La leggenda del RAGANELLO e del PONTE DEL DIAVOLO

 Nei tempi antichi le montagne del Pollino erano ricche di boschi e di animali. La Bellezza vi aveva sparso i suoi doni a piene mani. Si tramandava da secoli una storia: quando gli dei erano tanti, qui si davano convegno per spassarsela in beatitudine.

Sulle spianate  dove il terreno era più fertile, il bosco lasciava spazio a pascoli e campi coltivati. In povere case sparse vivevano famiglie di pastori e di contadini.

In una di queste, passavano buona parte dell’anno, due vecchietti, Mastr’Angelo e Caterina, e il loro unico figliolo. Questo germoglio, delizia dei loro occhi, era arrivato tardi, quando l’animo si era rassegnato a non avere discendenza. Era bello come il sole, pieno di vita e di premure per i genitori. Nello, così si chiamava il ragazzo, s’alzava presto la mattina, mangiava qualcosa, prendeva lo zaino con le provviste preparate da Caterina, e s’avviava con il gregge verso i pascoli montani; tornava la sera prima del tramonto.

I vecchietti s’occupavano del formaggio e dell’orto vicino all’ovile. Ogni tanto scendevano in paese per vendere e comperare e per le incombenze famigliari.

Era sul finire dell’estate quando si verificò la tragedia.

Il giorno si annunciava incerto. Ma Nello non si curava di quelle nuvole scure che spuntavano da mare. Il vento le avrebbe dissipate. In caso di pioggia si sarebbe nascosto in qualche anfratto. Aprì l’ovile e spinse, con voce sicura, le pecore per il solito tratturo. “Ciao, ma’!”, e partì

Nel pomeriggio il cielo s’incupì. Mastr’Angelo guardava preoccupato le nuvole che si compattavano verso la montagna. Il suo ragazzo avrebbe fatto bene a tornare in fretta.

Cominciò a cadere la pioggia, dapprima lenta, poi sempre più battente. L’acqua gonfiava i rigagnoli, che, su terreno ripido, divenivano violenti e scavavano fossati. Lampi e tuoni sembrava aprissero le cateratte del cielo.

Nello capì che era meglio avviarsi verso casa. Cercò di raccogliere il gregge e spingerlo per il ritorno. I cani gli davano una mano abbaiando dietro le pecore. Aveva fatto un bel po’ di strada quando improvvisamente, dal lato destro della valle, arrivò un’onda nera, che lo travolse, assieme ad alcune bestie. Tentò disperatamente di aggrapparsi a rami e sassi, ma la furia dell’acqua lo risucchiava e gli toglieva il terreno sotto i piedi.

La nebbia si era abbassata. Cominciava a fare buio.  Mastr’Angelo e Caterina, con una lanterna, s’avviarono verso la montagna, per quei sentieri che sapevano percorrere anche al buio. “Nello, Nello!”, la voce s’alzava verso il cielo come un lamento.  Dalla spianata sopra la costa parve che venissero suoni di campanacci. Si animarono. Con le poche forze affrettarono il passo.

La pioggia, che cadeva sempre più fitta, aveva ingrossato il ruscello e reso il terreno instabile. La furia dell’acqua, che provocava smottamenti e sradicava arbusti, travolse Mastr’Angelo e Caterina.

Quando l’alba sparse luce su quelle contrade, ognuno raccontava le sue paure ed i suoi danni. Si seppe di Nello e dei due vecchietti. Molti si accostarono a quel fiume con curiosità ed apprensione, maledicendo la miseria e la fatica per buscarsi un pezzo di pane.

“Raga Nello”, “trascina Nello”, qualcuno mormorò. “Raga Nello”, “trascina Nello”-  Raganello: trascina vite come detriti, scava montagne, si mangia campi, quando il temporale lo gonfia. I più giovani lo percorsero per lunghi tratti, ma sembrava che la terra avesse inghiottito la famiglia di Mastr’Angelo.

Il paese ne soffrì. Ognuno diceva la sua. La montagna era bella. Quando la neve la imbiancava, o quando il sole la faceva splendere: sembrava un angolo di paradiso. Ma bisognava domare quelle acque, altrimenti Raganello avrebbe inghiottito altre vite. L’impresa era ardua e mancavano le risorse: come lanciare un ponte in quella gola così profonda?

Una sera mentre in piazza la comunità discuteva di come venire a capo dell’impresa, si presentò un signore ben vestito. Sembrava uno di quei galantuomini che vivono in città e che posseggono terre che neanche l’occhio può contenere. Tipi abituati a comandare e ad essere obbediti. Sentito che si parlava del ponte e delle difficoltà per costruirlo: “Ve lo faccio io!”, disse con voce ferma, ma dai modi inquietanti.

Uomini e donne si guardarono in faccia increduli. “Chi è questo, da dove viene, e che vuole?”, mormoravano timorosi e a bassa voce.

“In poco tempo vi risolvo il problema. E così non dovrete più piangere morti.”  

“E tu cosa vuoi in cambio?”, chiese Filippo, il macellaio, facendosi coraggio.

“Poco, quasi niente. Mi basta un’anima di un essere umano qualsiasi: povero o ricco, bello o brutto, maschio o femmina, vecchio o giovane, giusto o furfante… Fate voi! Un’anima, e il ponte dominerà Raganello. Per sempre”.

Istintivamente tutti si ritrassero atterriti.

“Ma tu allora sei il diavolo?” dissero ad una voce.

“E dov’è il problema! Non sono venuto qui mica per portarvi all’inferno…  Ora che sapete chi sono, vi lascio il tempo per discutere e decidere. Ma ricordate, un ponte che sfiderà il tempo, un ponte che vi permetterà di pascolare, coltivare i campi, fare legna e tornare a casa senza noie. Per un’anima di vostra scelta… Nei prossimi giorni mi rifarò vivo e mi direte.” Salutò e si allontanò, scomparendo dietro l’ultima casa.

Le donne, coprendosi la bocca con una mano, parlavano sotto voce, piene di paura; gli uomini si guardavano stupiti e turbati: un diavolo? Proprio da loro? E cosa avevano fatto di male? No, era un sacrilegio accettare! E chi scegliere poi in cambio? Fare un patto con Satana?  Mai!

Lentamente sciamarono tutti verso casa. Per giorni uomini e donne non discussero di altro, a casa e per le strade. La paura spingeva vecchi e giovani a tenersi lontani da quella proposta.  Ma col passare del tempo cominciarono a prendere forma i vantaggi. Un ponte, in poco tempo, senza muovere un dito né un soldo…

Una sera, mentre erano in piazza a discutere animatamente, arrivò tutto arzillo Rocco, il calzolaio. Era un ometto piccolo, zoppo dalla nascita, ma con due occhietti vispi ed intelligenti.

“Ho trovato!”, disse con volto sorridente, fregandosi le mani. “Ho trovato come gabbare Satanasso.”  In un attimo gli furono tutti attorno con gli occhi sgranati.

Ma prima che Rocco finisse di spiegare la sua pensata, sbucò Satanasso con passo sicuro.

“Allora?”, chiese con voce luciferina.

“Accettiamo la tua proposta”, rispose Rocco, parlando a nome di tutti. “Possiamo firmare l’accordo. La prima anima che passerà sarà tua”. Il diavolo tirò fuori carta e penna e venne firmato il documento per l’intesa raggiunta. Nessuno poteva più tirarsi indietro.

“Domani mattina ci troveremo tutti al fiume: io vi consegnerò il ponte e voi mi darete un’anima”.

Il sole era spuntato da poco e rendeva bello tutto il creato.  Il ponte sul Raganello era magnifico. Si capiva che non era opera umana. Nel vederlo da lontano furono presi da meraviglia e da paura. Quando Rocco e tutta la comunità arrivarono sulla sponda destra, Satanasso aspettava impaziente dall’altro lato.

Ad un segnale convenuto venne fatto rotolare sul ponte una grossa forma di formaggio con un grosso buco nel quale era nascosto un topo ben pasciuto, che continuava a rosicchiare. Quando il formaggio arrivò sull’altra sponda il topo saltò fuori. Satanasso lanciò un urlo terrificante quando si accorse di essere stato gabbato. Tentò di vomitare l’anima del topo per la nausea. E, prima di svanire tra fiamme e fumo, diede un calcio al ponte che s’incurvò.

Ancora oggi, se vi trovate a passare da quelle parti, potete vedere la sua forma curva lasciata dal calcio del diavolo

C.D.L.

Foto RETE

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