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CHIESE BIZANTINE E NORMANNE IN CALABRIA

Chiesa di sant’Adriano di San Demetrio Corone

 

 

Quello che segue è un importante testo Charles Diehl, famoso storico francese, comparso nell’ARCHIVIO STORICO PER LA CALABRIA e LA LUCANIA, nei primi anni Trenta.

Dalla prima metà del VI  secolo  al  1060 circa la Calabria fu una provincia  dell’impero  bizantino,  provincia  lontana,  abbastanza  negletta e  spesso  misera ;  essa tuttavia  subì  profondamente  l’influsso  di  Bisanzio,  grazie  soprattutto  all’intensità della vita  religiosa  che  vi  si  sviluppò.  Assai  presto,  certo  fin dall’VIII   secolo,  i  monaci  basiliani  vi  fondarono,  come  in tutta l’Italia meridionale,  numerosi  centri :  i  calcoli  più  moderati fissano  a  160 almeno  il  numero  dei  loro  monasteri;  e  così grande  era la  celebrità  dei  loro  conventi, cosi  illustre  la  fama dei  loro  solitari,  che  al X   secolo  la  Calabria  appariva  come una  nuova  Tebaide,  e la  sua riputazione giungeva,  a  traverso il  mondo  bizantino,  fino  a  Costantinopoli  ed  a  Gerusalemme.

La  propaganda  bizantina  fu  pure  favorita  dall’organizzazione  di  una  chiesa  interamente  greca,  dipendente  dal Patriarcato  di  Costantinopoli,  alla  testa  della  quale  erano  posti  i  metropoliti  di  Reggio  e  di  Santa  Severina.  Cosicché anche  allorquando  la  dominazione  normanna  si  sostituì  all’autorità  imperiale,  le  popolazioni  di  questa  Magna  Grecia medioevale  conservarono  per  lunghi  anni,  la lingua  e  il  rito greco,  nonostante  gli  sforzi  dei  nuovi  dominatori  e  lo  zelo della  Chiesa  romana.

Abbastanza   ben   nota   è  la  storia  della  Calabria  bizantina.  J.  Gay nel  suo  libro  su L’Italia  Meridionale  e  l’impero bizantino ha raccontato  in  modo  assai vivace  la vita  e le  opere dei  santi  greci come  Elia  di  Castrogiovanni o  Elia  di  Reggio, San  Luca  di  Armento,  San  Vitale  e  San  Saba  e  soprattutto  San  Nilo  di Rossano  che furono  nel X   secolo  la  gloria della  Chiesa  calabra;  e,  nel  bel  volume  di  Paolo  Orsi  che ha  dato  occasione  a  questo  articolo(1),    Andrea  Caffi  ha  esposto  in  modo  rimarchevole,  i  destini  dell’ellenismo  bizantino nell’Italia  meridionale  dalla  fine  del  IX   fino  all’alba  dell’X I  secolo.

Ma  se  la  storia  della  cultura bizantina  in  Calabria  è  assai ben conosciuta,  non  è cosi dei monumenti che  essa ha lasciato. Senza  dubbio  nel corso  di  questi  ultimi  cinquant’anni,  delle rapide  esplorazioni  —   quelle  di  E.  Jordan,  di  E.  Bertaux, di  E.  H.  Freshfield  e  mie  —   avevano  fatto  conoscere,  con una  descrizione  sommaria,  alcuni  di  quei  momenti.  Ma  molto restava  a  fare,  anzi  quasi  tutto.  Paolo  Orsi  ha  quindi  reso un  grandissimo  servizio,  intraprendendo  lo  studio  scientifico  delle  Chiese  basiliane  della  Calabria.  Durante  questi ultimi  venti  anni,  accanto  ai  suoi  bei  lavori  di  archeologia classica,  egli  ha  avuto  la  curiosità  e  trovato  il  tempo  di  ricercare  in  Calabria  le  vestigia  di  questa  cultura  medioevale ;  ed  ha  avuto  la  fortuna  di  scoprire  alcuni  monumenti fino  allora  sconosciuti,  di  esaminarne  dettagliatamente  parecchi  altri, segnalandoli  all’attenzione pubblica  e  provocando così quei  lavori  di  restauro  di  cui  avevano  spesso  gran  bisogno o  quelle  ricerche  complementari  che  li  hanno  fatti meglio  conoscere. Da  tutta  questa  operosità  —   per  la  quale  noi  dobbiamo all’Orsi  una  viva  gratitudine  —   è  nato  il  libro  assai  inte­ressante  che  io  mi  propongo  di  esaminare.

Santa-Maria-dei-Tridetti-a-Staiti

Indubbiamente  la  Calabria  non  ha  monumenti  comparabili  ai  begli edifici  dell’epoca normanna,  alle  costruzioni  dell’epoca  bizantina  stessa  che  conserva  la  Sicilia.  Tuttavia parecchi  tra  essi  non  sono  sprovvisti  d’interesse.  Degli  edifici  bizantini  calabresi,  il  più  bello  e  più  completo  è  la Cattolica  di  Stilo ,  vero  gioiello,  come  lo  definisce  P.  Orsi, della  Calabria.

Il  piccolo  paese  ove  essa  sorge,  completamente bizantino, conservò  anche  dopo la conquista  normanna la  lingua  e  il  rito  greci,  e  fu  nel  medioevo  un  centro  assai importante  di  vita  monastica. A  questo  periodo  della  storia  di Stilo  appartiene  la piccola  chiesa  che  domina  l’abitato.  Come  San  Marco  di  Rossano  che  le  rassomiglia  assai,  essa  data  probabilmente  dal X   secolo  o  dal  principio  dell’XI ;  ed  offre  il  tipo  classico della  chiesa  bizantina a forma  di  croce  greca.  Cinque  cupole la  coronano,  e  benché  la  costruzione,  nella  quale  come  in tutti  gli  edifici medioevali  sono  stati  impiegati  dei  materiali antichi,  sia  di  qualità  assai  mediocre,  la  Cattolica,  come appare  dopo  i restauri intrapresi per l’insistenza  dell’Orsi  nel 1914,  presenta un  elegante  esempio  dell’architettura  del  periodo  che  vien  chiamato la  seconda  età  d’oro  dell’arte bizantina.

Conviene  notare  soprattutto  la  graziosa  decorazione policroma  ottenuta  sui tamburi  delle  cupole  da ingegnose  combinazioni  ornamentali  di  mattoni  e  di  calcina,  e  le  curiose pitture  scoperte  nel  1927  sotto  l’intonaco  che  copre  i  muri della  piccola  chiesa.  Esse  rappresentano,  delle  figure  di santi  orientali,  san  Giovanni   Crisostomo,  san  Basilio,  e un  altro  santo  nel  quale  l’Orsi  vuol  riconoscere  —   ciò  che mi  pare  assai  discutibile  —  San  Giovanni  il  Precursore(2)

L ’Orsi  attribuisce  questi  affreschi  al  X   o  X I  secolo  e  li ritiene  assai  interessanti  per  la  storia  della  pittura  antica in  Calabria.

Santa Maria del Patire

Sappiamo  che  dei  preziosi  monumenti  della pittura  bizantina  del X ,  X I  e XII  secolo  sono  stati  scoperti  nelle  Puglie  soprattutto  in  Terra  d’Otranto,  ed  in  Basili­cata.  Gli  affreschi  della  Cattolica  di  Stilo,  qualunque  sia  la  loro  data  precisa,  non  offrono  minore  interesse.

Un  altro  monumento  bizantino  —  il  più  antico  che  possegga  la  Calabria  —   trovasi  a  Santa  Severina.  Trattasi di  un  battistero  a  forma  circolare,  con  al  centro  otto  colonne  sostenenti una cupola;  una  navata  circolare  più  bassa gira  attorno  all’ottagono  centrale.  I  lavori  recentemente  eseguiti  dalla  Sovrintendenza  per  le  antichità  del Bruzio  hanno rivelato  una  particolarità interessante;  che  cioè  da  questo  edificio  centrale  si  diramavano  quattro  costruzioni  sporgenti, sì  da  formare  all’esterno  una  croce  greca.

Se  effettivamente, come  sembra,  questi  quattro  bracci  rimontano  alla  stessa  epoca  dell’edificio  centrale,  ci  troveremmo  di  fronte  ad  una pianta  veramente  degna  d’attenzione. Nel  battistero  sono  stati  ritrovati  inoltre  dei  residui  di  affreschi,  che  si  affermano  bizantini  e  contemporanei  alla  fondazione  della  Chiesa,  ma  sui quali  il  breve  rapporto  annesso al capitolo  dell’Orsi  non  dà  maggiori  schiarimenti.  L ’edificio, solidamente,  ma  assai  rozzamente  costruito  «da  degli  artisti  provinciali  che  sentono  la  grandezza  dell’arte  bizantina  ma  non la  sanno  tradurre  in  forme  corrette »,  sembra  datare  dall’VIII-IX   secolo.  Un’iscrizione incisa  su  uno  dei  capitelli  ne attribuisce la costruzione  ad  un  arcivescovo  Giovanni, di cui si  ignora la  data.

Un’altra  iscrizione  scoperta  dall’Orsi  sopra un  altro  capitello,  ove  si  legge  il nome  d’un  arcivescovo  Teodoro,  ci  fa  supporre  che  il  battistero  sia  stato  costruito  lentamente  e  sia  stata  l’opera  di  molti  arcivescovi  successivi. Accanto  al  battistero  si  trovano  le  rovine  dell’antica  cattedrale,  una  basilica  a  tre  navate,  probabilmente  d’epoca  normanna,  ma  nella  quale  l’Orsi  ha ritrovato  parecchie  iscrizioni  greche  medioevali  inedite,  degne  di  considerazione .

Due  tra  queste  menzionano  un  arcivescovo  Ambrogio  che fondò  la  Chiesa  ad  una  data  che  Orsi  legge  con  ragione, io  ritengo,  6544-1036;  ciò  che  farebbe  risalire  l’edificio  ad un’epoca  anteriore  alla conquista  di  Santa  Severina  da parte dei  Normanni  (1073-1074).

L’altra  iscrizione  nomina  lo spataroscandidato  imperiale Staurakios,  che  sembra  essersi  interessato  alla  Chiesa  e  il cui  titolo  potrebbe  anche  riferirsi  all’epoca  della  dominazione  bizantina.(3)

Allorquando,  nella  seconda  metà  dell’XI  secolo,  i  Normanni  conquistarono  la  Calabria,  i  nuovi  dominatori, il gran conte  Ruggero  come  suo  figlio  il  re  Ruggero  II,  si  mostrarono,  pur  introducendo  nel  paese  i  Benedettini  latini,  tolleranti  anzi  benevoli  verso  i  monaci  greci. Ricostruirono  con  magnificenza  e  dotarono  largamente molte  delle  vecchie  abazie  basiliane.  Così  nacquero,  alla fine  dell’XI   e  lungo  il  XII  secolo,  degli  edifici  assai  differenti  dalle  chiese  bizantine  a  cupola  centrale:  basiliche  ad una  o  a  tre  navate,  assai  simili  agli  edifici  della  Sicilia  occidentale,  e  di  cui  l’esempio  più  imponente  in  Calabria è la Cattedrale  di  Gerace.  Paolo  Orsi  ne  ha  scoperte  due  assai interessanti :  S.  Giovanni Vecchio  presso  Stilo,  già  segnalata dal  Jordan,  e  S.  Maria  dei Tridetti.  Tutte  e  due  sono  a metà dirute,  ma  meritano  uno  studio  attento. S.  Giovanni  Vecchio,  reso  celebre  dalla  fama  del  suo santo  abate  Giovanni  Theriste,  era  un  monastero  così  importante  da  venir  proclamato  nel  XII  secolo  «caput  monasterium  ordinis  S.  Basilii  in  Calabria ».  La  sua  chiesa  a navata unica,  termina  in  un  transetto  (coronato  da una  cupola ch’è  sostenuta  da un  tamburo  circolare  decorato  con eleganti archetti  e  poggiante  esso  stesso  sopra  di un robusto tamburo quadrato)  e  in  tre  absidi. Questa  pianta  offre  delle  grandi  analogie  con  quella  della «Roccelletta»  di  Squillace  e  la  disposizione  della  cupola somiglia  assai a  quella  di  S.  Maria  dei  Tridetti.  Vi  è  tutto  un gruppo  di  chiese  in  Sicilia  come  nell’Italia  meridionale  le quali,  per  quanto  sorte  all’epoca  normanna,  prendono  ancora ispirazione  dall’Oriente  e  sono  forse  l’opera  di  operai  greci. Una  cosa  colpisce  all’esterno  di  S.  Giovanni Vecchio  ed  è  la decorazione  policroma  delle  absidi  in  cui  degli  archi  intersecantisi  si appoggiano  su  dei pilastri  costruiti  con  materiale  di differenti  colori,  e  l’eleganza  delle  colonnette  disposte  attorno al  tamburo  circolare  della  cupola.  Degni  di  attenzione  sono anche  la  struttura  di  questa  cupola e il modo  con  cui all’interno,  il  quadrato  del  tamburo  inferiore,  passa,  attraverso  un ottagono,  al  tondo  del  tamburo  superiore.  Dei  resti  di  pitture,  di  cui  le  più antiche  datano  forse  dal XII secolo  —   in particolare  una  Vergine  sul  trono  con  il  figlio  sulle  braccia, ed  una  Madonna  orante  designata  come  l’Eleousa  —   sono stati  ritrovati  dall’Orsi  nelle  cappelle  laterali  del  transetto

Per  la  decorazione  delle  sue  absidi  come  per  la  struttura  della  sua  cupola,  S. Maria  dei Tridetti  rassomiglia  assai a  S.  Giovanni Vecchio.  Essa ne differisce un  poco  per  la sua  pianta  che  è  a  tre  navate,  ma  i  due  edifici  datano  dalla stessa  epoca,  dai  primi  tempi  dalla  dominazione  normanna, e  la  costruzione  come  i  sistemi  decorativi  sono  ancora  tutti penetrati  dell’influsso  bizantino.  Tutti  e  due  attestano  il  favore  di  cui  i  monasteri  basiliani  godettero  presso  i  principi normanni:  e  questa  sollecitudine  dei  sovrani  latini  per  le comunità  greche,  la  cura  che  essi  posero  nel  ricostruire sontuosamente  i  loro  edifici,  appaiono  ancor  meglio  nella chiesa  di  S.  Maria del  Patir.

Nella  regione  montagnosa  che  si  stende  tra  Rossano  e Corigliano  e  che  sembra  essere  stata,  durante  il  medioevo, una  vera  « Santa  Montagna », un pio  anacoreta,  Bartolomeo di  Simeri,  fondò,  all’alba  dell’X I  secolo,  un  monastero  intitolato  alla Vergine Hodigitria.  Dei grandi  signori  normanni,  in particolar  modo l’ammiraglio  Christodulos  di  Antiochia,  s’interessarono alla nuova istituzione che  anche Re Ruggero  volle proteggere.  E  il  monastero,  che  dopo  la  morte  del  suo  fondatore  prese  il  nome  di  monastero  della  Vergine τοῦ πατρος, ο  di  S.  Maria  del  Patir,  divenne  ben  presto  la  più  celebre delle  abazie  basiliane  della  Calabria,  conosciuta  durante  tre secoli  per  la  sua  notevole  prosperità.  Di  essa  oggi  non  sussistono  che  i  resti  del  chiostro  ed  una  chiesa  abbastanza imponente :  basilica  a  tre  navate  con  il  transetto  coronato da  tre  cupole  depresse  e  di  cui  la  decorazione  esterna, per  la  ricerca della  policromia,  non  manca  d’interesse.  Sulla facciata  sud,  il  portale  mostra  un  arco  elegante  in  cui,  tra due strisce d’incrostazioni  di stile  arabo,  sono  posti  dei  dischi policromi  formati  con  pezzi  di  lava  e  pietra  giallastra.  Dei dischi  simili,  dai  disegni  variati,  sono  inseriti sotto  gli  archi che  decorano  la  curva  delle  absidi.  Ma la  parte  più  interes­sante  è,  nell’interno  della  chiesa,  il  bel  pavimento  a mosaico che  copre  parte  delle  navate.  Entro  un  medaglione  sono  com­poste  le  figure  di  un  leone,  un  cavallo,  un  grifone,  un  centauro ; accanto  a  motivi decorativi  di  uno stile  ancora classico, appare  il  gusto  del  Medio  Evo  per  le  immagini  ispirate  dal Physiologus  e  dai  bestiarii.  L’esecuzione non  è  molto  fine, ma  l’insieme  è  di grande  effetto  per  il vigore  del disegno  e  per la vivacità  dei  colori.  Una  iscrizione  ci  apprende  che  il  mosaico  è stato fatto  per  ordine  di  un abate  Biasio,  che  ci  è  già noto.  Il lavoro  pare  risalire  alla  metà  del X II  secolo  e  mostra una  stretta  parentela  coi  pavimenti  delle  chiese  di  Otranto e  di  Brindisi.

Della stessa epoca è il pavimento della chiesa di S. Adriano a  San  Demetrio  Corone.  Si  tratta  di  una  piccola  chiesa  assai rovinata,  alla quale  si  ricollega  il  ricordo  di  S.  Nilo,  ma  che nella  sua  forma  attuale,  appartiene  senza  dubbio  al  periodo normanno. Vi  si  notano  un bel  capitello  bizantino  e, al  portale della  facciata  nord,  delle  interessanti  sculture.  Ma  il  pavimento  soprattutto,  fatto  di  marmi  e  di  pietre  di  differenti colori,  è  veramente  notevole,  e  dà  « l’illusione  di  un  vasto tappeto  orientale  steso  sul  pavimento  del  tempio».  Esso  è formato  in  gran  parte  da  motivi  geometrici,  da  stelle,  da croci ;  altrove  dei  medaglioni,  trattati con  una tecnica  affatto differente si  tratta  di  incrostazioni  entro  lastre  di  marmo—  ci  mostrano  degli  animali  e  dei  serpenti.  Una  iscrizione scoperta  dall’Orsi  attesta  che  questo  mosaico,  o  almeno  una parte  di  esso,  fu  eseguito  per  ordine  di  un  certo  Bartolomeo. Quanto  alla  data  del  lavoro,  si  può  affermare  ch’essa  è  di epoca normanna, e  del  medesimo tempo  del mosaico  del Patir. Il  lavoro  però  del  pavimento  di  S. Adriano  è  assai  più  fine e  differisce  da  quello  del  Patir  e  per la  tecnica  e  per  l’ispirazione.

Ed  ora una  parola sulla  chiesa  di Santa  Filomena  a  Santa Severina.  Si  tratta  di  una  piccola  chiesa  ad  una  navata,  coronata  alla  sua  estremità  da  una  cupola  svelta  ed  elegante il  cui  tamburo  è  decorato  de  graziose colonnette.  La pianta è  bizantina,  l’esecuzione  certamente  normanna,  e  le  sculture  della  porta  del  lato  nord,  che  fu  già  trasformata in finestra, come gli  eleganti  capitelli  delle colonnette  della  cupola, fanno onore  al  cantiere  da  cui  sono  usciti. Nella  decorazione  interna  di  queste  chiese  calabresi,  la  scultura,  come  si  è  visto,  non  tiene  un  grande posto.  E  questo  dà  un  interesse  tutto  particolare  ai  frammenti  di  stucco ritrovati  a  S.  Maria  di  Terreti,  presso  Reggio,  e  che  sono stati  salvati  veramente  per  miracolo  al  momento  della  distruzione  della  chiesa  nel  1915. Sono  frammenti  di  grandi  placche  decorative,  che  ricoprivano  probabilmente la parte  inferiore  dei  muri  dell’abside. In  un  quadro  il  cui  bordo  è  formato  da  lettere  cubiche, una  serie  di  medaglioni  racchiudono  degli  uccelli  e  degli animali  affrontati.  Altri  frammenti  simili  decoravano  forse un  ciborio.  In  ogni  caso  abbiamo  là  dei  documenti  notevolissimi  di  un’arte  arabo-normanna  che  erano  visibilmente, una  imitazione  meno  costosa  delle  belle  stoffe  con  cui  si ricoprivano  volentieri  i  muri  delle  Chiese.

Questa  analisi  mostra  tutto  ciò  che  per  la migliore  conoscenza  dei  monumenti  della  Calabria noi  dobbiamo  alle esplorazioni,  alle  ricerche  e  alle  scoperte  di  P.  Orsi.  Tuttavia il suo  bel  libro  è  lungi  dall’esaurire  la  materia.  Senza  parlare  di  alcuni  monumenti  già  conosciuti,  come  il  S.  Marco di  Rossano,  la  Roccelletta  di  Squillane  o  la  Cattedrale  di Gerace  ch’egli  menziona  solo  di  passaggio,  ci  sembra  che in  questa  Calabria  montagnosa  e  difficile,  poco  visitata, poco esplorata,  vi  sia  ancora  molto  a  cercare  e  a  scoprire,  si tratti  di  abazie  basiliane  o  di  monasteri  benedettini  o  cistercensi,  sui  quali  ultimi  nessuno  studio  serio  è  stato  ancor fatto.  Orsi insiste vivamente  sulla necessità  di queste ricerche e  sui  risultati  che  se  ne  può  sperare. «Converrà  —   egli  scrive  —   soprattutto  volger  l’occhio alle  lauree  trogloditiche,  che  forse  ci  riveleranno  documenti della  genuina  pittura  bizantina.  Converrà  ricercare  le  necropoli  delle  tre  grandi  fortezze  bizantine  della regione,  Rossano,  Cotrone  e  Gerace:  converrà  intensificare  la  ricerca topografica  di  queste  zone  dove  le  agiografie  e  le  pie  leggende  segnano  più  intensi  focolari  di  vita  basiliana». Le  scoperte  fatte  da  P.  Orsi  mostrano  tutto  ciò  che  ci si  può  aspettare  da  una  attenta  esplorazione  della  Calabria: altre  scoperte  recenti  confermano  l’opinione  ch’egli  esprime e  il voto  ch’egli  emette.  E  così  dobbiamo  approvarlo  di tutto cuore  quando  raccomanda  come  un  obbligo  che  s’impone  al Governo,  la  conservazione  e lo  studio  di monumenti  —  delle pitture  in  particolare  —   di  cui  più  d’uno,  nell’Italia  meridionale,  è  scomparso  per  mancanza  di  cure.  Gli  sforzi  di P.  Orsi  hanno  salvato  dalla  rovina  la  Cattolica  di  Stilo  e forse  altri  monumenti  ancora.  In  ogni caso  il  suo  bel  libro contribuirà,  come  egli  si  augura,  a  sviluppare  il  gusto  della storia  e  dell’arte.  È  un  grande  servizio  che  P.  Orsi  rende al  suo  Paese  e  alla  scienza,  e  tutti  coloro  che  lo  conoscono sottoscriveranno  queste  parole  con  le  quali  egli  chiude  la sua  prefazione: «Ho  la  coscienza  di  aver  compiuto  in un  ventennio  il dover  mio  con  passione  ed  amore  verso  una  regione  che mi  ha  dato  soddisfazioni  spirituali  e  scientifiche  indimenticabili ».

Charles  Diehl.

 

NOTE

  1. Orsi, Le  chiese  basiliane  della  Calabria,  con  appendice  di A.  Caffi.  « Collez. Merid. »,  Firenze,  Vallecchi,  1929.
  2. La figura non ricorda in nulla il tipo iconografico ben conosciuto del Bisogna  vedervi  piuttosto,  io  penso, un  santo  anacoreta  il  cui  nome  ci  resta  ignoto.
  3. Mi sembra  che  vi  siano  (pag. 219)  alcuni  errori  nella  lettura dell’Orsi. Nel  primo  testo, assai  difficile  a  decifrare,  la  linea  3  porta chiaramente  le  lettere CIA, fine  della parola ,  ἐκκλησἱα,  il  cui  principio deve  ricercarsi  alla  fine  della  linea    In  questa  stessa  linea  2 ταὑτη benché  sembri  di  lettura  esatta,  è  un  po’ sconcertante. Nel secondo  testo  segnalo  semplicemente  un  errore  tipografico alla linea 6, ove  bisogna  leggere :  μνἱσθιτι τοῦ δούλου.  Alla  linea  2  bisogna  leggere σπαθαρουκανδιδἀτου,  in  una  sola parola, forma più esatta del titolo. Alla linea  9  è  impossibile  di  supporre  una  parola  come  κατἐθαφθη,  e  non credo  che  l’iscrizione  sia  funeraria.  Si  legge  distintamente τοῦ κ(αι) CVNΔPA….. MOTOV, che  non  arrivo  ad  interpretare. Alla  linea 10 al posto  di  ἐντἀδε,  la  pietra  porta εν ταῦτη.  Mi  domando,  guardando  la fotografia  (fig. 150)  se  non  vi  sia  una  linea 12  assai  mutilata,  e  che completerebbe  il  senso  del  documento. Parallelamente  a  pag. 143  bisogna  correggere  la  trascrizione  e  leggere Ζῶξοις,  ed  a pag.  141  al  posto  di  Atanasio  Calceopito  leggere,  come  lo  porta  il testo,  Calceopulos  (ΧΑΛΚΕΟΠΥΛΟC),

Foto RETE

 

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