LE RADICI MALATE DELLA NOSTRA DEMOCRAZIA (Seconda parte)

Il leader liberale Giovanni Giolitti (al centro con la cravatta a farfalla e senza guanti) insieme al re Vittorio Emanuele III (a sinistra, con la mano in tasca)

 

Il saper promettere dazi doganali, appalti governativi e onorificenze era una grande fonte di potere. Ferrovie, strade, caserme, fognature e acquedotti erano costruiti là dove i deputati ne avevano maggiormente bisogno per affermare la propria influenza, e gli interessi locali così soddisfatti votavano in cambio per i candidati governativi. Le autorità contrattavano con la camorra e con la mafia, con i proprietari terrieri locali o con le banche che detenevano cospicui crediti ipotecari, e riuscivano così, con le buone o con le cattive, a controllare molti collegi elettorali del Mezzogiorno. Un sostenitore del governo che fosse grande proprietario terriero riusciva facilmente a farsi eleggere senza neppure far atto di presenza tra i suoi elettori — come era stato per esempio il caso di Lacaita.

Al centro in primo piano, il presidente del Consiglio Francesco Crispi, tra il ministro della Guerra Ettore Bertolè Viale (a sinistra) e il ministro delle Finanze Agostino Magliani (a destra). Crispi fu sospettato per lo scandalo della Banca Romana

Nei relativamente pochi casi in cui una seria lotta poteva sembrare probabile, il governo non faceva che comunicare al prefetto quale candidato dovesse sostenere. L’inevitabile conseguenza di ciò era che ogni successivo governo nominava nuovi prefetti, e che, per esempio, negli anni 1886-96 Salerno (che era il collegio elettorale di Nicotera) ebbe dieci prefetti diversi, e Girgenti dodici. Nel Mezzogiorno gli elettori dell’opposizione potevano essere arrestati in base ad accuse false il giorno prima delle elezioni; delinquenti venivano talora rilasciati dal carcere perché facessero uso della loro influenza in favore del candidato ufficiale (Crispi minacciò una volta in privato di far rilasciare in Sicilia tutti i detenuti); e i nomi degli oppositori erano non di rado cancellati dalle liste elettorali con il pretesto infondato che erano analfabeti. Gli impiegati dello Stato — alla quale categoria appartenevano pure gli insegnanti elementari e medi, i professori universitari, i magistrati e i ferrovieri — potevano esser ricattati con la minaccia della perdita dell’impiego o del trasferimento in qualche sede inospitale nelle isole. In media c’erano intorno al ‘900 circa 4 500 elettori per collegio elettorale, di modo che non era difficile per il prefetto trovare una maggioranza per il candidato ufficiale.

Depretis

Se Depretis, Crispi e Giolitti furono l’uno dopo l’altro in grado di edificare una specie di dittatura parlamentare, ciò fu in larga misura dovuto a queste manipolazioni elettorali. Era in effetti assai raro il caso che un’elezione avesse come conseguenza immediata un cambiamento di governo, dato che era appunto quest’ultimo che faceva le elezioni e non viceversa. La stessa regolarità con cui venne seguita questa pratica sta ad indicare ch’essa non era che un naturale prodotto del sistema costituzionale stesso, o almeno che gl’italiani erano lieti di sacrificare la libertà elettorale per quell’ordine, quella disciplina e quel senso dello Stato di cui erano consci di mancare.

L’anarchismo istintivo di tanti italiani diede così origine a una tendenza eguale e contraria all’autoritarismo come suo correttivo. La storia aveva loro insegnato che le riforme più indispensabili, nel campo dell’istruzione pubblica per esempio, avrebbero forse dovuto aspettare che venissero tempi d’emergenza che consentissero di effettuarle in regime di pieni poteri; mentre nelle normali condizioni della vita parlamentare esse correvano il rischio di abortire o per eccessiva intransigenza da una parte e dall’altra, o per mancanza d’autorità da parte del governo.

Questa nostalgia per l’autorità era sempre presente, anche se in maniera latente. Alcuni di coloro che non osavano dare informazioni sul brigantaggio potevano nutrire in segreto la speranza di poter un giorno collaborare al mantenimento della legge e dell’ordine senza per questo venir disprezzati o dover temere le rappresaglie della vendetta privata.

In maniera analoga, un gran numero di quegli evasori fiscali che costantemente truffavano il governo potevano forse sperare che un sistema fiscale più equo ed efficiente rendesse un giorno possibile ridurre il livello generale delle imposte, anche se ciò avesse dovuto significare l’impossibilità di ulteriori evasioni. In misura ancor maggiore i poveri si rendevano conto che una vera libertà sarebbe potuta venire per loro soltanto da un governo centrale forte che tenesse a freno gli strapotenti proprietari terrieri.

Così come stavano le cose, il sistema delle giurie nel Mezzogiorno, lungi dal costituire una salvaguardia della libertà dei cittadini, non era altro — là dove funzionava — che un mezzo normale per pervertire la giustizia a vantaggio del magnate o della «camarilla » del luogo i cui interessi i giurati non osavano ledere. Poteva così avvenire paradossalmente che la limitazione dei diritti costituzionali apparisse ad alcuni come l’unica garanzia di libertà. I deputati erano essi stessi complici di questo processo e talvolta pronti ad accordare i pieni poteri al governo affinché le necessarie riforme potessero essere effettuate; oppure era il governo che ricorreva ai decreti-legge che le camere erano poi chiamate a sanzionare.

La caricatura, apparsa sulla rivista satirica «L’Asino» nel maggio 1911, intende descrivere la politica giolittiana: da un lato, vestito in frac, rassicura i conservatori; dall’altro, con abiti meno eleganti, si rivolge ai lavoratori.

Il buon nome del parlamento ebbe naturalmente a soffrire quando si giunse al punto di poter considerare l’intera attività di governo come una mera successione di decreti amministrativi e la funzione dei deputati come consistente quasi esclusivamente nel far critiche e mettere i bastoni fra le ruote. Il prestigio parlamentare ebbe pure a soffrire quando gli scandali bancari rivelarono quanto strettamente i deputati che non ricevevano indennità alcuna (e la vita a Roma era molto cara) erano stati legati alla Banca Romana, diventando così presumibilmente portavoce di interessi finanziari corrotti. Alla resa dei conti più di cento deputati, in base alle relazioni delle commissioni d’inchiesta sulle banche, erano risultati coinvolti nel losco affare; mentre Crispi e Giolitti, unitamente a un certo numero di ex ministri o di ministri futuri, come Nicotera e di San Giuliano, erano stati pubblicamente censurati per irregolarità amministrative o peculato.

Era particolarmente preoccupante il fatto che i deputati non sembravano rappresentare coloro che sarebbe stato giusto rappresentassero. Nel 1895, allo scopo di mettere un freno all’influenza esercitata dagli interessi costituiti, fu stabilita l’ineleggibilità di tutti coloro che avevano contratti d’appalto con lo Stato, nonché dei rappresentanti di società da quest’ultimo sovvenzionate, e venne nel contempo fissato il principio che della camera non potessero far parte più di dieci professori e dieci magistrati, mentre quelli in soprannumero avrebbero dovuto essere eliminati mediante estrazione a sorte. Circa la metà dei deputati era costituita da avvocati.

Tanto lontani erano questi cosiddetti rappresentanti della nazione dalla vita produttiva del paese, che nel 1900 solo otto di essi si dichiararono agricoltori e una dozzina appena dediti all’industria. Di qui nasceva la cattiva fama della camera come di un’assemblea di parassiti.

Da STORIA D’ITALIA 1861 – 1969, di Denis Mack Smith, Laterza

Foto RETE

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