Il territorio di Scalea nell’antichità

TORRE TALAO

La Calabria settentrionale, così come il resto della regione, ha conosciuto la presenza umana fin dalla preistoria. Le grotte paleolitiche dello sperone roccioso che sorge di fronte all’abitato di Scalea, un tempo circondato dal mare e oggi famoso col nome di Torre Talao, furono dimora dell’Uomo di Neandertal, mentre importanti insediamenti umani sono stati scoperti nella Grotta del Romito, nel territorio di Papasidero, e nella Grotta della Madonna a Praia a Mare.

Il complesso di Torre Talao, datato all’era musteriana (interglaciale), si sviluppò durante il Paleolitico medio (ca. 100.000-35.000 a.C.) ed attualmente è considerato il più importante della Calabria in questa fase.

Nel sito della Grotta del Romito, invece, è stato riconosciuto dagli studiosi un deposito più recente, databile tra i 18.000 e gli 11.000 anni fa, vale a dire all’ultima fase del Paleolitico superiore (ca. 35.000-10.000 a.C.).

Un sito ancora più recente, benché abbia restituito le informazioni archeologiche più interessanti, è stato riconosciuto nella Grotta della Madonna presso Praia a Mare, che viene attribuito al Mesolitico (ca. 9000-7000 a.C.).

La Calabria, così come gran parte dell’Italia meridionale durante l’età del bronzo (II millennio a.C.), fu interessata da rapporti con la cultura micenea, ben documentati per alcune zone (Eolie, Vivara nel golfo di Napoli, Puglia), meno per la zona tirrenica, le coste ioniche e la Sicilia.

Si tratta di lacune che certamente la ricerca archeologica colmerà in futuro, ma certo non sarebbe azzardato ipotizzare che un sito come quello dell’attuale Scalea, di facile approdo, ricco d’acqua e circondato da un retroterra fertile e boscoso, già nei tempi più remoti come in quelli più recenti, avrebbe potuto offrire la base di un ottimo luogo di commercio (empórion) per i mercanti micenei.

SCALEA, prima dell’aggressione del cemento

Del resto l’isola di Scalea, oggi Torre Talao, con la grande baia che un tempo formava con la scogliera detta Stagliata, non era l’unica a poter offrire un attraente punto di ormeggio ai navigatori di età micenea e submicenea: altre baie, come quella del Carpino o quella di San Nicola, e altre isole, come quella di Dino e quella di Cirella, fin dall’antichità furono sempre considerate punti di riferimento importanti o anche luogo di rifugio per i naviganti.

Del resto, senza scomodare Omero e le sue “Rupi erranti” (Planktài pétrai), da alcuni identificate con grande immaginazione con le isole ora ricordate, è attestata da Strabone ancora in età storica la presenza di un heróon di Draconte, cioè un compagno di Ulisse. Poiché non doveva essere molto distante da Laos, con buona approssimazione l’archeologo Mario Napoli propose come sua ubicazione l’isola di Cirella, ma altrettanto valida potrebbe essere l’ipotesi di coloro che lo ponevano sull’isola di Scalea (oggi Torre Talao). Fin dall’antichità, dunque, Scalea potrebbe aver avuto quella funzione di scalo costiero che la caratterizzerà meglio in seguito.

Quando, nell’VIII secolo, cioè ormai in età storica, i Greci cominciarono ad arrivare nell’Italia meridionale, la trovarono già abitata da tempo da misteriose stirpi di cui si sa molto poco e a cui si sovrapposero altre popolazioni italiche. Di questi popoli ci sfugge la dinamica degli spostamenti e non sappiamo neppure con certezza dove ciascuno di essi fosse stanziato. Gli storici greci e altre fonti ci hanno tramandato qualche nome: alcuni come gli Enotri dovevano essere stanziati su un vasto territorio che abbracciava all’inarca le attuali regioni della Basilicata e della Calabria. Altri come i Coni, forse di ascendenze illiriche, sembra gravitassero intorno alle coste ioniche. Più a sud, forse verso la Sila, erano stanziati i Morgeti, mentre i Greci chiamarono Itali gli abitanti indigeni della fascia costiera ionica intorno a Crotone: da essi derivò il nome Italia, destinato più tardi a un glorioso futuro. Ancora più a sud, nel territorio che poi sarà dei Reggini e dei Locri Epizefirii, troviamo i Siculi. Di altri, come ad esempio i Serdei, conosciamo solo il nome grazie a una fortunata scoperta epigrafica, ma sulla loro zona di insediamento non sappiamo praticamente nulla.

Dalle ricerche archeologiche, alcune svolte in anni recentissimi, altre addirittura ancora in corso, per questi antichi popoli italici emerge la fisionomia di una cultura piuttosto arretrata: anche gli insediamenti che sono stati individuati non vanno mai al di là di semplici villaggi di pastori e cacciatori.

Il territorio di Scalea, dunque, come il resto della Calabria, conobbe certamente la presenza di qualcuna di queste antiche popolazioni italiche.

Oggi è possibile affermarlo grazie all’inattesa scoperta avvenuta negli anni ’70, di un interessante sito archeologico sull’altipiano della Petrosa presso Scalea. In questa località, che dominava due baie, quella del Carpino e quella di Scalea, entrambe facilmente accessibili dalla Petrosa, è stato individuato uno stanziamento fisso, costituito da capanne realizzate interamente in materiali deperibili e talvolta rafforzate con uno zoccolo in ciottoli. Ciò che è stato reperito nel sito, che fu in vita dalla fine del VII a quella del VI secolo a.C., attesta chiaramente che le attività produttive erano quelle dell’agricoltura (pithoi, cioè giare di terracotta per la conservazione delle derrate), della pastorizia (pesi per telai), della raccolta di prodotti naturali (numerose conchiglie marine commestibili) e forse della metallurgia (scorie di ferro).

Sono documentabili anche scambi tra questo centro indigeno e Velia, ma i rapporti commerciali più intensi erano sicuramente con Sibari o almeno con la sua subcolonia di Laos: ciò sembra confermato anche dai termini cronologici dell’insediamento e specialmente dalla precisa sincronia con la distruzione di Sibari, avvenuta nel 510 a.C.

L’insediamento indigeno della Petrosa, dunque, testimonia che gli abitanti dell’interno non avevano timore a stabilirsi presso la costa, dove i contatti con i Greci

dovevano essere frequenti e forse non motivati esclusivamente da interessi economici. Dai Greci, infatti, in età storica gli antichi abitanti della regione mutuarono tecnologie più raffinate e produttive in rapporto all’epoca e, soprattutto, l’uso della scrittura alfabetica.

Fonte: SCALEA ANTICA E MODERNA, di Amito Vacchiano –  Salviati

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