti o anche transfughi provenienti dai ceti dirigenti di una potenza straniera. Costoro, dopo aver goduto per qualche tempo di particolari benefici fiscali, nel giro di una o due generazioni si integravano perfettamente nel nuovo contesto sociale.

Nell’impero bizantino l’appartenenza ad un’etnia diversa non costituiva quasi mai una difficoltà e le uniche condizioni per essere accolti nel territorio dell’Impero e per consentire una rapida integrazione erano la totale sottomissione all’imperatore e la conversione al cristianesimo.

Anche nella Calabria bizantina, dunque, Armeni, Slavi e Arabi si integrarono assai bene con il resto della popolazione52.

Secondo Georg Ostrogorsky, nei nuovi insediamenti «ai soldati si attribuisce la proprietà ereditaria dei fondi, che nelle fonti posteriori vengono designati come “fondi dei soldati” (στρατιωτικά κτήματα}, dietro loro obbligo a prestare un servizio militare ereditario»53. «Il rinnovamento interno, conosciuto dall’Impero bizantino a partire dal VII secolo», prosegue il grande storico, «consiste soprattutto proprio nel formarsi di una forte classe contadina e nel costituirsi di un nuovo esercito di stratioti, cioè nel rafforzamento della piccola proprietà contadina, dal momento che anche gli stratioti residenti sono piccoli proprietari terrieri.

 

Nella prestazione del servizio militare allo stratiota seguiva di regola il figlio maggiore, che succedeva anche nel fondo militare gravato dall’obbligo del servizio»54. Le famiglie militari rurali (οικοι στρατιωτικοί erano molto simili a quelle contadine civili (οικοι πολιτικοί), insieme a queste vivevano fianco a fianco negli stessi villaggi ed erano membri a pieno titolo della comunità di villaggio (χωρίον) che era responsabile collettivamente del pagamento del totale delle tasse, fissate per ciascuna comunità nel suo complesso55.

Potrebbero, dunque, risalire a quest’epoca (secolo X) i nuovi centri di Mercurio, Aieta, Maratea, Castrocucco, che sembrano aver posseduto fin dalle origini caratteristiche più marcatamente militari e difensive: essi nelle fonti hanno spesso la qualifica di κάσρον ma anche altri insediamenti, come Papasidero, Avena, Orsomarso, Verbicaro, Grisolia, Maierà e Scalea, benché tutti sorti in posizione fortificata e facilmente difendibile, sembra che in origine abbiano avuto piuttosto le caratteristiche della comunità di villaggio rurale (χωρίον)56. In età normanna, tuttavia, anch’essi al pari dei centri maggiori divennero feudi, vi furono eretti castelli e spesso vennero anche circondati da mura.

Molto probabilmente, dunque, fu proprio in questa fase di riorganizzazione delle strutture politico-amministrative e di ricostruzione del tessuto sociale della regione che si verificarono i primi arrivi di monaci dal sud, siciliani e calabresi, e quindi la fondazione dei primi importanti insediamenti monastici, il cui ruolo in questo processo, come vedremo, sarà di primo piano.

 

Da “SAN NICOLA DEI GRECI A SCALEA“,  di A. Vacchiano  e A.V. Valente, Salviati

Foto RETE

Un bel libro, aiuta a ricostruire la nostra storia

 

ΝΟΤΕ

47 ANDRE GUILLOU, L’Italia bizantina dalla caduta di Ravenna all’arrivo dei Normanni, in II Mezzogiorno dai Bizantini a Federico II, voi. IlI della Storia d’Italia diretta da G. Galasso, Utet, Torino 1983, p. 8.

48 Nell’antichità, in questa zona si conoscono solo due centri di un certo rilievo, Cerillae Blanda lidia: essi, non a caso,

sono anche le uniche sedi vescovili attestate per quest’area.

49 Cfr. O. TOCCI, La Calabria nord-occidentale…, cit., pp. 63-67.

50 Radegisi et Siginulfi divisio ducatus Beneventani, ed. FRIDERICUS BLUHME, in M.G.H., Leges, IV, p. 222.

51 Per il periodo bizantino abbiamo notizia di numerosi scambi di prigionieri, che avvenivano di solito al momento in

cui uno dei contendenti chiedeva una tregua. Le condizioni dello scambio venivano imposte da chi di volta in volta

era in posizione più forte.

521 contatti con gli Arabi, ad esempio, furono ben più ampi dei contrasti armati e, nonostante le incursioni piratesche

e l’endemico stato di guerra, gli scambi reciproci, economici ma anche culturali, furono notevoli. Per i primi basti ricordare

la diffusione del tarì arabo, che in Calabria nel X secolo sostituì praticamente la moneta bizantina. Anche gli

scambi culturali, tuttavia, non furono infrequenti, se consideriamo la presenza di Arabi fra la popolazione calabrese e

i numerosi prestiti linguistici non solo nei dialetti romanzi, ma anche nella lingua greca di Calabria (Cfr. GERHARD

ROHLFS, Nuovo dizionario dialettale della Calabria, Ravenna 1977, pp. 17 e 937-938; Io., Lexicon Graecanicum Italiae Inferioris.

Etymologisches Wò’rterbuch der unteritalienischen Gràzitdt, Tùbingen 1964, p. 623).

53 GEORG OSTROGORSKY, Storia dell’impero bizantino, Einaudi, Torino 1994, p. 88.

54ML,pp. 115-116.

55 Cfr. ARNOLD J. TOYNBEE, Costantino Porfirogenito e il suo mondo, Sansoni, Firenze 1987, p. 165.

56 Potrebbe non essere un caso, infatti, che molti di questi centri prendano il nome da antroponimi di chiara origine greca, quelli forse dei loro fondatori. Ad esempio, Papasidero probabilmente da un prete di nome Isidoro (παπάς Ισίδορος), Orsomarso dal protospatario imperiale Ουρσος Μάρσος (cfr. ANDRE GUILLOU, Saint-Nicolas de Dοnnoso [1031-1060 , Città del Vaticano 1967, 3. 47, p. 49), Grisolia forse dal nome Χρυσήλιος  o un Χρυσοῦς  Ηλίας, Maierà da un Μαχαιρᾶς cognome che trae origine dal mestiere di “fabbricante di coltelli” (μαχαιρᾶς}, Verbicaro dal cognome Βερβικάρης; diffuso in tutta la Calabria ma soprattutto nel territorio di Oppido (cfr., ad esempio, Θεόδωρος Βερβικάρης; in ANDRE GUILLOU, La Théotokos de Hagia-Agathè [Oppido] [1050-1064/1065], Città del Vaticano 1972, 28. 2 e 33. 1).

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