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U TAGGHJAMANI, ovvero l’ Ampelodesmos mauritanicus

Ad Orsomarso negli anni Cinquanta alcuni si guadagnavano da vivere con la raccolta del tagghjamani. Anche mio padre la fece per un certo periodo.

Partivano la mattina presto verso le colline attorno al paese o nella zona di Bonangelo, l’Olivaro, a Simara, Assulo e tornavano la sera carichi di fasci di tagghjamani. Lo accatastavano lungo la provinciale, e col trahjino lo portavano a Marcellina, da dove partiva per varie destinazioni.

Era un lavoro duro, le mani spesso sanguinavano.

Per quattro soldi.

Il tagliamani (Ampelodesmos mauritanicus (Poir.) Dur. & Schinz) è una pianta perenne della famiglia delle Graminacee, che vive su terreni aridi e sabbiosi, spesso in associazioni pure (dette ampelodesmeti), tipiche rappresentanti della prateria mediterranea.

Descrizione

È una pianta erbacea di alto sviluppo a portamento cespuglioso. Presenta foglie resistenti, lunghe fino a 1 m e larghe circa 7 mm, molto ruvide, con margini in seguito convoluti. Pannocchia su culmo lungo e robusto, riccamente ramificata e lievemente unilaterale, con spighette peduncolate, compresse lateralmente, lunghe 10–15 mm, a 2-5 fiori. Lemma munito di 2 denti all’apice e di resta lunga 1–2 mm, esternamente peloso sulla metà inferiore. Le foglie lunghe e dure possono essere taglienti per la pelle se si cerca di tirarle stringendole tra le dita.

Distribuzione e habitat

Nativa delle regioni a clima mediterraneo, la specie è diffusa oltre che nell’Africa settentrionale, nelle zone costiere della Spagna, della Francia, dei Balcani, della Turchia e dell’Asia minore. In Italia è presente sulle pendici litoranee aride del centro-sud, in Sicilia e nella zona litoranea della Liguria (Portofino, Capo Noli, Capo Mele), dove la specie raggiunge il limite settentrionale della sua diffusione in Italia.

Usi

La pianta deve il suo nome (dal greco αμπελος=vite e δεσμος=legame) al fatto che nell’antichità veniva usata per legare le viti; le foglie, lunghe e tenaci, vengono tuttora utilizzate da artigiani per impagliare le sedie e per produrre cordami.

In alcune zone d’Italia gli steli sottili, resistenti e lisci della spiga sono usati per arrotolare la pasta nella preparazione di fileda/fileja od anche maccarruna, detti ancora nell’alto tirreno cosentino “fusilli” (analoga a quella che in altre zone viene chiamata pasta a ferretto o ferretti).

Costituisce anche ottima materia prima per la carta.

Nelle zone di Cassaro e Ferla (Sr) e a Ciminna (PA) in occasione del “Triunfu ra Marunnuzza” vengono legati insieme diversi steli e utilizzati a mo’ di fiaccola durante le processioni in diverse attività religiose.

 

Nomi regionali in Italia

La pianta è conosciuta con diversi nomi nei vari dialetti. Ad esempio in Campania è detta erba sparta, in Sicilia è chiamata liami (con significative varianti locali) e a Palermo disa, nel Cilento la pianta è detta cernicchiara, e sempre in Cilento, la corda ottenuta dalle foglie della pianta si chiama libbano, la cui origine ipotizzata è l’arabo o forse il greco. In Toscana, la pianta è molto diffusa in Maremma ed è conosciuta con il nome di sarracchio (zona dell’Argentario)[3]. In alcune zone della Calabria (ad esempio nell’altopiano del Poro) è detta gutumara, ed il materiale da essa ottenuto è detto gùtimu (cfr. ciarasu-ciarasara per ciliegia-ciliegio), in altre (quelle con più alta influenza grecanica) la pianta è conosciuta come lisàra. Nella riviera dei cedri è detta “cannoria” o “tunnara”. In Liguria viene chiamata erba lisca, è molto diffusa sul Promontorio di Portofino e una volta veniva usata per fare cordame.

Curiosità

Nella primavera del 2004 a Canneto di Caronia (provincia di Messina) in un campo 4 km a sud dal caseggiato verso le montagne, le sole piante della specie Ampelodesmos mauritanicus presentavano la combustione integrale dell’apparato radicale. A parlarne è il direttore generale “MARIS – Monitoraggio Ambientale e Ricerca Innovativa Strategica” dott. Francesco Venerando Mantegna, all’epoca coordinatore del “Gruppo Istituzionale di lavoro per l’Osservazione dei Fenomeni di Canneto” ordinato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri per rispondere all’ondata di incendi di origine sconosciuta registrati in quella zona.

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Ampelodesmos_mauritanicus

Foto: RETE

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