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In giro per Orsomarso – 5^ tappa: CHIESA DI SANTO LINARDO

 

Posta all’estremità nord-orientale del paese, la chiesa presenta navata unica con absidiola esterna a semicerchio e quattro finestre a feritoia aperte sul lato sinistro. Gli interventi restaurativi di alcuni anni addietro hanno lasciato in vista, intorno alla porta centrale e a una nicchietta che la sovrasta, i blocchi tufacei che ne formano il prevalente materiale edilizio. Nell’interno, la lunetta absidale è stata adattata a edicola con lesene laterali ed altare di fattura sei-settecentesca. A sinistra dell’altare sono visibili due personaggi di cui diremo tra breve. Nella piccola nicchia della facciata si intravedono i brandelli di ciò che era una figura a mezzo busto di Madonna con il Bambino in piedi.

Il complesso costruttivo evidenzia alcuni elementi (abside con copertura a ghiera plurima, pianta rettangolare, subsellia delimitanti l’area presbiteriale, sistema del doppio ingresso, centrale e laterale) che l’accomunano in modo straordinario a quello della vicina chiesa di Santa Maria di Mercure in precedenza ricordata.

Ma se questo edificio già molto noto risale — almeno nell’impianto d’origine – presumibilmente a non oltre il XII secolo, come sottolineato tra l’altro dalla stereometria absidale e dal modulo architettonico fortemente assonanti con quelli della Madonna del Pilerio, della Panaghia e di San Marco, tutti in territorio di Rossano, la chiesa di San Leonardo, pur pressoché identica nell’icnografia e nella disposizione dei subsellia alla più nota e conterranea costruzione di Mercure, pare manifestare proprio nella volumetria e nella tipologia absidale, nonché nell’accentuato allungamento della navata, gli elementi di più netta differenziazione.

Ciò accredita l’ipotesi che questo edificio possa farsi risalire – accogliendo la datazione proposta da Minuto e Venoso — al XIV secolo, tanto più che gli affreschi di cui si parla non sembrano attribuibili oltre il primo decennio del XVI secolo. Essi comprendono un personaggio aureolato di difficile identificazione (forse un santo vescovo, anche se privo dei contrassegni più caratteristici della dignità episcopale), alla cui base una ripulitura operata pochissimi anni fa dalla Sovrintendenza ai Beni Artistici di Cosenza ha fatto emergere la dicitura “A. D. CCCC XI”, la quale, se lo stacco tra il “numerale” indicante il secolo e quello dell’anno non è il risultato di abrasioni, daterebbe questo affresco al 1411. Epoca cui si dovrebbe assegnare — per la perfetta consonanza di stile e tecnica — anche la raffigurazione di San Fantino juniore, igumeno nel X secolo di un cenobio da ricercarsi nell’odierno territorio di Orsomarso, la cui identità è certificata dal titulus con l’abbreviatura latina del suo nome. Un santo — quest’ultimo – molto noto e venerato nel Mercurion, come dimostra una sua raffigurazione del X-XII secolo, oggi ormai illeggibile, nella chiesa di San Nicola (già dello Spedale) a Scalea.

 

Nel titolare della chiesa va riconosciuto San Leonardo di Noblat, detto anche nobiliacum: un nobile merovingio vissuto nelle Gallie tra il V e il VI secolo, il cui culto venne importato nell’Italia meridionale dai Normanni. Se è vero che la sua venerazione riguardò inizialmente le istituzioni monastiche latine, essa sembra sia stata accolta verso il XIV secolo dagli epigoni dell’ordine basiliano, che inserirono il santo limosino in alcuni sinassari destinandogli degli inni in greco.

E opportuno precisare, tuttavia, sulla scorta delle considerazioni del Minisci, che i concisi riferimenti a San Leonardo nei sinassari compaiono, sì, in due tipikà criptoferratensi datati l’uno al X-XI secolo, l’altro al XIII, ma in note a margine da farsi risalire rispettivamente al Sei-Settecento e ad epoca non anteriore al XIV secolo. Gli inni, invece, sono attestati addirittura nella trascrizione del XVIII secolo di un corale archiviato tra i codici dell’abbazia niliana.

Va anche aggiunto che, a parere di una studiosa del limosino, l’elaborazione del bios del santo si sarebbe avuta solo dopo il Concilio di Limoges del 1030 e che la silloge dei suoi miracoli decorrerebbe all’incirca dal 1280, per cui è lecito immaginare che essi siano diventati di larga diffusione non prima dell’inoltrato Trecento.

San Leonardo di Noblat

In realtà, nel Mezzogiorno, benché le intitolazioni a questo santo compaiano, per l’epoca medievale, in alcune chiese rupestri del materano e nell’antica Siponto (odierna Manfredonia), il forte impulso alla celebrazione leonardiana decorre solo dai secoli XVI-XVII, da quando, segnatamente alla Calabria cosentina, sono attestate chiese in suo onore a Cosenza (1582), Castrovillari, Montalto Uffugo (1594), Civita3 Lungro, Morano, Saracena, Bocchigliero (1639), Aieta (1686), Grisolia, Verbicaro e Cariati di cui è patrono, mentre ad Orsomarso, sulla scorta di un inventario dell’ottobre 1683 dei beni di questa chiesetta conservato nell’Archivio parrocchiale di San Salvatore e resomi noto dall’amico e studioso di storia orsomarsese Pio Sangiovanni (che ringrazio infinitamente), la “fondazione” di San Leonardo è attestata al 1527.

Impetrato dai prigionieri (e perciò canonicamente rappresentato con delle catene o delle corde), Leonardo lo fu anche, per estensione concettuale, dalle partorienti e dai malati in genere, mentre i contadini lo invocavano alla chiusura della seminagione, propiziandone così la ricorrenza al 6 novembre, coincidente, per la liturgia greco-bizantina, con la commemorazione di San Paolo confessore arcivescovo di Costantinopoli.

La chiesa in questione, quindi, appartiene quasi certamente alla fase “latinizzata” e perciò tardomedievale del basilianesimo nel Mercurion ed imparentata nella fattispecie planimetrica, oltre che con le già citate Santa Maria del Pilerio e Santa Maria di Mercure, anche con due sacelli medievali localizzati dal Cappelli nel territorio di Morano: quelli di Montevergine e di San Leo.

La circostanza che in San Leonardo sopravvivano, dello stesso stile e periodo, solo i due affreschi citati, peraltro in una collocazione che li vede affiancati ad angolo sulla parete di fondo e su quella della navata sinistra, lascia ipotizzare che nella chiesa potessero essercene altri coevi e dello stesso genere, disposti magari in forma di ciclo.

Le considerazioni premesse inducono a non scartare l’idea di una possibile originaria intestazione della chiesa o a Santa Sofia (dal toponimo che un tempo contrassegnava l’area dove la chiesetta è ubicata) o a San Leo — come altre nel Mercurion — e a non rifiutare la congettura che solo nel XVI secolo, sull’onda della larga diffusione del culto leonardiano in Calabria come prima si è detto, ne sia stata proposta la dedica al santo limosino, grazie anche a un semplice prolungamento del nome del monaco  Leo-Luca di Corleone vissuto anch’egli per alcuni anni nel  corso del X secolo in cenobi del Mercurion. Una congettura che sembra al momento la sola spiegazione convincente sia della discrepanza esistente tra il 1527, come anno di fondazione della chiesa, e il 1411, come data di esecuzione dei due affreschi, sia della presenza di altri due dipinti (emersi da una recente ripulitura e che paiono assegnabili al XVII secolo) sulla parete laterale destra: uno con un monaco—forse San Giovanni, se è questo il personaggio “pittat’a fresco” di cui si parla nel citato inventario del 1683 – e l’altro con le tre Marie, come tale descritto nella medesima fonte.

Artefici dell’operazione di intestazione della chiesa a San Leonardo potrebbero essere state le missioni, sulla scorta di un dato agiografico che considerava il nobile merovingio, in virtù delle sue qualità di confractor carcerum e spes captivorum, come santo non solo della pace (è noto, infatti, che le missioni si proponevano, tra gli altri scopi, quello di rappacificare famiglie, fazioni e individui in lite tra di loro) , ma anche come santo capace di liberare dalla schiavitù e dalle catene dell’eresia, quella protestante e soprattutto quella musulmana.

Ed è proprio il pericolo musulmano a fornire – a mio giudizio – la spiegazione più persuasiva della presenza del culto leonardiano a Orsomarso e in altri centri calabresi, dove si afferma nel corso del Cinque-Seicento. All’epoca, le scorrerie turco-barbaresche nel Mediterraneo, ridotto, secondo Ibn-Khaldun, ad un “lago musulmano”, erano incessanti e nell’estremo Sud d’Italia dalle coste si protendevano rapidamente verso l’interno.

La conseguenza più diffusa e angosciante – oltre alle depredazioni e distruzioni dei paesi – era la cattura nei borghi razziati di tanti loro abitanti che venivano deportati come schiavi. Senza contare i non pochi casi – come quello del tristemente celebre Ulug Ali o Uccialì, calabrese, citato anche da Cervantes nel Don Chisciotte – di coloro che preferivano passare, per timore o opportunismo, dalla parte degli infedeli, dando vita al fenomeno dei rinnegati. Una situazione drammatica, denunciata con veemenza da Gabriele Barrio, e che creava non poche apprensioni alla Chiesa, la quale, avvalendosi delle missioni, organizzava tutte le volte che se ne presentava l’occasione processioni di schiavi liberati o di rinnegati che riabbracciavano la religione cristiana. In queste circostanze venivano messe in mostra le catene spezzate, offerte per l’appunto a San Leonardo, venerato a Napoli come “advocato di quanti son cattivi [schiavi] in Barberia” .

Le immagini di San Fantino e del presunto santo vescovo, infine, sarebbero state mantenute sia perché rievocavano l’eroismo mai spentosi del monachesimo mercuriense, sia perché San Fantino, noto come monaco dotto nelle sacre scritture (nell’affresco è, infatti, raffigurato con un libro), e il supposto santo vescovo, anch’egli con il Vangelo e ipotizzabile come San Paolo patriarca di Costantinopoli o San Giovanni Crisostomo o forse come San Nicola, in quanto la predetta fonte archivistica dà conto di un altare dedicato a questo santo, si prestavano per la Chiesa degli anni immediatamente precedenti e seguenti il V Concilio Lateranense (1512) all’esaltazione della sapienza teologica e del rigore spirituale, ritenuto tanto più cristallino e attendibile quanto più mutuato dalla religiosità medievale.

E non pare superfluo aggiungere che i canoni iconografici umanistico rinascimentali presenti nella rappresentazione fantiniana (si veda, ad esempio, l’abito corto) costituiscano la prova di quella occidentalizzazione e normalizzazione in senso latino del monachesimo basiliano già patrocinate dal cardinale Bessarione e intensificate dopo il Concilio di Trento, che non si risparmiò nel recupero della spiritualità legata all’esperienza ascetico-religiosa dei santi italo-greci.

Riassumendo: la mia opinione è che la chiesa di San Leonardo fosse in origine un edificio forse di marca basiliana non posteriore al XIV secolo, intestato a Santa Sofia o a San Leo e in seguito (nel XVI secolo) intitolato a San Leonardo. Il fatto chegli affreschi di San Fantino e del presunto santo vescovo portino la data (se esatta, in base alle considerazioni svolte in precedenza) del 1411 e la circostanza che la fonte archivistica riferisca del 1527 come anno di fondazione di questa chiesa rendono legittimo presumere che nel Cinquecento l’edificio originario fosse intestato ad un santo ormai con scarsa presa sulla religiosità popolare o che fosse parzialmente diruto e che quindi sia stato recuperato al culto per dare un degno riferimento alla venerazione leonardiana, nel frattempo diffusasi con le preoccupazioni indotte dal pericolo musulmano. Appare a mio avviso interessante che la vecchia chiesa sia stata ristrutturata secondo lo schema di Santa Maria di Mercure, conservandovi i due affreschi: evidentemente, con questa operazione si volle contemperare  esigenza di un patrono contro il pericolo musulmano e il ricordo indimenticabile dell’esperienza socio-religiosa legata al monachesimo basiliano.

Quel che conta, in definitiva, è che i due affreschi, che propongono figure del mondo religioso bizantino, sarebbero stati eseguiti non oltre il primo decennio del XVI secolo, coevi e assonanti peraltro in stile e tecnica con quelli campiti nella parrocchiale orsomarsese di San Giovanni Battista e riferiti alla Madonna del Soccorso con l’albero di Jesse in mano, alla Maddalena mirrofora e a San Giovanni giovane. La chiesa e gli affreschi di San Leonardo, dunque, costituiscono un significativo esempio della persistenza del basilianesimo nel Mercurion in un’epoca ormai lontanissima da quella della sua più alta stagione spirituale.

 

Fonte: Saverio Napolitano, LA STORIA ASSENTE, Rubbettino

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