ORSOMARSO -Il Castello di Santo Noceto

Fortificazioni mai espugnate.

Bacche di pungitopo,

come gocce di sangue,

incitano i loro ruderi

a combattere contro le intemperie

per protrarre nel tempo

il loro compito di difesa.

L’ultima fortificazione, i cui resti sono stati rinvenuti sulle cime montuose che sovrastano il letto del fiume Argentino, è il cosiddetto Castello di Santo Noceto.

La sua posizione è invidiabile. Sorto su un’altura posta circa cento metri al di sotto del Castello di Brancati, ma esattamente di fronte ad esso, il Castello di Santo Noceto domina principalmente l’ultimo tratto della valle del fiume Argentino, prima che questa scompaia, dopo aver dato origine al suo fiume, nel piccolo altopiano di Tavolara. Tale tratto di valle, infatti, resta nascosta al Castello Brancati, il cui compito, invece, era quello di controllare l’estensione occidentale della valle Argentina e quella più piccola, che si distacca da essa ed è nota a tutti con il nome di Milari.

Qui la vegetazione è talmente fitta che le ricerche del castello si sono portate a termine solo con grandissima difficoltà. Eppure anche da lontano avrebbe dovuto essere visibile l’imponente cinta muraria che, spessa circa 60 centimetri, in alcuni tratti raggiunge anche i sei metri di altezza. La cintura muraria avvolge l’intera sommità del monte, fatta eccezione per il suo lato orientale che, come quello del Castello di Raiona, risulta essere ben difeso da un altissimo dirupo naturale.

L’interruzione della linea muraria di circa due metri sul lato occidentale costituisce l’ingresso alla fortezza che, oggi, si presenta in discesa a causa dei detriti e dei resti di costruzioni che si sono accumulati al suo interno.

Superata tale inconsueta apertura troviamo, subito a destra, il manufatto di maggiore interesse: una costruzione addossata al muro di cinta, delle dimensioni di m. 6 per 4, provvista di volta a botte, interamente intonacata.

Essa presenta le stesse caratteristiche e la stessa disposizione della cisterna ritrovata tra i ruderi della fortificazione di Mercurio. Basterebbe un piccolo scavo per rintracciare la condotta che conglobava al suo interno l’acqua piovana raccolta nell’intero sito.

Raggiungendo il versante settentrionale ritroviamo i resti della cinta muraria, alla quale è appoggiata un edificio di circa 10 metri per 4, il cui sviluppo, originariamente, avveniva su due piani. Si intravvedono, al suo interno, infatti, i buchi nei quali erano conficcate le travi che reggevano il pavimento del piano superiore.

Poco più in alto, rivolti a est, si scoprono i resti di un’ennesima costruzione, in mezzo alla quale fa bello sfoggio di sé una buona quantità di pezzame laterizio e di tegole fittili. La forma, vagamente tondeggiante, dei poveri resti dei suoi muri perimetrali, fa pensare confusamente a un’abside, costruita in bilico sul costone roccioso.

Poco più in là, verso ovest, in mezzo all’ingombrante vegetazione, di cui si compone il sottobosco, l’allineamento di alcune pietre dà l’idea che quello fosse il muro interno di una chiesetta che separava il presbiterio dal resto del luogo di culto.

Eccetto il castello di Orsomarso, che ha avuto una vita che si è protratta nel tempo e che gli ha fatto subire numerosi rimaneggiamenti e, oggi diremmo, differenti destinazioni d’uso, tutte queste fortificazioni sembrano essere state abbandonate all’improvviso, come se, in un preciso momento della loro vita, avessero cessato la loro attività e nessuno avesse più avuto motivo di frequentarle. La loro singolare, quanto angusta posizione, ha fatto sì, del resto, che fossero lasciate alla mercé del tempo e delle intemperie.

Fonte: GUIDA AI MONASTERI DEL MERCURION, di Giovanni Russo e Pietro Rotondaro – Rubbettino

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