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La mietitura, un’operazione un tempo sacra e ricca di simboli

 

Arde ormai il sole nel cielo, come dichiara anche il nome della stagione, aestas in latino, dal verbo aestuare, avvampare. È il tempo in cui giungono a maturazione le messi e i frutti, dal frumento all’uva;

e dove i raggi del sole, prima che s’inclinino nel presagio dell’autunno, stendono una luce dorata sul luglio immobile nella calura. Cantava Gabriele D’Annunzio:

 

Bonaccia, calura

per ovunque silenzio.

L’Estate si matura

sul mio capo come un pomo

che promesso mi sia,

che cogliere io debba

con la mia mano

che suggere io debba

con le mie labbra solo.

Perduta è ogni traccia

dell’uomo. Voce non suona,

se ascolto. Ogni duolo

umano m’abbandona.

Non ho più nome.

E sento che il mio volto

s’indora nell’oro

meridiano,

e che la mia bionda

barba riluce

come la paglia marina.. –

 

Per i popoli del Nord e delle zone temperate l’estate è vissuta nel suo splendore e nell’opulenza come una benedizione divina. «L’è state è la manna dei poveri» dice un proverbio di luglio, cui corrisponde in agosto, quando cominciano le prime piogge: «La prim’acqua d’agosto pover’uom non ti conosco» ovvero sta per ricominciare la vita grama; eco della società contadina di un tempo, quando le prime avvisaglie dell’autunno chiudevano la parentesi di relativo benessere per chi viveva miseramente.

«Quando il sole è nel Leone» consiglia un altro proverbio «buon pollastro e buon vino col popone.» Ma l’estate, soprattutto nelle regioni meridionali, è anche il tempo della calura che invita a non compiere sforzi eccessivi. Sicché un tempo si diceva: «D’agosto, moglie mia non ti conosco» ovvero si sconsigliava agli uomini dì assecondare le voglie delle loro compagne. «Le donne sono colme di desiderio» cantava Alceo, «gli uomini han poco vigore ora che Sirio dissecca il capo e le ginocchia.» Gli fa eco il proverbio in latino maccheronico:

«Qitando sol est in Leone /pone mulier in cantone/bibe viminicum sifone», cioè a garganella. Per consolarsi le donne istriane dicono: «Ma co’ setembre e otobre vegnarà/ti me conossarà» che non richiede traduzione.

All’inizio dell’estate si miete il frumento, un’operazione impregnata un tempo di sacralità e perciò accompagnata da riti ispirati alla credenza che nel raccolto si manifestasse una forza o potenza sacra chiamata il Vecchio dagli Arabi, dai Serbi e dai Russi; oppure Madonna del grano nei paesi anglo-germanici, e Madre della spiga o Vecchia dagli Slavi. Questa forza attiva si credeva incarnata nell’ultimo covone o nelle ultime spighe i cui granelli si mescolavano alla semente autunnale per garantire un buon raccolto l’anno seguente. I Bulgari la chiamavano Regina del grano, identificandola con l’ultimo covone che vestivano con una camicia da donna, portavano in processione per il villaggio e infine gettavano nel fiume  per impetrare la pioggia in funzione del futuro raccolto: oppure bruciavano, spargendone le ceneri sui campi per accrescere la fertilità.

L’usanza, ormai quasi scomparsa, di gettare in acqua un fantoccio vegetale oppure di bruciarlo era l’eco di un rituale arcaico che implicava un sacrificio umano. Si identificava lo Spirito del grano in un forestiero che attraversava i campi durante la mietitura, oppure nel mietitore che tagliava l’ultimo covone, o in una vittima scelta secondo un rituale. Costui veniva ucciso e bruciato, e le sue ceneri sparse nei campi per fertilizzarli. Si supponeva che lo Spirito del grano si appiattasse tra le spighe indietreggiando, man mano che la mietitura procedeva, fino alle ultime spighe o all’ultimo covone. Allora, espulso dal suo ultimo rifugio, doveva necessariamente assumere una forma diversa da quella degli steli che erano stati il suo corpo: e quale poteva essere se non l’aspetto di chi si trovava più vicino alle ultime spighe o all’ultimo covone?

Nell’Europa moderna è rimasta fino a qualche decennio fa l’eco incruenta di quella cerimonia: il contadino che tagliava l’ultimo grano veniva legato al covone e condotto in giro per il paese. Lo si batteva o bagnava, o addirittura lo si gettava in un letamaio.

Si sacrificavano anche animali, simboli dello Spirito del grano: lupi, cani, galli, lepri, capre, tori, buoi, vacche, cinghiali, scrofe. In Transilvania si legava un gallo vivo nell’ultimo covone uccidendolo con uno spiedo; e dopo averlo spennato, se ne gettava la carne conservando pelle e penne fino all’anno successivo. All’epoca della semina i contadini mescolavano il grano dell’ultimo covone alle penne del gallo spargendolo sul campo: così lo Spirito del grano avrebbe informato la rinascita delle messi a primavera.

Già nei tempi antichi il sacrificio umano in occasione della mietitura era solo un vago ricordo, riattualizzato simbolicamente nelle cerimonie incruente descritte. Sia il sacrificio arcaico sia i riti che lo avevano sostituito erano la ripetizione rituale della creazione, del sacrificio iniziale di un gigante primordiale o di un animale mitico, come il toro, dal corpo del quale si formarono i mondi e spuntarono le erbe. «Il rituale rifà la Creazione» spiega Eliade; «la forza attiva nelle piante si rigenera mediante una sospensione del tempo e mediante il ritorno al momento iniziale della pienezza cosmogonica. Il corpo della vittima ridotto in pezzi coincide con il corpo dell’essere mitico primordiale che diede vita ai semi con il suo smembramento rituale.»

Di questi sacrifici rimane un’eco anche nella corrida, che altro non è se non il ricordo o il memoriale sbiadito del sacrificio primordiale del toro mitraico. Non casualmente la prima corrida della stagione si svolge in Spagna nella domenica di Resurrezione, quasi a evocare la Crocifissione intesa come creazione. Una figura emblematica del torero si chiama el pase de Verònica e consiste nel roteare la cappa intorno a sé, mentre l’animale la segue  affondandovi la testa: sicché il torero si comporta con la futura vittima come la leggendaria pia donna che offrì il suo velò al Cristo durante la salita al Calvario. Nella Spagna precristiana l’uccisione rituale del toro era seguita da una specie di eucaristia, detta comida comunitaria de la vidima sacrificada, non dissimile dal banchetto degli iniziati mitraici.

Ma anche la spiga è una prefigurazione del Cristo, Spiga divina che muore per generare e rigenerare. In un quadro rinascimentale,  attribuito alla bottega di Friedrich Herlin e custodito nella galleria civica di Nòrdlingen, questo simbolismo eucaristico traspare nitidamente: dalle ferite ai piedi di un Ecce homo spuntano uno stelo di frumento e un tralcio di vite che crescono fino alle ferite delle mani e portano spighe con ostie e grappoli d’uva.

Sopravvivono invece nelle comunità più tradizionali i rituali dell’ultimo covone dal quale si traggono i chicchi per la futura semina oppure la cenere che serve per rigenerare la terra.

La mietitura era seguita da feste di ringraziamento nella forma di orge rituali, la cui funzione era di rendere possibile, riattualizzando il caos mitico anteriore alla creazione, il rinnovamento del ciclo agricolo. Tali orge furono stigmatizzate da molti concili, e a poco a poco vennero frenate e corrette in feste più accettabili dalla cristianità, anche se eccessi e sregolatezze continuarono fino alle soglie del nostro secolo.

Oggi si sono trasformate in fiere e sagre, come per esempio la sagra delle Regne a Minturno, in provincia di Latina, dedicata alla Madonna delle Grazie custodita nella chiesa di San Francesco. Sin dall’inizio della mietitura alcune immagini della Vergine sono portate nei campi, e ogni contadino vi depone accanto un covone di grano. Poi tutti i covoni sono trasportati in paese su carri allegorici riccamente addobbati e decorati da pannelli di mosaici composti da chicchi di grano colorati, che rappresentano scene di vita campestre. Sulla piazza, si allestisce un grande palco che serve per la trebbiatura, eseguita con il caratteristico «viglio». Si prende un covone di grano da ogni carro e lo si depone sul palco dove una coppia in costume batte le spighe scandendo il tempo con danze e canzoni popolari.

 

Fonte: Alfredo Cattabiani, CALENDARIO, Mondadori

Foto: RETE

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