Storia triste con delitto (Seconda parte)

La strada che sale verso la Viaravita dove si sono svolti i fatti. In primo piano (a dx) l’ingresso della “cantina” di Giuseppe Papa

 

I Carabinieri di Orsomarso arrivano nel giro di pochissimi minuti. Il Brigadiere Francesco Macrì lascia l’unico Carabiniere alle sue dipendenze a piantonare il cadavere e con l’aiuto di tre Carabinieri di Orsomarso che si trovano in paese in licenza, si mette alla ricerca di Papasidero e dopo un’ora riesce a localizzarlo in contrada Ficara e, data la pericolosità del Papasidero ed in considerazione della posizione vantaggiosa in cui si trovava nascosto il ricercato, i carabinieri sopra menzionati all’intimazione dell’alto hanno esploso tre colpi di pistola in alto a scopo intimidatorio e ciò allo scopo di prevenire atti inconsulti da parte del Papasidero il quale non poteva essere acciuffato di sorpresa. L’uomo capisce che per lui è finita e si arrende facendosi mettere i ferri ai polsi

– Io non sono stato, il pomeriggio del 16 settembre, nella cantina di Papa Giuseppe. Non so spiegare come i miei paesani abbiano voluto raccontare i fatti in maniera diversa da come si sono svolti. Verso le 17 transitavo lungo la via Vittorio Emanuele di questo abitato, diretto a casa mia. Giunto all’altezza del negozio di Freni Angelo ho fatto incontro con Barbarino Biagio e Marzioti Luigi i quali si trovavano in mezzo alla strada in istato di manifesta ubriachezza. Appena fatto incontro il Marzioto mi ha chiesto se andavo in cerca del figlio, a nome Nildo, per ucciderlo, al che io ho risposto negativamente asserendo che io e suo figlio siamo dei buoni amici. Non contento della mia risposta, il Marzioto ha continuato ad insistere col dire che io andavo in cerca di suo figlio mentre il Barbarino, che come sopra detto era ubriaco, stringeva i denti in atto di minaccia. È stato così che il Barbarino, senza profferire parola, ha estratto dalla cintura del pantalone il coltello e mi ha vibrato due colpi nella mano sinistra producendomi le lesioni – dice mostrando i due piccoli tagli sul polso sinistro -. Vistomi la mano unta di sangue ho strappato il coltello dalle mani del Barbarino e gli ho vibrato due colpi di cui uno al viso e l’altro, non ricordo di preciso, se in un braccio. Ciò ho fatto non con l’intenzione di ucciderlo ma al solo scopo di stordirlo, credendo di colpirlo col cozzo del coltello, ma malauguratamente l’ho colpito col taglio. Notando che aveva del sangue al viso, allo scopo di evitare ulteriori conseguenze mi sono allontanato dal paese. Il coltello l’ho buttato strada facendo mentre mi allontanavo… il Marzioto, quando ha visto che il Barbarino ha estratto il coltello non ha intervenuto ma ha continuato a brontolare barcollando…

Biagio Barbarino

Il Brigadiere Macrì fa perlustrare palmo a palmo tutto il tragitto fatto da Papasidero fino a contrada Ficara ed è fortunato perché si riesce a trovare il coltello, uno scannaturu, utilizzato per commettere l’omicidio.

Il coltello a lama fissa della lunghezza complessiva di cm 40 circa, ancora unto di sangue che mi viene presentato è quello che io, dopo la lite con Barbarino Biagio, ho buttato lungo la via Santa Croce e precisamente in un pianta di fico selvatico – ammette.

Siccome tutte le testimonianze raccolte dicono esattamente il contrario di quanto Papasidero afferma circa la dinamica dei fatti, Macrì convoca la moglie dell’imputato e le mostra il coltello

– Il coltello che mi viene presentato l’aveva portato mio marito a casa molto tempo fa e lo tenevamo per uccidere il maiale e qualche volta facevo uso anch’io per la cucina. Il giorno 16 con detto coltello io avevo tagliato il pane a mezzo giorno e poi l’avevo lasciato sul tavolo nella casa. Non so altro  perché non mi trovavo presente quando mio marito è ritornato a casa, dato che ero andata al fiume per lavare ed avevo lasciato la chiave nella toppa della porta. Preciso che quando mio marito è uscito da casa dopo mangiato, è uscito senza il coltello e senza la giubba… – ammette ingenuamente e per il marito adesso sono guai serissimi. Oltre al riconoscimento del coltello, è l’ultima affermazione a convincere gli inquirenti che non si è trattato di un delitto occasionale ma di un delitto premeditato, almeno nella preparazione se non per quanto riguarda la vittima designata che sarebbe dovuta essere, sempre secondo gli inquirenti, Luigi Marzioto.

Non passano che pochi giorni e la moglie di Nicodemo ritratta tutto, presentando al Brigadiere Macrì un altro scannaturu

– Mi sono sbagliata, ho trovato in casa il coltello che io asserivo che apparteneva a mio marito. È evidente, quindi, che quello sequestrato non poteva essere di mio marito

Il Brigadiere sequestra l’arma della lunghezza complessiva di cm 31 e mezzo; di cui cm. 12 il manico e cm. 19 e mezzo la lama; larghezza della lama al centro cm. 3 e mezzo. Il coltello si presenta con la lama arrugginita e manico apparentemente nuovo ma sporco di terra, verbalizza Macrì. A questo punto è necessaria una perizia sui due coltelli e il risultato convince ancora di più gli inquirenti che si tratta di un tentativo puerile di mettere una toppa al guaio combinato dalla signora Papasidero: il reperto N.7/51 R.C.R., il primo coltello sequestrato, ha il manico lungo cm. 11, lama acuminata con taglio da un solo lato lunga cm. 23; lunghezza complessiva del coltello cm. 34; lama larga cm. 3 e mm. 8; manico spesso cm. 2,2; lama tagliente; si dà atto che sia la lama che il manico sono sporchi di sangue. Il reperto N.15/51 R.C.R., il coltello presentato dalla moglie di Papasidero, ha il manico lungo cm. 12, lama a punta con taglio da un solo lato lunga cm. 19 e mm. 4; lunghezza complessiva del coltello cm. 31, ½; lama larga nel punto mediano cm 3 ½, manico spesso cm. 2; punta e taglio non affilati per l’uso. La moglie, che aveva lasciato il coltello sul tavolo avrebbe dovuto, la stessa sera del delitto, trovarlo dove lo aveva lasciato e, in ogni caso, il coltello esibito non è adatto all’uso, nemmeno per tagliare il pane.

Poi c’è la certezza che Papasidero, prima di incontrare Barbarino lungo Via Vittorio Emanuele III è stato a casa sua: tutti giurano, come del resto ha fatto anche sua moglie, che nel bar, al momento della discussione per il vermouth, aveva indosso solo una canottiera e così è stato visto allontanarsi, mentre nel momento dell’incontro con Barbarino e nel momento del delitto aveva addosso una giacca. Anche le due piccole ferite sul suo polso parlano contro di lui: la perizia accerta che per la forma e la direzione dei tagli è impossibile che a produrgliele sia stata una persona diversa da sé stesso.

La Procura della Repubblica non ha dubbi nemmeno sulla volontà omicida di Papasidero non solo perché reiterò i colpi, ma perché immerse lo scannatoio nel cuore della vittima. E il movente? Quando Barbarino cercò di trattenere l’imputato egli fece presente ch’era inutile insistere per riaccendere la lite dopo che tutto era finito, aggiunse, per persuaderlo visto che non voleva convincersi, “bè, vediamocela noi”. Quelle parole furono sufficienti perché Papasidero rivolgesse tutte le sue ire contro la persona che difendeva il suo nemico, colui contro il quale aveva pronunciato poco prima la frase: “stasera, o la mia o la sua”. per Papasidero divenne allora indifferente uccidere il nemico o colui che il nemico proteggeva e in favore del quale osava persino affrontare una colluttazione. Questa indifferenza per la soppressione di una vita umana è il dato più sicuro da cui desumere come Papasidero Nicodemo sia persona pericolosissima. L’episodio della cantina lo rivela infatti come spavaldo, sopraffattore, violento; l’omicidio lo conferma sanguinario e temibile quanto altri mai.

Nicodemo Papasidero viene rinviato al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza il 20 settembre 1952 e l’inizio del dibattimento viene fissato per il 24 gennaio 1953.

Il 27 gennaio successivo, dopo tre udienze, la Giuria condanna Nicodemo Papasidero a 20 anni di reclusione e 5 mesi e 10 giorni di arresto, all’interdizione legale, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e lo sottopone alla libertà vigilata per anni 3; lo condanna, inoltre, al pagamento delle spese processuali e a quelle del suo mantenimento in carcere durante la detenzione preventiva; al rimborso delle spese e al risarcimento dei danni verso la parte civile, che liquida in £ 2 milioni e 71 mila, ivi comprese £ 70 mila per compenso di difesa.

Gli avvocati Muzio e Luigi Graziani, difensori di Nicodemo, presentano ricorso in Appello ed allegano, per cercare di alleggerire la posizione del loro assistito, il brevetto – N. 13186 del 15 maggio 1951 – di attribuzione della Medaglia in bronzo al Valore Militare al marinaio Papasidero Nicodemo da parte del Presidente della Repubblica Italiana con la motivazione: Già distintosi per avere salvato in mare un militare alleato, di guardia in stazione vedetta, durante un attacco aereo eseguito a bassa quota, manteneva il suo posto, comunicando al reparto preziose notizie. Ferito da colpi di mitragliatrice e trasportato all’infermeria, dava prova di mirabile forza d’animo ed attaccamento al dovere. Cagliari, estate 1943.

Il 14 aprile 1954 la Corte d’Appello di Catanzaro in riforma della sentenza di primo grado, accogliendo parzialmente il ricorso dell’imputato, riduce la pena a 16 anni di reclusione.

Il 21 ottobre 1954 la stessa Corte d’Appello, non avendo il Papasidero presentato motivi a sostegno del ricorso per Cassazione, ordina l’esecuzione della sentenza che, così, diventa definitiva e Nicodemo Papasidero la sconterà nel carcere di Procida.[1]

Per visualizzare la prima parte clicca qui

Fonte: Antichi Delitti, storie criminali di gente comune

 

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