Orsomarso Bluesorsomarsoblues1@tiscali.it

“La sinistra torni se stessa, deve criticare il capitalismo”

La crisi della sinistra italiana è iniziata oltre un paio di decenni fa. quando ha rinunciato alla critica del capitalismo, ossia a esercitare quello che era il suo ruolo naturale, la funzione per cui era nata. E cosi negli ultimi anni ne hanno approfittato i populisti, esprimendo un anticapitalismo di destra. Il politologo Giorgio Galli, classe 1928, a lungo docente di Storia delle dottrine politiche presso l’università degli Studi di Milano, studia e analizza da decenni la sinistra. E sulla sua storia ha scritto diversi libri. Oggi ne vede ancora possibile la resurrezione. “a patto che si ridia un pensiero politico, per organizzare gli sconfitti dalla globalizzazione.

Professore, perché il Pd è stato travolto alle Politiche del 4 marzo e poi nelle Amministrative?

In generale ha pagato l’incapacità di dire qualcosa contro questo capitalismo e quindi sul problema del lavoro, lasciando spazio ai populisti, che invece hanno detto e dicono qualcosa da destra. Penso anche al Luigi Di Maio che in questi giorni parla dei diritti dei riders. Ha visto un argomento abbandonato dalla sinistra, e sta sfruttando quel vuoto.

L’ex segretario dem Matteo Renzi al lavoro ha dedicato la più rilevante delle sue riforme, il Job Act.

Già l’uso del termine job, che nello slang americano e inglese indica i mestieri meno pregiati, diceva tutto. Il Jobs Act ha reso ancora più precario il lavoro, e ha completato l’involuzione liberaloide del Pd.

Idem hanno perso nelle roccaforti rosse, in Toscana. Pare un’apocalisse.

C’erano stati segnali molto chiari anche prima del referendum costituzionale del dicembre 2016, ed erano state le manifestazioni dei tanti truffati dalle banche. Queste sconfitte vengono anche da lì. Però il problema e più profondo. Cioè è l’abiura della critica al capitalismo? Dopo il crollo del muro di Berlino, la sinistra ha dato per assunto che il capitalismo avesse ormai vinto. E non ha capito e non ha contrastato il nuovo capitalismo, imperniato su 500 multinazionali che decidono tutto, a partire dal prezzo del petrolio e quindi della luce e del gas. Il lavoro ormai si basa su algoritmi che il sindacato neppure comprende e che, invece, andrebbero studiati.

Non c’è questo lavoro di comprensione?

No, la sinistra non parla più di questi argomenti. Si è arresa, ha abbandonato la sua funzione storica E questo vale anche per il Pd della ‘Ditta”, quello di Bersani e D’Alema. Renzi ha completato solo la trasformazione dei democratici in un partito liberal progressista.

E adesso cosa si dovrebbe fare?

Bisogna ripartire da questioni concrete, come le condizioni dei lavoratori. E nel dettaglio dall’orario di lavoro. All’inizio dell’anno in Germania il sindacato più importante, quello dei metalmeccanici, aveva avviato una lunga trattativa sul tema a fronte dell’immobilismo dei socialdemocratici, in pieno disfacimento. Certo, alla fine ha accettato un compromesso al ribasso. Ma sono quelle le battaglie da cui ripartire.

Battaglie di retroguardia, molto vecchio stile, potrebbe, obiettare.

Bisogna recuperare quelle lotte e la critica al capitalismo. Si ricorda quel vecchio canto. “Se otto ore vi sembrano poche”? (un canto popolare delle mondine che risale ai primi anni del 900, ndr). È attuale.

Ora però il tema dei migranti sembra predominante. Matteo Salvini ci ha costruito la sua ascesa, non crede?

Ma anche su quello è decisivo il nodo del lavoro. Spesso si dice: “Aiutiamoli a casa loro”. Ma per aiutarli bisogna occuparsi di come vivono nei loro Paesi in Africa e di come le multinazionali stanno condizionando le economie locali, in molti cui di pura sussistenza.

Si può ancora adoperare la parola solidariatà in Italia e in Europa?

Si, a patto di saperla legare al contesto sociale, di spiegarla con discorsi più convincenti di quelli della destra.

E chi può farlo? Per rinascere servono anche leader nuovi: lei ne vede qualcuno all’orizzonte?

Al momento no.

Si parla molto della possibile candidatura a segretario del Pd di Nicola Zingaretti, l’attuale governatore del Lazio.

Non so come stia amministrando, però non mi pare che il partito vada granché neanche nella sua Regione, nonostante i risultati mediocri della sindaca Virginia Raggi a Roma.

Nel Lazio Zingaretti ha rivinto, seppure a fatica.

E un uomo che proviene dalla vecchia nomenclatura del Pci e onestamente non ho capito cosa intenda fare per tornare a far vivere una vera sinistri. Mentre si comprende perfettamente cosa voglia fare del Pd l’ex ministro Carlo Calenda, un partito liberale a tutti gli effetti (sorride. ndr).

Lei è alquanto pessimista, in definitiva.

Il tema è anche che tutto il Paese sconta la sua fragilità, Come ha scritto Romano Prodi, noi abbiamo multinazionali tascabili. Le uniche due di dimensione continentale sono l’Eni e l’Enel. E i problemi delle nostre banche sono sotto gli occhi di tutti.

Sono tascabili anche loro?

Di fatto si.

Insomma, come se ne esce?

Glielo ripeto, ridandosi un pensiero politico e una rotta. Le condizioni oggettive ci sono. C’è tanta gente che ha pagato il prezzo della globalizzazione e della precarizzazione a cui va data tutela.

Ma la gente ha ancora tempo e  voglia di pensare di politica?

(Sorride. ndr) Questa domanda richiederebbe una riflessione molto lunga. Ma io credo proprio di si.

di Luca De Carolis

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Foto RETE

Lascia un commento se ti è piaciuto l'articolo

Commenti recenti

Archivi

Categorie