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Il fedele amico del contadino: U CIUCCIU

 

 

Famiglia: Equidi

Nome scientifico: Equus asinus

Nome dialettale: Ciucciu, sceccu, sumaru, sumeru, pullitru

 

Notizie di etnofauna

L’asino è l’animale che più di ogni altro ha svolto un ruolo fondamentale nel mondo rurale calabrese, segnandone così storia e cultura, in particolare del mondo contadino di cui ha rappresentato lo strumento di lavoro essenziale.

Non è immaginabile, infatti, il paesaggio agro-forestale della Calabria, così come oggi lo ammiriamo, se non alla luce della straordinaria simbiosi tra uomo e animale, che ha reso possibile la messa a coltura di tante contrade e quindi la sopravvivenza delle popolazioni montane.

Per il contadino l’asino è stato mezzo di trasporto e poi insostituibile compagno di lavoro: nei campi, per i lavori di aratura; nel frantoio (i tradizionali trappiti) come mezzo di trazione delle molazze; nel bosco, per il trasporto di legna e fascina; nel vigneto, nell’uliveto e ovunque si spandesse il sudore dell’uomo nel lavoro.

La razza maggiormente presente nei nostri territori è stata l’asino Calabrese, molto simile a quello di Martinafranca, ma di taglia più bassa, utilizzato esclusivamente come bestia da soma e mai allevato per la macellazione (consentita solo in caso di morte accidentale).

Ben note erano invece, fin dai tempi più remoti, le proprietà nutritive del latte d’asina, vero e proprio farmaco salvavita per neonati con problemi di intolleranza. È ampiamente dimostrato e riconosciuto, infatti, che il latte d’asina presenta caratteristiche biologiche molto simili a quelle del latte materno, di cui può diventare indispensabile e unico sostituto, contenendo importanti sostanze ad attività probiotica, anticorpi e composti ad azione antibatterica.

Nella tradizione calabrese l’asino è legato – e non potrebbe essere altrimenti – anche alle figure del maniscalco, a cui si ricorreva per la ferratura, e del sellaio (in dialetto ‘mbastaru) per la fornitura del basto (‘mbastu), grossa sella realizzata in legno, cuoio e cordame vario, utilizzata per il trasporto delle persone ma principalmente per il trasporto dei vari tipi di carico (soma) a cui era adibito l’asino.

L’asino è stato molto utilizzato dai contadini per la trebbiatura del grano nell’aia e per la sbucciatura dei pastilli (castagne secche); in entrambi i casi veniva sfruttata l’azione del calpestio dell’animale per separare le cariossidi di grano (o altri cereali) da glume e glumelle, o delle castagne (precedentemente essiccate) dalla loro buccia.

Nel caso in cui l’asino veniva colpito da un disturbo noto tra i contadini con il nome di doglia, rudimentali pratiche veterinarie prevedevano il massaggio del ventre dell’animale con un grosso palo.

Innumerevoli sono le canzoni popolari e le fiabe che hanno l’asino come protagonista.

La canzone U ciucciariallu, nella quale tra l’altro una strofa recita «ciucciu bellu de stu core»(= asino bello del mio cuore), è una vera  ‘propria dedica del padrone al suo. animale, un atto d’amore con il quale da una parte si esaltano le qualità dell’asino e dall’altra si esprime il dolore per la perdita di questo fedele amico, con sottile ironia descritto come superiore al dolore provocato dalla perdita della moglie. Come a sottolineare, ancora una volta e di più, l’importanza dell’asino nell’economia dei campi, dimostrata tra l’altro dal fatto che nel pastillaro (struttura adibita all’essiccazione delle castagne, ma anche tipica forma di organizzazione del lavoro con la partecipazione di numerosi addetti), la remunerazione dell’asino era doppia rispetto a quella di un raccoglitore o di una raccoglitrice.

Temi ricorrenti, con ancora maggiore ironia, anche nella canzone Catariné ‘nci ‘nci, che recita: «… si è de morire ‘u ciucciu è meglio Cicciu, pecchi u ciucciu porta ligna e Cicciu no…», ovvero «se deve morire l’asino è meglio che muoia Ciccio (Francesco), perché l’asino trasporta la legna e Ciccio

no».

Una canzone di «sdegno», dal titolo Pampina de cicora ingiallinita (= Foglia  di cicoria ingiallita), racconta dell’amore non corrisposto di un uomo per una giovane: «Do vicinu me pari na pullitra, do luntanu na ciuccia ‘mbardata» {= da vicino sembri una puledra, da lontano un’asina sellata (con ‘mbastu}».

Nella tradizione popolare l’asino viene chiamato Zu Ruaccu o Zu Roccu ed è protagonista di numerose favole che in passato hanno accompagnato la crescita di tante generazioni di ragazzi e ragazze. Una di queste favole racconta che:

«Un giorno Za Rosa (la volpe) incontrò Zu Roccu e gli propose di avviare un lavoro in collaborazione. Avrebbero messo in coltura un terreno su una collina e poi avrebbero diviso la produzione. Giunto l’autunno, Za Rosa dice a Zu Roccu: mentre tu ari e semini, io sostengo dal basso la collina che altrimenti rischia di franare; però fai presto che sostenere la collina è faticoso e pesante.

Così Zu Roccu lavorò di gran lena e con gran fatica, mentre l’astuta volpe si riposava ai piedi della collina.

Stessa cosa a giugno: l’asino a mietere e trebbiare, la volpe a riposare.

Ma, finalmente, giunse il momento di ripartirsi il prodotto e la volpe prontamente propose all’asino: io prendo il grano e tu la paglia oppure tu la paglia ed io il grano?

Ignaro del tranello furbescamente architettato da Za Rosa, fu così che Zu Roccu si ritrovò con la paglia e Za Rosa con il grano. Come dire: a maggior lavoro non sempre corrisponde maggiore ricompensa».

Proverbi e modi di dire

U voi chiama cornutu allu ciucciu (= il bue dice cornuto all’asino).

Si u ciucciu un vò vivire è nutile mu fisckasi{= se l’asino non vuole bere è inutile che fischi).

– Si allu ciucciu u lle crìscia lla cuda alli tri anni, u llè criscia cchiù (= se all’asino non cresce la coda entro tre anni, non gli crescerà più).

Due fhìmmine. e na sumara fhìceru na fhera (= due donne e un’asina fecero una scenata).

– Ènu ciucciu e fhatìga (= è un asino da lavoro, lavora molto).

Senza mazze u ciucciu un va allu mutìnu (= senza bastonate l’asino non va al mulino, cioè non lavora).

Mangia comu ‘u bboi e campa comu ‘u sceccu (= mangia come il bue e vivi come l’asino).

U sceccu chi scórcia u ficu dassa u viziu quandu mori (= l’asino che scorteccia il fico perde il vizio solo dopo la sua morte).

U sceccu i tanti frati su mangianu i cani {= l’asino di molti fratelli se lo mangiano i cani).

U sceccu a porta, u sceccu sa mangia (= l’asino se la porta, l’asino se la mangia).

– I scecchi si sciarrìjano e i barìji vannu po menzu (= gli asini litigano e le botti si rompono).

– Mi vantu mi vant’eu, bellu sceccu chi sugn’eu [= mi vanto, mi vanto io, che bell’asino sono io).

Faci u sceccu ‘nto linzòlu (= fa l’asino nel lenzuolo).

– ‘A fìmmana, abbàsta mu si marita, si maritaria puru cu ciucci(= la donna, purché si sposi, sposerebbe anche un asino).

‘A fìmmana non si marita c’u ciucciu pecchi ngi sciànga ‘u lanzòlu (= la donna non si sposa con l’asino solo perché distruggerebbe il letto).

– V ciucciu carrìa vinu e viva acqua (= l’asino trasporta vino e beve acqua).

– Essere ‘nu ciucciu ‘e parata {= essere un asino da parata).

Nu buanu secretariu e ‘nu ciucciu sindacu (= un buon segretario ed un asino sindaco, se hai un bravo segretario comunale puoi avere anche un sindaco asino).

Mangia cumu nu vue e vive.cumu nu ciucciu (= mangia come un bue e beve come un asino, mangia e beve molto).

– U ciucciu chi ‘un s’abbutta llu mise ‘e maju ‘un s’abbutta chjiù (= l’asino che non si abbuffa a maggio non si abbuffa più).

U ciucciu raglia ca vo’ la.paglia (= l’asino raglia perché vuole la paglia).

Mìagliu ‘nu ciucciu vivu, ca ‘nu miadicu muartu {= meglio un asino vivo che un medico morto).-

Mìagliu ‘u ciucciu chi te porta e nno llu cavallu chi te jetta {= meglio l’asino che ti porta a cavallo e non il cavallo che ti fa cadere).

– Aspetta, ciucciu miu, cà l’erva crisce (= aspetta, asino mio, che l’erba cresce; campa cavallo!).

Attacca ‘u ciucciu duve vo  llu patrune e lassa ca su mangiani i cani (= attacca L’asino dove “decide il padrone e Lascia che se Lo mangino i cani).

Lu ciucciu cu nci lava i pedi o sceccu perdi l’acqua e la lissia (= L’uomo che Lava i piedi all’asino perde sia l’acqua che La lisciva).

U piaciri du ciucciu è l’erba gramigna, chiddu du cavaddu è l’erba longa (= all’asino piace la gramigna, al cavallo l’erba più buona).

Si mangia la pagghja ca si ricorda di quandu era erba (= mangia la paglia perché gli ricorda l’erba).

 

Da  ETNOFAUNA IN CALABRIA, di A. Lupia, C. Lupia, R. Lupia  – Rubbettino

Foto: RETE

 

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