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Le nostre radici sarebbero più simili a un mosaico: proveniamo da molteplici e variegate sub-popolazioni umane sparse per l’intero continente

 

La sbiadita fotografia dell’evoluzione umana a partire da una singola e ben sviluppata popolazione ancestrale, localizzata in un’unica area dell’Africa, è un ricordo del passato. La diversità dei fossili umani, del loro corredo genetico (pur nelle similitudini) e degli utensili in pietra ha già tracciato una storia diversa, ancora in buona parte da scrivere.

Uno studio internazionale, da poco pubblicato su Trends in Ecology & Evolution, afferma che le nostre radici sarebbero più simili a un mosaico: proveniamo da molteplici e variegate sub-popolazioni umane sparse per l’intero continente africano, diverse nei tratti e in qualche segmento di DNA, che sono avanzate e si sono ritirate, scomparse o divise da barriere geografiche a lungo invalicabili, vissute per lunghi periodi in modo autonomo e parallelo.

Per nostra fortuna, e per la ricchezza del nostro DNA, queste comunità umane ebbero modo in incontrarsi, mescolarsi, scambiare utensili e tecnologie, in luoghi e tempi differenti e a più riprese, nell’arco della storia umana. Lo scenario, tratteggiato dal team guidato da Eleanor Scerri, ricercatrice del Max Planck Institute for the Science of Human History e della Università di Oxford, è compatibile con la varietà di reperti archeologici e genetici raccolti finora.

L’AMBIENTE CHE CI ACCOGLIEVA. Sebbene l’origine africana dei Sapiens sia consolidata e condivisa, gli studi sull’evoluzione si sono concentrati molto sulle dinamiche dell’uscita dall’Africa e meno su come le prime popolazioni umane evolsero nel continente. Il nuovo lavoro affianca alle più note analisi delle ossa, dei geni e dei manufatti umani una dettagliata ricostruzione del clima e dell’habitat africano degli ultimi 300.000 anni.

A tenere distanti le tante varietà umane delle origini sarebbero stati fiumi, deserti e foreste, barriere fisiche che da un lato garantirono l’isolamento e dall’altro si modificarono nel tempo, promuovendo il successivo contatto delle comunità che ospitavano. Studiando l’evoluzione del paesaggio e del clima africano, i ricercatori hanno rilevato che molte delle regioni oggi più inospitali del continente, come il Sahara, un tempo erano umide e verdi, punteggiate di fiumi e laghi e ricche di vita animale. Al contrario molte aree che oggi sono verdi, umide e tropicali, un tempo erano aride.

SEPARATI IN CASA. Queste continue trasformazioni del paesaggio, di cui gli scienziati hanno cercato riscontri a livello geologico, promossero divisioni anche nelle comunità animali. Molte specie subsahariane mostrano dinamiche di incontro e distribuzione simili a quelle riscontrate nelle popolazioni umane. A vari cicli di isolamento, che portarono ogni singola comunità ad adattamenti unici e allo sviluppo di specifiche tecnologie materiali, seguirono altrettanti momenti di incontro genetico e scambio culturale.

Di questa provenienza sfaccettata è necessario tener conto, per dare ragione di alcune apparenti incongruenze che emergono nell’analisi di fossili, utensili e antico DNA. «Per comprendere la nostra diversità genetica e culturale o da dove provenga l’essere umano – con la sua flessibilità di comportamento e la plasticità biologica – dobbiamo guardare all’antica storia di sub-divisione della popolazione, e alle diverse ecologie in tutta l’Africa», commenta Scerri.

La progressione della nostra specie non è stata lineare – una linea continua dalle origini a quella odierna: è invece un’evoluzione complessa, irregolare, “pan-africana”.

 

Fonte: https://www.focus.it/scienza/scienze/origine-della-specie-umana-molto-piu-variegata-di-quanto-si-credesse

Foto RETE

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