La manipolazione da parte della Chiesa e delle classi al potere della religione popolare

Vattienti a Verbicaro

La prospettiva del recupero critico della religione popolare — ipotesi di lavoro culturale e politico-culturale che mi appare feconda — non può in alcun modo prescindere dalla consapevolezza dei dati storici del problema. Non può ignorare, quindi, la tendenza costante della Chiesa ad informare ai suoi modelli teorici e di comportamento la multiforme varietà di credenze e di comportamenti religiosi popolari. Tale tendenza, presentata spesso come esigenza insopprimibile di diffondere la verità rivelata, in realtà è stata finalizzata nei secoli all’accettazione dell’ordine sociale costituito, all’imposizione di modelli conformistici.

Le linee attraverso le quali è passata l’opera di egemonizzazione della Chiesa sono, schematicamente, quelle dello scontro-distruzione e dello scontro camuffato da incontro-integrazione. In altre parole, o si è duramente represso — si pensi, ad esempio, alla reazione alle eresie popolari, alla richiesta di intervento della forza pubblica dello Stato contro David Lazzaretti e i suoi seguaci, e così via — o si è tollerato, con l’accorta convinzione che l’uso popolare precristiano o acristiano, fatto vivere in una cornice formalmente cristiana, alla lunga si sarebbe di fatto cristianizzato; le feste religiose popolari mostrano la persistenza di riti precristiani in un contesto che ormai viene recepito come indiscutibilmente cristiano dai protagonisti degli stessi riti. Gli esempi che si potrebbero richiamare di aperta strumentalizzazione politica della religione popolare, attuata direttamente dalla Chiesa cattolica o con la sua aperta connivenza, sono legione. Chi di noi ricorda i giri della Madonna Pellegrina, alla vigilia delle elezioni del ’48 — che non a caso segnano l’inizio del regime democristiano — nel quadro di una forsennata e grossolana campagna anticomunista, o altri casi, sino ai più recenti, di finalizzazione dell’elemento religioso a esigenze di potere a esso profondamente eterogenee potrebbe anche ritenere che si è trattato, in questo come negli altri casi da lui sconosciuti, di singoli episodi, anche se gravi, di deviazione e di strumentalizzazione da una purezza di prassi ecclesiale comunque tesa alla proposta religiosa del messaggio evangelico.

Non credo si tratti soltanto di questo e che episodi siffatti possano essere relegati nella comoda area della marginalità e dell’inessenzialità. Chi ripercorre la storia degli atteggiamenti della Chiesa verso la religione popolare trova una coincidenza spesso puntuale tra essi e gli interessi delle classi al potere, per le quali il mantenimento dello status quo è essenziale alla continuità della realizzazione dello sfruttamento e del dominio.

Sarebbe sin troppo facile allineare momenti diversi di spietata repressione della diversità religiosa folklorica e, complementarmente, della manipolazione di essa, ma non mi sembra che un’operazione siffatta avrebbe senso se, oltre che gli episodi, non venissero richiamati le modalità e i contesti attraverso e nell’ambito dei quali essi si realizzarono, il che in questa sede non è in alcun modo possibile. Sia sufficiente questo accenno che, pur nella grossolana (ma necessaria) genericità, vuole soltanto sottolineare la sistematicità e la complementarietà delle linee di intervento da parte della Chiesa cattolica e delle classi al potere sul mondo religioso folklorico.

Fonte: UN VILLAGGIO NELLA MEMORIA, L.M. Lombardi Satriani e M. Meligrana

Foto: RETE

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