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La costruzione della minorità del Sud: i più poveri finanziano i più fortunati.

 

La costruzione della minorità del Sud con stragi, saccheggi e leggi inique è il più grande affare di sempre per il Nord. Che non si limita a divorare, ma rosicchia ovunque, pure le briciole.

Pochi esempi lo raccontano meglio del dibattito parlamentare, nel 1912, per la scellerata legge sull’emigrazione, che distingueva fra quelle “per miseria” e

per “ricerca di maggior fortuna”.

Quando la resistenza armata si rivelò inutile e i meridionali abbandonarono in massa la propria terra, a cominciare dalla fine dell’Ottocento, l’Italia unita li chiamò delinquenti e traditori. E pose sull’”emigrazione per miseria” (quella dal Sud, oltremare) una ferocissima tassa pro-capite. Con quei soldi rimborsavano le spese agli emigranti settentrionali (specie gelatai) che andavano a lavorare per un periodo dell’anno in Svizzera.

Dopo un paio di anni, il Parlamento discusse dell’”errore” contenuto nella norma, per cui i più poveri finanziavano i più fortunati. Lo riconobbe il deputato Girardini di Udine, ma rimetterci le mani sarebbe stato un altro “errore”; così, per la fortuna dei suoi elettori, con rincrescimento, si capisce, tanto valeva lasciare le cose come stavano. Gli diede ragione il collega Baslini, comasco: era un’ingiustizia, ma «per la fratellanza e la solidarietà nazionale» (dei meno verso i più), non era ormai il caso di fare «distinzioni».

Viva l’Italia, semo fratelli! (anche Caino e Abele).

La distinzione  che rimase, chiosò Salvemini, fu quella per cui «gli uni pagano e gli altri profittano» (in Movimento socialista e questione meridionale). Finalmente si levò la voce del siciliano Pantano. Ma, per sfortuna dei suoi elettori, disse che non bisognava «far predominare nel proletariato sentimenti egoistici», cioè l’aspirazione dei disperati a non sovvenzionare chi stava meglio di loro. Per il ministro di San Giuliano il dibattito è «fastidioso»; per il deputato Morando pure: la discussione «deve finire». E finisce.

L’abuso no: i miserabili del Sud continuano a sovvenzionare i settentrionali “in cerca di maggior fortuna” (ora, provate a immaginare il dibattito, se le cose fossero state all’incontrano).

Ma la vera miniera furono le rimesse degli emigrati, che salvarono il bilancio dello  stato: nel 1938, un’inchiesta parlamentare calcolò che, di quelle documentabili, ne erano arrivate in Italia per quattrocentocinquanta milioni di lire all’anno, di cui 350, oltre il 70 per cento, da meridionali.

Secondo una successiva indagine, nel dopoguerra, si confermò che la cifra era quella, ma in dollari (quattrocentonove milioni). Mentre le somme non documentabili (inviate per lettera o portate di persona) erano il doppio di quelle “ufficiali”. Un fiume di denaro che, nato dall’afflizione del Sud, fu drenato dalle banche al Nord.

Da TERRONI, di Pino Aprile – Piemme

Foto RETE

 

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