PROSSIMO

Oggi anche la sofferenza viene gestita come merce su cui speculare. Per questo trovo sagge le parole di Erri De Luca; aiutano ad uscire dall’equivoco.

Mi capita regolarmente d’essere spietato. Tutte le volte che vengo esortato da un imbonitore di pietà: il bambino malato, servito caldo di dolore nell’ora di massimo ascolto, la voce sobria ma accorata che guarnisce l’immagine: dietro fa capolino il compiaciuto cuoco del programma che fa della pietà una pietanza. All’intimazione di commuovermi oppongo un rifiuto intrattabile.

Elias Canetti ha scritto: “Chi mi consiglia un libro me lo strappa di mano, chi lo esalta me lo guasta per anni”. Proprio questo succede a me per le pietà: o esse sono una scoperta interiore, una insurrezione emotiva scaturita anche da una piccola pena, o non sono. Non si può persuadere qualcuno a provare una pietà.

Pietà è prendersi un bambino storpiato dalla guerra cui hanno ammazzato la madre, fargli passare di nascosto la frontiera, curarlo, ottenerne l’affido. Pietà è farlo senza averci pensato prima, farlo perché ci si è imbattuti in quel caso per caso, da passanti distratti. Pietà è un gesto accidentale, non una virtù permanente.

Ha bisogno di occasione e di prossimità: posso provarla per una bestia come per una creatura umana purché cada sotto i miei sensi poco vigili, nel mio minimo raggio. Riesco ad avere pietà solo per il prossimo, che non è la larga umanità remota che s’intende oggi con questo termine, ma il suo contrario, il superlativo della parola “vicino”, il vicinissimo, l’estraneo che inciampa un passo avanti a me. Tentare un gesto di simpatia o di soccorso diventa allora urgente e mi sento responsabile di colpa se non reagisco da pronto.

Pietà è rispondere presto a un affanno, è velocità di riflessi del cuore. La poca pietà che conosco sente e vede bene da vicino, male da lontano. La pietà che ho visto reagisce spingendo fuori di casa incontro al grido. Non sa niente di giustizia: può accendersi per chi ha torto, per il reo, per la madre snaturata. È un moto irruente, un calcio nel sangue che dà l’energia anche minima di un sorriso, di un cenno cordiale che non lascia soli.

Lo spicciolo cavato di tasca è sordido se lo do senza guardare in faccia, tirando via senza un rallentamento del percorso per scambiare un’ombra d’intesa. Son pochi anche quelli che sanno come chiedere, con l’azzardo e la generosità interiore di rivolgersi da persona a persona, tirandosi fuori dalla folla anche solo con gli occhi per quella domanda.

Lavoravo a Milano in un cantiere edile e avevo la rara fortuna di abitare nei paraggi. A mezzogiorno andavo a piedi a casa a mangiare per poi tornare entro un’ora. Lungo la strada incontravo un mendicante, un uomo con i capelli bianchi anziano ma non vecchio. La prima volta avevo in tasca mille lire, gli detti quelle. Mi precedevano di pochi passi dei ragazzi che al suo gesto di chiedere avevano risposto con una presa in giro. Gli vidi in faccia lo scatto muscolare di una pena, il rinculo di un colpo subito, per quello tirai fuori le mille lire.

Passando di lì ogni giorno gli lasciavo mille lire. Poi non lo vidi più, finché mi accorsi che si nascondeva al mio passaggio per non togliermi quei soldi. Fu così lui a farmi la carità più profonda di lasciarmi con mille lire in più, a fare un gesto segreto per l’operaio sgualcito di mezzogiorno.

E questo non vuole dimostrare niente, solo dire che tra due esseri umani è infinito il grado di premure che possono offrirsi incontrandosi al pianoterra di un marciapiede.

Da PIANOTERRA, di Erri De Luca – Feltrinelli

Foto RETE

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